Lupus in bufala e il ministro Cingolani: una lettura interessante da consigliare a chi guida la transizione ecologica

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Lupus in bufala e il ministro Cingolani: un consiglio di lettura doveroso per un ministro che ha il dovere di parlare di ciò che conosce. Ancora una volta, infatti, la percezione è di un tecnocrate con le idee poco chiare sulla gestione ambientale. Tanto da portarlo a far sue le idee di molti agricoltori, che vorrebbero una drastica riduzione della popolazione lupina. Il ministro ha detto in un question time in parlamento che, a patto di tutelare la conservazione della specie, gli abbattimenti sono uno strumento che può essere considerato.

E qui entra in gioco il piccolo ma esaustivo manuale dal titolo geniale: l’uso dell’anagramma di fabula, che diventa bufala rende Lupus in bufala subito simpatico. Un gioco di parole per far capire quanto le informazioni che circolano sui lupi siano troppo spesso false, alterate, distorte. In fondo è un argomento facile da cavalcare: nulla è visto, nell’immaginifico popolare, pericoloso e infido come un lupo. Una stupidaggine? Certo che si, ma “Cappuccetto Rosso” ha dispiegato i suoi effetti nefasti nella nostra (in)cultura e non solo.

La verità è talvolta così palese da non essere facile da credere, troppo semplicistica nella sua banale realtà. La bugia, la leggenda ha più fascino, attrae gli sprovveduti come il Polo Nord l’ago della bussola. Le leggende sul lupo, costruite ad arte talvolta dai cacciatori, altre volte dagli allevatori e altre volte da banale e crassa ignoranza sono difficili da smontare. Del resto se quasi il 6% dei nostri connazionali è convinto che la Terra sia piatta, come non credere a chi ha dice di aver visto gettare lupi dagli elicotteri? Però ci si aspetterebbe maggior rigore scientifico nell’affrontare l’argomento lupi da un ministro, che seppur in campi molto diversi da ambiente e biologia ha pur sempre una formazione scientifica.

Legga Lupus in bufala ministro Cingolani, cerchi di avere consapevolezza dei meccanismi naturali oltre che dei compiti del suo dicastero

I lupi non vanno abbattuti e gli agricoltori devono smettere di lagnarsi: non sono capaci di difendere il loro bestiame dalle predazioni? Cambino lavoro e questo non viene detto con disprezzo. Identico consiglio andrebbe dato al gioielliere che tiene una vetrina senza vetri blindati e non ha un allarme. Se fra gli uomini esistono i ladri, in natura esistono i predatori, con una grande differenza: i primi rubano per loro stessi, i secondi svolgono il ruolo che gli ha assegnato l’evoluzione. E se non fossero distratti da comportamenti sciocchi, rivolgerebbero le loro attenzioni agli ungulati selvatici e non alle pecore.

Vede, ministro Cingolani, il problema delle predazioni non si risolve abbattendo i lupi. E su questo come non rinnovare il consiglio di lettura: Lupus in bufala, alla pagina 19 precisamente, spiega che gli animali d’allevamento non sono la preda d’elezione del predatore. Questo cosa significa? Che il lupo li attacca perché sono indifesi, perché non ama perdere inutilmente energie e se trova una preda facile la predilige. Quindi, restassero anche solo la metà dei lupi, questo punto non cambierebbe di una virgola. I lupi non predano le pecore perché sono troppi, hanno fame oppure non hanno alternative alimentari per sopravvivere. Mettono in atto semplicemente il comportamento più intelligente e logico.

Il lupo si nutre principalmente di pecore e bestiame
FALSO
Altro mito da sfatare: non è vero che i lupi mangiano soprattutto le pecore. In Italia la dieta di un lupo è costituita per lo più da animali selvatici.
Il lupo è un predatore opportunista, che si adatta alle condizioni ambientali che trova e che si ciba delle specie più abbondanti, in genere scegliendo le prede più vulnerabili. Tra le sue prede ci sono anche gli animali domestici. Per difendere le greggi in territori in cui il lupo è presente è infatti necessario adottare strumenti di prevenzione, i più utilizzati sono le recinzioni elettrificate e i cani da guardiania.

Tratto da Lupus in bufala

La transizione ecologica deve passare attraverso la convivenza, aumentando la resilienza delle attività umane e dove occorre degli habitat

Ministro Cingolani lei, per il ruolo che ha scelto di ricoprire in scienza e coscienza, deve occuparsi di tutelare l’ambiente e tutte le forme di vita che sono necessarie per mantenerlo in equilibrio. Questo comporta avere consapevolezza che gestire per la natura occorre conoscerla. Solo in questo modo si può raggiungere la certezza che la gestione sia impossibile, perché l’uomo non è nemmeno lontanamente in grado di farlo. La miglior gestione possibile è quella di permettere alla natura di gestirsi da sola. Dividendo il mondo umano da quello naturale e comprendendo che le continue invasioni di campo ci estingueranno.

Quindi i ragionamenti sulla popolazione dei lupi e sulla necessità di sfoltirli li lasci ai cacciatori e alla componente peggiore del mondo agricolo. Ci sono infatti allevatori ministro, mi perdoni se glielo dico, che sono già da tempo un passo avanti a lei. Pensi che questi strani personaggi, che lei non conosce evidentemente, hanno avuto l’ardire di affermare che il lupo, come superpredatore è molto utile, perché tiene sotto controllo le popolazioni degli ungulati. So che con gli ambientalisti non ha un bel rapporto, del resto come non capirla visto che anche una giovane ragazza come Greta Thunberg l’ha presa a pesci in faccia, ma almeno ascolti gli allevatori.

Ministro purtroppo lei sta simpatico agli ambientalisti come i lupi ai cacciatori, inutile nasconderlo

Pensi che anche su questo argomento possiamo usare gli stessi concetti già utilizzati per cercare di spiegare l’inutilità di ucciderli. I cacciatori non si preoccupano degli animali sbranati al pascolo, ma hanno capito che se i lupi regolano le popolazioni di ungulati loro fanno una figuraccia. Rischiando che gli chiudano il luna park sotto casa, proprio quello che hanno riempito di cinghiali. Ecco gli ambientalisti hanno problematiche un po’ più nobili: sono convinti che con le sue idee la transizione ecologica di questo paese potrebbe restare incompiuta, sospesa.

Qualcuno pensa che lei sia in accordo con i poteri forti, con le lobbies che scorrazzano liberamente in questo paese come facevano i bisonti prima che arrivasse Buffalo Bill e i suoi accoliti nel nuovo mondo. Io non lo credo, e francamente non lo so. L’unica certezza che ho, certamente peccando di presunzione, è che lei abbia sbagliato ministero. Un particolare non da poco perché lei occupa una casella nevralgica per il nostro futuro, per l’ambiente, per una speranza che abbiamo sempre in fondo al cuore.

Perdoni il tono semiserio, ma se avessi usato soltanto un tono serio avrei rischiato di diventare scortese, ed è una cosa che normalmente detesto. Però rifletta sul problema provocato dai “troppi lupi”, un concetto che avrebbe fatto accapponare la pelle a Darwin. Legga con attenzione il materiale prodotto da Lifewolfalps.eu e il completo manuale per la buona informazione Lupus in bufala, così non cadrà più in considerazioni che rischiano di minare la sua reputazione di scienziato. Dia retta, ascolti la scienza, non assecondi le le leggende dei cacciatori.

Cingolani sulla carne cambia idea: in marzo sosteneva le proteine vegetali, ma oggi qualcosa è cambiato…

Cingolani carne cambia idea

Il ministro Cingolani sulla carne cambia idea, e con un virtuosismo acrobatico modifica il tiro. Complice probabilmente il fatto che l’intervento del cambiamento è stato fatto davanti alla platea di Assocarni. Però vede ministro noi crediamo profondamente che ci debba essere una transizione, ma ecologica non di idee. Modificate non sulla base di nuove evidenze scientifiche, ma delle orecchie che ascoltano l’intervento.

Cani falchi tigri e trafficanti

Comunicare è importante e lei è un tecnico, non un politico: per questo quando succedono questi repentini cambi di opinione restiamo disorientati. Il politico per sua natura insegue il consenso, talvolta riesce a farlo meglio, altre è davvero inascoltabile. Ma da lei ministro, da un’uomo di scienza non lo possiamo capire. Lei si è rimangiato non la carne, ma le sue stesse parole. Quelle che ci avevano dato una speranza perché sulla tutela ambientale il suo ministero spesso ci lascia l’amaro in bocca, per restare in tema di cibo.

«Sappiamo – ha aggiunto Cingolani – che chi mangia troppa carne subisce degli impatti sulla salute, allora si dovrebbe diminuire la quantità di proteine animali sostituendole con quelle vegetali. D’altro canto, la proteina animale richiede sei volte l’acqua della proteina vegetale, a parità di quantità, e allevamenti intensivi producono il 20% della CO2 emessa a livello globale. Modificando la nostra dieta, avremo invece un co-beneficio: miglioreremmo la salute pubblica, riducendo al tempo stesso l’uso di acqua e la produzione di CO2».

Dall’articolo “Carne dannosa e allevamenti inquinanti? È bufera sulle dichiarazioni del ministro Cingolani” pubblicato in data 4 marzo dal Sole 24 ore

Ministro Cingolani sulla carne cambia idea, ma sarà perché sta parlando ad Assocarni?

Il virgolettato di marzo sembra chiaro, scientifico, incontrovertibile. Infatti come sempre accade gli allevatori fanno una mezza rivolta su queste dichiarazioni. Che dette dal ministro della transizione ecologica sono quelle che chiunque si aspetta. Del resto non era un inno a diventare vegani, ma un monito sui danni ambientali prodotti dagli eccessi del consumo di carne. Che rappresentano uno dei primi problemi da affrontare se si vuole arrivare davvero alla transizione ecologica. Ma poi ecco il salto acrobatico di opinione nell’intervento alla tavola rotonda di Assocarni.

“Abbiamo previsto – ha ricordato Cingolani – misure che servono a rendere sempre più verdi e green le aziende agricole e zootecniche italiane. Il prodotto è già eccellente, noi dobbiamo migliorare la percezione a livello internazionale dell’immagine dell’azienda italiana”. Come? Con misure come il “fotovoltaico sui tetti delle stalle, il potenziamento della produzione di biogas, l’utilizzo dell’acqua piovana tramite i 40 invasi per collazionarla previsti dal piano per avere una impronta idrica ancora più bassa: tutte cose in grado di dare una percezione di azienda italiana high-tech con un prodotto eccellente e sostenibile”.

Tratto dall’articolo pubblicato il 05/07/2021 da AskaNews dal titolo “Agrifood, Cingolani: usare Pnrr per aumentare gap con concorrenza”

Possiamo dire che si è trattato di una rivoluzione copernicana sul tema? Che ha lasciato molti senza parole, per la rapidità della variante, una cosa alla quale nemmeno il virus ci ha ancora abituato. Eppure ministro lei sa che al di là della sofferenza animale, che potrebbe ecologicamente non essere produttiva di valori, restano tutti gli altri fattori pesantemente negativi dati dal consumo di carne. E dagli allevamenti, che non diventeranno un’oasi ecologica solo per il solare o il biogas.

Produrre proteine animali con l’allevamento di animali da carne è notoriamente inquinante e irragionevole

Il tasso di conversione delle proteine vegetali usate per produrre un chilo di carne fa inorridire, come il consumo di suolo, di acqua, la deforestazione e tutti i rischi connessi alla salute. Non sono considerazioni da animalista, sono studi fatti da scienziati. Noti da tempo e tenuti sotto traccia perché chi comanda è il mercato e non il buonsenso. Ma lei ministro Cingolani sono certo che queste cose le conosce. Per questo faccio davvero fatica a comprendere.

Per avere un’idea più concreta del peso sull’ambiente degli alimenti di origine animale basti dire che la loro produzione richiede l’uso di 3,7 milioni di chilometri quadrati di terreno (il 40 per cento della superficie degli Stati Uniti, o 12.000 metri quadrati circa a persona), buona parte dei quali destinati alla produzione dei mangimi, che richiede a sua volta il 27 per cento di tutte le acque irrigue della nazione e circa sei milioni di fertilizzanti azotati all’anno (la metà del consumo totale nazionale), con una produzione di gas serra pari al 20 per cento di quelle del settore dei trasporti e al cinque per cento delle emissioni totali degli Stati Uniti.

Tratto da un articolo pubblicato da Le Scienze il 22 luglio del 2014

Il discorso potrebbe essere molto lungo, ma certo pretendere coerenza di ragionamento è normale. Quando chi si esprime in modo contraddittorio è proprio il ministro che dovrebbe traghettare il nostro paese verso una vera transizione. Che tenga conto degli studi e non solo dell’economia, anche perché è bene ricordare che la finanza ora si sta già smarcando da certi mercati, nei quali aveva investito sino a ieri. Quando le navi affondano gli investitori sono i primi a lasciare il ponte di comando, come dimostrano le scelte dei fondi di investimento su allevamenti e energie fossili.

Ministro ci dia una speranza, ma soprattutto la dia alle giovani generazioni perché il peggio lo subiranno loro, noi saremo già rientrati nel ciclo dell’azoto.

Scegliere di convivere con gli animali selvatici non è una scelta, ma una necessità

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Scegliere di convivere con gli animali selvatici non rappresenta soltanto un’opzione, ma una necessità per il mantenimento degli equilibri. Un comportamento che deve essere attuato per tutelare la fauna, ma certamente non solo per questo motivo. La creazione di un rapporto armonico con la natura è inevitabilmente la via maestra per tutelare la nostra sopravvivenza. Se non arriviamo a comprendere l’importanza della convivenza rischiamo di non avere un futuro, sicuramente di non averlo sereno. Un errore che sconteranno le nuove generazioni.

Cani falchi tigri e trafficanti

Orsi, e lupi, rappresentano un banco di prova per una rivoluzione culturale, che non può più anteporre gli interessi umani a ogni altra considerazione. Rappresentano una sfida, quanto lo è sempre stato il rapporto in generale con i predatori. Per questo il cambiamento di passo può prendere avvio proprio da questo rapporto conflittuale da molto, troppo tempo. Iniziare con le situazioni più problematiche rappresenta un buon viatico per una risoluzione molto più ampia dei problemi ambientali. Per evitare che i cambiamenti siano ancora una volta di facciata e non contemplino soluzioni che mirino al cuore delle questioni sul tavolo.

Quando si parla di convivenza occorre ricordare la biunivocità del termine: convivere significa dividere spazi e diritti, creando situazioni armoniche. L’idea che questa situazione possa essere basata sul predominio degli interessi umani rappresenterebbe un errore irrimediabile. Abbiamo bisogno di reinventare un mondo nel quale la nostra specie non pensi di poter risolvere costantemente i problemi creando conflitti. Lo abbiamo fatto con gli uomini, quasi mai riuscendo a raggiungere gli scopi prefissati, lo facciamo da sempre con il regno animale.

Scegliere di convivere con gli animali selvatici significa avere la volontà di restituire territori

Con il piano di #GenerationRestoration è stato chiesto a livello mondiale di restituire alla natura circa un terzo delle terre emerse e degli oceani. Per quanto riguarda le terre non possiamo pensare di restituire e rigenerare solo quelle improduttive, ma dobbiamo fare valutazioni più ampie. Che devono comprendere soluzioni intelligenti, prive di pregiudizi, sulla condivisione dei territori. Fino a poco prima dell’inizio della sesta estinzione di massa l’uomo era abituato a difendere le sue proprietà dagli altri animali, con recinti, vigilando sugli animali al pascolo. Poi dalla difesa l’uomo è passato all’attacco e con ogni sistema possibile ha provato a sterminare i predatori.

Abbandono delle campagne, diversificazione dello sfruttamento della montagna, intensificazione degli allevamenti intensivi e delle popolazioni di prede hanno consentito nuove ricolonizzazioni del territorio. Unitamente alla messa in atto di progetti di ripopolamento, come quello avvenuto per gli orsi in Tentino. Mentre il ritorno del lupo è stato graduale e del tutto spontaneo. Ma dal tempo della riconquista dei territori con lupi e orsi sembra essersi aperto un conflitto permanente che non ha né vinti, né vincitori.

Il bracconaggio, gli investimenti stradali e le altre azioni che minano la convivenza con i carnivori non riescono, per fortuna, a mettere seriamente in pericolo le popolazioni. Questi animali godono di un livello di protezione, che seppur minimo, non consente più le stragi di un tempo. Quando tutti i predatori erano considerati nocivi e potevano essere uccisi con ogni mezzo e in ogni tempo. Ora però servono strategie nuove e diverse, non basate su abbattimenti e catture ma sulla restituzione di territori e sulla difesa delle aree sfruttate dall’uomo. Ma anche sulla diffusione delle attività di prevenzione, per evitare che i nostri errori nella gestione delle risorse alimentari, diventino una causa di conflitti.

Il Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha delegato la problematica all’ISPRA

Secondo un recente articolo comparso sull’Adige il ministro Cingolani ha lasciato la questione degli orsi trentini, ma non solo, in mano ai tecnici dell’ISPRA. Gli stessi che avevano già contribuito in modo rilevante alla gestione dei carnivori, ottenendo risultati non sempre lusinghieri, specie per quanto concerne le questioni degli orsi trentini. Dando, ad esempio, una valutazione positiva alla struttura del centro di Casteller, dove sono stati rinchiusi tutti gli orsi sopravvissuti alle catture. Una realtà oggetto di forti critiche non solo delle associazioni di protezione degli animali ma anche da parte dei Carabinieri della CITES, mandati a fare un’ispezione dall’allora ministro Sergio Costa.

Secondo quanto riportato dall’organo di stampa il ministro Cingolani ha proposto all’amministrazione del Trentino la creazione di una grande area recintata per la custodia degli orsi problematici. Dichiarando che l’idea degli abbattimenti degli orsi lo faccia inorridire. Mentre saperli in questo momento rinchiusi, senza reali motivi, nel centro di Casteller in condizioni di maltrattamento non pare suscitare le stesse emozioni rispetto agli eventuali abbattimenti. Senza considerare che per un orso di cattura la prigionia possa essere anche peggiore della morte.

Io ho un background un po’ diverso anche per origine professionale. A casa ho gatti, pappagalli, cani. A me gli animali piacciono moltissimo, ma mi rendo conto che in questi casi trovare un equilibrio fra la salvaguardia dell’animale, che ha diritto alla sua libertà, e la sicurezza delle persone è molto complesso. Mi dicevano al mio Dipartimento che la soluzione che è stata trovata è buona, quindi spero che sia buona. Io penso che la prima cosa è garantire che non ci siano rischi per le persone. Dall’altra, però, anche agli animali va creato un habitat più ampio dove siano liberi di muoversi, ma con la sicurezza per noi bipedi che ci viviamo intorno.

Dichiarazioni attribuite al ministro Roberto Cingolani pubblicate sull’Adige nell’articolo linkato.

Prima di progettare nuovi centri di detenzione sarebbe molto meglio investire in prevenzione

Se si vogliono trovare dei rimedi efficaci occorre modificare le politiche, considerando che quelle attuali hanno dato cattivi risultati. Senza essere riuscite a incidere sul problema. Sarebbe quindi necessario creare una to do list, basata sulle priorità reali e non su quelle elettorali. La prima delle quali è la messa in sicurezza dei rifiuti su tutto il territorio frequentato dagli orsi, con una zona di rispetto di almeno una decina di chilometri. Il secondo punto da attuare è la creazione di corridoi faunistici sicuri, per consentire alla fauna di potersi spostare. Il terzo e non meno importante sono le campagne di informazione, che devono essere efficaci e capillari.

Tutti sanno che nel progetto originario gli orsi liberati in Trentino avrebbero dovuto ripopolare l’intero arco alpino. Un’ipotesi che è restata tale anche per l’assenza dei corridoi faunistici. Un progetto dovrebbe prima attuare le necessità preliminari e, solo dopo averlo fatto, dovrebbe essere avviato. Per evitare che tutte le attività non portate a termine rappresentino un ostacolo insormontabile all’effettiva realizzazione, nonostante i molti fondi impegnati dalla Comunità Europea e, dunque, dalla collettività. Ma così non è stato.

Gli errori di percorso costituiscono una mina difficile da disinnescare, capace di far saltare in aria tutti i progetti di tutela ambientale e faunistica. Se riusciremo a comprendere gli errori del passato, chiamandoli con il loro nome, avremo migliori possibilità di non ripeterli in futuro. Gestendo i progetti di convivenza secondo modalità realistiche e possibili.

Abbattimento lupi al via in Trentino Alto Adige: la nuova strada delle province autonome per la gestione dei carnivori

Abbattimento lupi Trentino Alto Adige

Abbattimento lupi al via in Trentino Alto Adige, già partita la richiesta di parere a ISPRA. Le due province autonome ritornano all’attacco di lupi e orsi, che in caso creino problemi alla popolazione, potranno essere uccisi. Almeno secondo i piani delle due amministrazioni, forti di un’autonomia che su alcuni temi dovrebbe essere rivista. Una strada non nuova quella che cercano di attuare le due amministrazioni, che era stata già tentata nel 2018.

Cani falchi tigri e trafficanti

Trento e Bolzano invocano le misure previste dalla Direttiva Habitat, che prevede l’abbattimento di singoli animali “problematici”, qualora non sussistano alternative valide. Come la rimozione che è stata attuata per imprigionare gli orsi a Casteller. Su questo argomento le due amministrazioni, che si sostengono a vicenda su questi temi, suonano come un disco rotto. Riproponendo sempre la stessa musica, senza varianti.

Inutile ripercorrere le tappe delle precedenti decisioni o il dramma della cattività infame degli orsi a Casteller. Non sembrano possibili spiragli di ragionamento, aperture a una diversa modalità di gestione. Da questa strada, tracciata da tempo, le amministrazioni non si spostano, ampiamente sostenute da cacciatori e agricoltori. A costo di essere condannate, osteggiate e di finire sui giornali di mezzo mondo. Granitiche, immobili e sorde.

Abbattimento lupi al via in Trentino Alto Adige: l’ennesima provocazione o la sensazione che si sia aperta una breccia?

Difficile non pensare alle motivazioni temporali di questa decisione, illustrata nei dettagli in un comunicato stampa congiunto che il giornale L’Adige ha ripreso senza troppe modifiche. Le nuove linee guida sulla gestione dei grandi carnivori, pensate e approvate d’intesa fra Trento e Bolzano, probabilmente erano già pronte? Tenute in un cassetto in attesa che mutassero le condizioni politiche? Non lo si può dire con certezza, ma è certo che il ministro Costa non abbia nemmeno fatto a tempo a chiudere la porta, a causa dell’avvicendamento del governo, che già le richieste di parere a ISPRA sul piano di gestione erano pronte per essere inoltrate.

Eppure si continua a sostenere che devono essere riviste le politiche di gestione della fauna, il nostro rapporto con il mondo selvatico. Rimodulando completamente il modo di fare agricoltura, allevamento e l’utilizzo degli ambienti naturali, secondo un principio di condivisione, ben diverso da quello di occupazione. Ma siamo sicuri che la politica abbia davvero compreso il messaggio che gli ha trasmesso la scienza? Che davvero voglia attuare scelte diverse dal passato, più rispettose e compatibili?

La risposta, nel migliore dei casi, è incerta ma questa attesa sicuramente preoccupa. In un paese che ha scelto, con un colpo di spugna, di cancellare il Ministero dell’Ambiente. Apparentemente per avere la possibilità di fare di più e meglio, unendo gli sforzi in un’unica direzione con il Ministero per la Transizione Ecologica. Un ministero monstre che accorpa molte competenze, dando potere di indirizzo a un manager con grandi capacità sul fronte tecnologico, ma con scarse conoscenze su quello ambientale. Con particolare riferimento alla tutela dell’ambiente non solo sotto il profilo del cambiamento climatico, ma anche della difesa della biodiversità e della tutela degli animali.

La squadra che all’Ambiente aveva lavorato con il ministro Costa è stata (pare) integralmente cambiata

Una scelta che va chiaramente in una direzione di discontinuità, tanto che risulterebbe che ai vertici dei settori siano stati rimessi gli uomini del ministro precedente: Gian Luca Galletti. Un nome la cui rievocazione fa accapponare ancora la pelle a chi si occupa da tempo di ambiente e di diritti degli animali. Un politico giudicato da moltissimi come il peggior ministro dell’Ambiente dalla data della sua istituzione, nel lontano 1986. Un giudizio soggettivo, ma motivato da una serie di posizioni, come quella di consentire il nuoto con i delfini nei delfinari.

Se l’ipotesi che le scelte fatte dal Trentino Alto Adige fossero motivate da questo cambiamento di passo ci sarebbe molto di cui preoccuparsi. Questa certezza forse non l’avremo mai, ma il fatto che questo nuovo ministero non convinca molti è di dominio pubblico. Saremo ovviamente tutti pronti a ricrederci quando sentiremo il ministro Roberto Cingolani prendere posizioni nette anche su questi argomenti, ma per il momento restano molte perplessità.

Il momento è importante e le scelte fatte ora andranno a impattare in modo molto forte sul futuro del nostro paese, che già è in una situazione di grosso stress ambientale. Se è vero infatti che abbiamo molte aree protette è altrettanto vero che la nostra gestione del capitale naturale non può essere un grande esempio di lungimiranza. Avendo sempre scelto di abdicare alla tutela dell’ambiente rispetto a scelte più vantaggiose, seppur molto miopi, per l’economia e la finanza. La vicenda dell’ILVA di Taranto, solo per fare un esempio, avrebbe dovuto insegnarci da tempo qualcosa.

Il Ministero della Transizione Ecologica riuscirà a guardare oltre il confine, pensando anche al giaguaro?

Ministero della Transizione Ecologica

Il Ministero della Transizione Ecologica dovrebbe occuparsi di tutto quanto riguarda la difesa dell’ambiente. Un panorama ampio che va dalla tutela degli ecosistemi, al contrasto al commercio illegale di specie protette, ai cambiamenti climatici e all’energia rinnovabile. Una sintesi che già per quanto ampia risulta essere già molto riduttiva, in quanto il problema è planetario e anche l’Italia è chiamata a dare il suo contributo.

Cani falchi tigri e trafficanti

Per questo motivo mi chiedo se il neo ministro Roberto Cingolani, figura assolutamente di primo piano e di grande valore, intenda però occuparsi anche di salvaguardare il giaguaro. Il grande felino che era il re del Pantanal, una zona umida che per gran parte si trova in Brasile. O forse sarebbe meglio dire “si trovava” perché a seguito dell’intervento umano sta scomparendo. Per colpa di deforestazione, agricoltura e allevamenti di animali da carne.

La domanda sorge spontanea dopo aver letto su Repubblica, con la quale collaborava alla sezione Green & Blue, quelli che secondo il ministro sono i punti importanti per il cambiamento. E lo sono sicuramente. Ma pur prevendo le necessarie azioni contro i cambiamenti climatici non sembrano volersi occupare del giaguaro del Pantanal. Che certo sarebbe aiutato dalla decarbonizzazione, attività fondamentale per contrastare l’innalzamento delle temperature planetarie. Contrastando tutti i gas serra prodotti in larga parte dalle energie fossili e da altre attività umane. Ma il condizionale è d’obbligo parlando del giaguaro, perché la sua specie potrebbe non arrivare a vedere il cambiamento.

Il Ministero della Transizione Ecologica deve vedere il pianeta e le attività umane come un problema unico e complesso

I sei punti che oggi sono pubblicati da Repubblica, costituiti da articoli non ancora pubblicati dal manager ora ministro, sono più che condivisibili. Ma hanno contribuito ad acuire il mio dubbio, quello che avevo già espresso nell’articolo in cui parlavo dell’accorpamento dei dicasteri. L’impressione, che spero sia fortemente sbagliata, è che tutto ruoti intorno alla tecnologia, alla transizione energetica e a una generica maggior attenzione verso il pianeta.

Non una parola viene su una delle cause principali di questo stato di cose: un consumo di carne smodato che comporta uno sfruttamento scriteriato dell’ambiente. In particolare delle foreste e delle aree naturali, che sono messe sotto pressione prima dal pascolo e poi dall’agricoltura estensiva, che serve a alimentare gli allevamenti. Il ciclo l’ha illustrato molto bene, poco tempo fa, la trasmissione Presa Diretta, che ha fatto vedere come il comparto “allevamenti” si stia mangiando l’Amazzonia.

Guardatela, se ve la siete persa questa trasmissione e capirete perché sia preoccupato per il giaguaro del Pantanal, per se e per tutta la biodiversità che vive in quell’area. Fondamentale per il pianeta, anche se l’uomo sembra che ancora non abbia capito quanto sia importante ridurre drasticamente le proteine animali. In attesa che la carne sintetica, oramai molto vicina a essere una realtà, la soppianti per sempre. Sarebbe meglio prevenire ora, che curare poi, quando il danno sarà stato compiuto.

Occorre avere coraggio e contrastare l’economia di rapina: quella che affama gli uomini, fa patire gli animali, distrugge l’ambiente

L’Europa, Italia compresa, è una grande importatrice di carne proveniente dal Sud America, ma anche di quella soia che viene coltivata dove una volta c’era la foresta. Facendo spostare i pascoli sempre più all’interno dell’Amazzonia, contribuendo alla sua distruzione. Tonnellate e tonnellate di soia che dai porti del Brasile arrivano in Italia, passando per i porti europei, per alimentare gli animali dei nostri allevamenti. Proprio quella che si potrebbe definire una scelta intelligente e a filiera corta.

Sono convinto che il ministro sarà una risorsa per quanto concerne tecnologia e energie rinnovabili, ma resto perplesso, come il giaguaro, sul resto del programma (quello che manca). Sulla tutela dell’ambiente che significa davvero cambiamento, perché se continueremo a entrare in foresta saranno le pandemie a distruggere l’uomo, non viceversa. Ma gli scienziati che lo affermano sono sempre rimasti inascoltati.

Ministro Cingolani dia agli italiani che sono davvero preoccupati per la tutela ambientale un segno. Inserisca quel grande pezzo che manca che riguarda le proteine animali, l’educazione ambientale e magari lo faccia con un attimo di attenzione alla sofferenza degli esseri viventi. Lei che viene dalla robotica sa sicuramente come si possano fare meraviglie, vigilando con la tecnologia, impedendo che il nostro unico pianeta sia sottoposto, ancora una volta, a uno stress che potrebbe non reggere più.