COP26: deforestazione e carbone rischiano di seppellire non solo le buone intenzioni ma anche il futuro dei giovani

COP26 deforestazione carbone

Cop26 su deforestazione e carbone: le tempistiche annunciate sono incompatibili con la necessità di salvare il futuro dei giovani. Dieci anni per smettere di deforestare e quaranta per arrivare alla piena rinuncia del carbone sono tempistiche irreali. Incompatibili con le necessità ambientali della Terra, con la nostra sopravvivenza, con il buon senso. Calcolando anche che normalmente le promesse fatte su tempi dichiarati difficilmente si realizzano. Non è successo in passato e, con queste premesse non succederà in futuro.

Il consumo di suolo e di foresta ha già superato la soglia di guardia, ma sembra che solo pochi se ne accorgano. E sono i più giovani, quelli che stiamo costringendo a capire che per sopravvivere dovranno seppellirci. Prima che il nostro capolavoro trovi compimento, perché sotto il profilo del disastro è stato davvero incredibile riuscire a compiere in un solo secolo una devastazione di queste proporzioni. La nostra generazione non è credibile, o forse più semplicemente non è mai stata credibile.

Era la generazione degli ideali, delle battaglie per l’ambiente, per la giustizia planetaria, quella che pensava di poter risolvere i mali del mondo. Eppure quegli stessi che sfilavano nelle vie e nelle piazze d’Europa hanno contribuito, con azioni ed omissioni, a mangiarsi il pianeta. A divorare a grandi bocconi il futuro dei giovani di oggi. Per miopia o per ingordigia, perché tanto se cambia il giudizio morale non cambia il risultato pratico. Pochi hanno guadagnato moltissimo, a moltissimi è stata regalata l’illusione del benessere, del consumo, del potere d’acquisto. Abbiamo trasformato le persone in consumatori e gli animali in prodotti.

Cop26 deforestazione e carbone restano le due ferite più dolorose, cosparse con il sale dell’incapacità di guidare il cambiamento

Ha ragione Greta Thunberg a dire che nei palazzi di Glasgow non ci sono i leader, i leader sono loro che stanno popolando le strade. Con la loro urgenza, con l’impossibilità di rassegnarsi davanti al bla bla bla della politica. Pensare che Cina e India possano vedere come punto di arrivo per la decarbonizzazione il 2050 o il 2070 è un arrogante follia, di chi guarda all’oggi e fa i calcoli con la sua economia e con la sua sopravvivenza politica. Abbiamo fatto diventare la Cina la fabbrica del mondo, infischiandocene beatamente dei diritti umani, scherzando incoscientemente sull’effetto farfalla.

Oggi questi paesi ci presentano il conto, non solo a noi ma a tutti i giovani del pianeta. Irridendoci perché come ha fatto presente l’India, e nemmeno tanto sommessamente, ci sono decine di migliaia di aziende europee che hanno delocalizzato, portando in India le produzioni. Fantastico no? Il miraggio era rappresentato dal basso prezzo, meno paghi e meglio è, poi aiutiamoli a inquinare a casa loro. Pazienza se lo faranno con i rifiuti nostri, con le nostre tecnologie, apprendendo non solo le tecniche ma anche l’arroganza occidentale.

Oggi siamo diventati devastatori schizofrenici, un’abbinata pericolosissima. Unendo tutto e il contrario di tutti, facendoci i complimenti per gli obiettivi futuri e seppellendo, o cercando di farlo, i fallimenti degli obiettivi passati. Raccontando ai giovani, sempre più increduli e arrabbiati, che stiamo facendo molto: per esempio pianteremo un sacco di alberi, ma fermeremo la deforestazione solo (forse) nel 2030. L’apoteosi di tutto e il suo contrario, l’abbattimento lento e sofferto della logica della tutela ambientale.

Le foreste esistenti sono la perfezione, le piantumazioni che si realizzeranno saranno dei goffi tentativi di imitazione di ecosistemi esistenti

Abbiamo ecosistemi perfetti, che per millenni hanno garantito equilibrio e biodiversità. Le foreste sono un capolavoro che nessun ingegnere riuscirebbe a replicare in toto, pensando di piantare alberi. Certo gli alberi sequestrano la CO2, ma queste idee sequestrano irrimediabilmente la nostra intelligenza, sempre in bilico fra affari, convenienze e sindrome del dio creatore. L’uomo che tutto sa, che tutto può. Eppure noi continuiamo a distruggere ecosistemi perfetti per ricrearne artificialmente altri che saranno imperfetti. Almeno sino a quando non sfuggiranno al nostro controllo.

Devastiamo la foresta per farne pascolo o per coltivare soia per allevare animali che il pascolo, purtroppo per loro, non lo hanno mai visto e non lo vedranno mai. Eppure di allevamenti intensivi, di agricoltura estensiva si parla sempre troppo poco, non si racconta realmente al mondo che questi due argomenti sono un gran parte del nocciolo dei problemi: delle emissioni e delle devastazioni ambientali. Che si completano accompagnandole alle energie fossili, che inquinano e producono gas clima alteranti.

Quindi l’Europa si batte per fermare la deforestazione, ma incentiva gli allevamenti intensivi, deforesta o lascia deforestare per produrre enormi quantitativi di soia destinati ad alimentare gli animali. che a loro volta emettono gas clima alteranti, inquinano, sono maltrattati, soffrono e fanno una vita da girone dantesco. Sembra di leggere un brutto romanzo horror e per questo i giovani dovranno seppellirci, non solo prima o poi fisicamente, ma ora, subito, politicamente.

La rivoluzione verde sarà realtà, modificando il nostro modo di vivere o rappresenterà un’occasione persa?

rivoluzione verde sarà realtà

La rivoluzione verde sarà realtà in un prossimo futuro o resterà l’ennesima promessa non mantenuta? Se questo interrogativo è nei pensieri di moltissimi abitanti del pianeta, resta inciso nella pietra in un paese come il nostro. Dove la politica sembra essere sempre più distante dai bisogni e dalle richieste dei cittadini. Difficile non chiedersi come verranno spesi i quasi 70 miliardi di euro stanziati per la rivoluzione verde. Difficile, pur leggendolo attentamente, capire nella bozza del Recovery Plan cosa succederà davvero.

cani falchi tigri e trafficanti

Possiamo però partire da quello che pare proprio che non succederà: per esempio non verranno smontati gli allevamenti intensivi, non verrà disincentivato il consumo di carne. Eppure proprio su questi due problemi ruota una parte consistente della questione ambientale. E infatti se continuiamo a considerare le proteine animali come la fonte alimentare primaria siamo lontani dall’obiettivo fissato. Deforestazione e sottrazione di territorio agli animali selvatici sono il cuore del problema. Un cuore che nessuno sembra però voler vedere e che ha negli allevamenti di animali il suo centro pulsante.

Non basterà il passaggio alle energie rinnovabili a risolvere. Sarà un tassello fondamentale del cambiamento, ma da solo non potrà cambiare certo l’intero quadro. Se continuiamo a distruggere l’ambiente e a perdere biodiversità non riusciremo a aumentare la tanto declamata resilienza del pianeta. La vita sulla Terra esiste grazie a un fitto reticolo di esseri viventi, che operano in sinergia. Ma noi, se lo volessimo paragonare a una fabbrica, continuiamo a ampliare lo stabilimento, ma uccidiamo gli operai. Un comportamento suicida.

Se la rivoluzione verde sarà realtà dovranno esserci molti e drastici cambiamenti, impossibili governare a forza di compromessi

Non servirà la dialettica a cambiare il corso delle cose, ma bensì il coraggio di voler affrontare la realtà. Il coraggio di affrontare verità scomode, come ad esempio le cause dell’alterazione climatica e ambientale. In questi giorni si sta parlando della necessità di tutelare un terzo delle terre emerse e dei mari, per interrompere la costante e drammatica perdita di biodiversità. Non solo in termini di specie che si andranno a estinguere, ma anche in termini di biomassa. Un parametro che serve a misurare le consistenze delle varie forme di vita sul pianeta.

Secondo una recente ricerca condotta da alcuni scienziati in Germania, che hanno indagato ben 76 aree protette del paese il calo degli insetti è stato drammatico. Anche in aree tutelate, come quelle esaminate, nel corso degli ultimi 27 anni si è raggiunta una perdita di insetti volanti del 76%. Un enormità, che arriva a punte dell’82% alla metà dell’estate. Eppure gli insetti volanti sono importantissimi per la biodiversità, ma troppo piccoli per diventare iconici come un elefante o un orso polare.

Meno insetti significa minor impollinazione, ma anche una drastica riduzione delle fonti alimentari per gli uccelli insettivori. Con conseguente diminuzione del loro numero. Dobbiamo abituarci a pensare la vita sul pianeta come un filo di perle, di rara bellezza ma molto delicato. Se il filo si rompe si spezza l’equilibrio, si alterano gli ecosistemi, si modifica il pianeta.

La biodiversità è indivisibile e anche il comportamento degli Stati mondiali deve quindi andare in un’unica direzione

Le politiche ambientali dovrebbero avere un’identità planetaria, che coinvolga tutti i paesi per poter arrivare a un risultato. Inutile parlare di economia circolare in Europa, se poi invadiamo l’Africa di rifiuti elettronici che non riusciamo a smaltire. La circolarità non prevede certo di andare a buttare la spazzatura a casa d’altri, in paesi poveri di mezzi, per mille motivi fra i quali una corruzione dilagante, ma ricchi di biodiversità. Che avremmo il dovere di tutelare dopo averli per secoli resi oggetto di un’economia di rapina.

Tornando al nostro paese fa tremare le vene dei polsi pensare che questa classe politica, guardandola a 360°, abbia in mano così tante risorse, ma così poca lungimiranza. Accompagnata da una scarsa propensione a perseguire gli interessi dei cittadini, a comprendere che in momenti come questi in una famiglia sana ci si stringe fianco a fianco, non si litiga su ogni argomento. Cercando di realizzare progetti che siano davvero capaci di cambiare e di difendere uno dei paesi più belli del mondo, devastato nei decenni da un impoverimento non solo economico ma culturale.

Un’Italia distrutta da quell’assenza di visione che ci ha portato, ancora una volta, ai confini di un baratro che in tempi di pandemia non avremmo voluto raggiungere. Per rispetto dei morti, per i sacrifici dei vivi, per le difficoltà di chi non sa più come mantenere la famiglia e per il dovere di trasmettere un mondo diverso alle generazioni future. Alle quali stiamo chiedendo enormi sacrifici, senza essere capaci di creare almeno uguali vantaggi per il loro domani. Una cosa che ogni tanto fa vergognare, purtroppo, di essere italiani. E spiace davvero dirlo!

Oceani e Animali Straordinari: due grandi libri destinati ai ragazzi curiosi di scoprire la natura

Oceani e Animali Straordinari

Oceani e Animali Straordinari sono i due grandi libri editi da Fabbri e destinati a un pubblico giovane, interessato a conoscere le tante meraviglie del nostro pianeta. I libri sono stati scritti da Dunhia Rahwan, giornalista scientifica, divulgatrice, conduttrice radiofonica per Radio DJ con Paolo Menegatti. Ma anche molto altro ancora che potrete vedere cercando il suo profilo in rete. Le illustrazioni, accattivanti e fresche, sono di Ilaria Facciotti per Il grande libro degli Oceani. Non meno belle sono quelle de Il grande libro degli animali straordinari, realizzate da Paola Formica.

cai falchi tigri e trafficanti

I libri illustrati rappresentano, dal mio punto di vista, le chiavi per entrare nella nostra casa comune, tanto malandata in questo periodo, attraverso testi semplici e disegni. Strumenti narrativi che servono a far conoscere in modo molto intuitivo le tantissime varietà di animali e di ambienti, le curiosità e le particolarità di ognuna delle specie trattate. Portando il giovane lettore a comprendere il senso della parola biodiversità, mostrando come in natura nulla sia uguale e niente sia immutabile.

Sapete dell’esistenza della termite bussola, capace di costruire nidi di fango alti sino a tre metri nei quali possono vivere colonie formate da un numero incredibili di questi insetti, fino a 3 milioni di loro? Per caso siete a conoscenza del fatto che alcuni animali, come i wallaby della Tasmania possono drogarsi, mangiando i fiori del papavero da oppio sino a svenire? Ma questi sono solo piccoli esempi di quanto sia vario e meraviglioso l’ambiente e i suoi abitanti.

Il Grande libro degli Oceani e quello degli Animali Straordinari raccontano alcune meraviglie del pianeta

Ho letto questi due volumi parola per parola, avendo contribuito per Fabbri alla loro revisione, e vi posso garantire che meritano di essere regalati. Ogni libro ben fatto che parla di natura stimola la conoscenza: lo strumento più potente che porta al cambiamento. Saranno proprio i giovanissimi di oggi che dovranno in futuro occuparsi dei disastri fatti dagli adulti. Per questo è importante che diventino adulti attenti e consapevoli. Innamorati di tutte le forme di vita che compongono il pianeta e animati dalla volontà di difenderli.

Iniziate a parlare di ambiente e della necessità di difenderlo da quando i bimbi sono in grado di capire. Per poi interessarli a letture che possano essere non solo divertenti, ma anche educative. In questo modo l’attenzione sarà un comportamento naturale, che crescerà prima grazie alla curiosità e poi con la conoscenza. In un periodo in cui, per nostra responsabilità, il mondo è flagellato da virus che gli uomini sono andati a stanare, questi volumi possono rappresentare un messaggio positivo. Per far comprendere la necessità di tutelare l’ambiente e gli animali che, alla fine, vuol dire tutelare il futuro della nostra specie sulla Terra.

Fabbri Editori – rilegati con illustrazioni a colori – 14,90 euro

E’ arrivato lo sciacallo dorato in tutto il nord Italia: gli animali non conoscono frontiere

arrivato lo sciacallo dorato
Foto di repertorio – Sciacallo spp

E’ arrivato lo sciacallo dorato oramai in tutto il nord Italia, un’espansione territoriale annunciata, con individui pionieri che erano già entrati dalla zona del Carso. Gli animali, si sa, non conoscono le frontiere nazionali ma solo le opportunità che gli sono riconosciute con l’espansione degli spazi vitali. Colonizzare territori idonei ad accoglierli è una delle necessità primarie perché una specie possa avere successo, riprodursi senza entrare in competizione.

Lo sciacallo dorato è un piccolo carnivoro, pesa intorno ai dodici, tredici chilogrammi e non lo si può nemmeno definire in senso stretto un predatore. Infatti la dieta dello sciacallo è più simile a quella della volpe nutrendosi di carogne, piccoli animali, frutta e, per taglia e abitudine, non rappresenterà un pericolo per gli animali allevati al pascolo. Quindi non dovrebbe trovare quantomeno l’ostilità del mondo agricolo. Che potrebbe vederlo addirittura come un utile regolatore della popolazione di nutrie sul territorio.

Diverso problema ci sarà certamente con il mondo venatorio, che vedrà lo sciacallo, al pari della volpe, come un avversario sulle prede come fagiani, starne e lepri. Un mondo oramai fuori dal tempo quello dei cacciatori, che si dipingono come custodi della natura, ma poi dimostrano di non conoscere l’importanza dei predatori. Quantomeno, di non volerla riconoscere per interessi di carniere.

L’arrivo dello sciacallo dorato è visto come del tutto normale dai naturalisti

Le colonizzazioni naturali, non generate da cause umane, ci sono sempre state e sempre ci saranno perché fanno parte della normale evoluzione degli equilibri ambientali sul pianeta. Altrettanto non si può dire quando alcune specie si insedino sui territori perché liberate/scappate dall’uomo. Oppure arrivino a causa di alterazioni dei territori, come è avvenuto con il raddoppio del canale di Suez.

Ma l’arrivo e l’insediamento dello sciacallo dorato è un fatto naturale, iniziato intorno alla metà degli anni ottanta del secolo scorso. Poi con il tempo lo sciacallo ha esplorato nuovi territori, trovando nuovi ecosistemi da occupare. Con l’intelligenza dei canidi e anche con il loro opportunismo, con una capacità di adattamento che questi splendidi animali in fondo un po’ condividono con l’uomo. Forse questa è stata la chiave iniziale del legame, che purtroppo non ha saputo, per nostra colpa, mantenere la base di rispetto sulla quale era stata costruita.

Video incorporato dalla pagina FB “Misteri e meraviglie del Carso” contravvenendo però a un principio etico della fotografia naturalistica, in quanto le pozzanghere sono state create dal fotografo, secondo quanto indicato nello stesso post.

La natura va osservata cercando di capirne le dinamiche: maggiore attenzione umana porta a una tutela degli habitat

Cercare di osservare e capire le dinamiche naturali attiva un meccanismo di conoscenza che crea attenzione. Capire i complessi equilibri naturali porta vedere gli ecosistemi come insiemi interconnessi, incapaci di vivere in modo armonico se privati di uno o più componenti. Oggi, poi, le possibilità di osservare si sono ampliate grazie anche alla tecnologia. Ma per contro sono aumentate anche le capacità distruttive. Sempre per ragioni legate alla tecnologia, ma anche alla sconsiderata ingordigia umana.

Eppure gli animali non si preoccupano di quanto voglia distruggere l’uomo, di quanto territorio occupi. Se si creano le condizioni, se ci sono corridoi faunistici che assicurino il loro spostamento ci saranno sempre esploratori. La vita sul pianeta non si arresta per i comportamenti umani, specie nelle specie meno specializzate e più opportuniste. Quelle che possono contare più sulla loro versatilità che su un ambiente incontaminato. Sfruttando le nostre debolezze, come ad esempio la pessima gestione che abbiamo dei rifiuti: una caratteristica che ha reso città apparentemente inospitali come dei giganteschi fast food per gli animali.

Noi animali umani dobbiamo osservare di più, riflettere, capire quali siano gli sbagli insiti nei nostri comportamenti. Se lo avessimo fatto per tempo non avremmo in meno di settant’anni trasformato completamente il mondo naturale. Eliminando quella separazione che costituiva un cuscinetto indispensabile per la salute dell’ecosistema Terra, ma anche per la nostra salute. Non deve stupire quindi arrivino gli sciacalli. Ciò che deve stupire è la nostra presunzione arrogante e ignorante che ci ha fatto alterare ogni equilibrio naturale.

Caccia aperta e pace finita in campagna: per mesi la natura non è più un bene collettivo

Caccia aperta e pace finita

Caccia aperta e pace finita dal 20 settembre alla fine di gennaio: lo Stato consegna la fruizione di una gran parte delle aree naturali ai cacciatori. Che quest’anno non potranno certo dimenticarsi dei loro sostenitori politici visto che l’apertura della caccia coincide con il giorno delle elezioni. I cacciatori sono sempre meno, ma appare evidente che contino più di quanti a caccia non vanno.

Il potere, anzi lo strapotere, di determinate categorie è dovuto in fondo non tanto ai numeri di ognuna, ma alle sinergie che sono state costruite. Cacciatori e agricoltori sono due categorie che spesso hanno interessi comuni, che uniti a quelli dell’indotto armiero e venatorio, costituiscono un grande potere. Economico, elettorale e di conseguenza politico. Tanto da costringere la politica a scendere a patti. Penalizzando la maggioranza degli italiani, meno coesi su fronti comuni.

Se noi pensiamo, analizzando la questione venatoria solo alle scorribande nelle campagne, rischiamo di perdere il senso della realtà. Ma anche di non essere in grado di mettere in campo strategie che vadano a spezzare i fondamentali di queste alleanze. Anelli di una catena fatti di favori reciproci, di voti e veti incrociati che fanno sì che la situazione resti immutata nel tempo.

Caccia aperta e pace finita per animali e cittadini, anche se in realtà la guerra con il mondo naturale non chiude mai

Occorre chiedersi come mai agricoltori e cacciatori siano così coesi e come mai, ad esempio, non si metta mai in dubbio la validità della gestione faunistica fatta con le doppiette. Dopo decenni di fallimenti nella gestione della fauna e dopo altrettanto tempo in cui i cacciatori non sono stati la soluzione ma la causa dei problemi. Lo dimostrano le immissioni dei cinghiali balcanici, più prolifici e grandi di quelli italiani, o quelle della fauna alloctona. Come le minilepri, il colino della Virginia e gli stessi fagiani.

Animali che non avrebbero dovuto essere introdotti in natura, cosa invece avvenuta nel corso di pochi decenni, con la sola esclusione del fagiano, che vanta millenni di colonizzazione del nostro paese. Animali che poi si pretenderebbe di eradicare (dopo avercele messe) dal territorio come avviene con le minilepri. In fondo fallimenti e abusi sono sempre stati tollerati, per due ragioni. Una economica e una dovuta al costante tamponamento dei problemi causati dalle specie che creano danni all’agricoltura.

Nutrie, piccioni, cinghiali, caprioli e altre specie sono costantemente oggetto di abbattimenti controllati perché sono troppi. Recentemente la sola Lombardia ha “regalato” a meno di 700 cacciatori ben 20.000 piccioni, da abbattere durante la stagione della caccia. Un contentino per gli agricoltori, che possono integrare questa quota con quelle già previsti dai piani provinciali. Senza preoccuparsi di mettere in atto misure che non agevolino riproduzione e alimentazione dei colombi negli allevamenti.

Parlare di strapotere dei cacciatori limita l’orizzonte di un problema più ampio, da analizzare con cura

La gestione faunistica a colpi di fucile non ha risolto un solo problema negli ultimi decenni, mentre ne ha creati davvero tanti. A cominciare dall’inquinamento causato da tonnellate di piombo che ogni hanno sono sputate dai fucili nell’ambiente. Per non parlare del bracconaggio, dei maltrattamenti agli animali vivi usati come richiamo e a pratiche decisamente poco ortodosse. Grazie anche a una normativa che prevede sanzioni ridicole per chi sbaglia la mira. Spesso centrando anche ignari cittadini o compagni di battute di caccia.

Per cambiare la situazione bisognerebbe iniziare guardare la natura come un unico ecosistema, tenuto in equilibrio da meccanismi delicati che noi abbiamo stravolto. Non vogliamo i grandi carnivori, per qualche predazione sul bestiame, ma poi chiediamo ai cacciatori di far strage di ungulati in quanto troppi. Mentre se la selezione fosse fatta dai lupi avremmo già risolto il problema, in modo del tutto naturale.

Quindi non bisogna dire che i cacciatori hanno tutte le colpe: come il ragno hanno tessuto una tela perfetta di alleanze. Che nemmeno il buonsenso riesce a sgretolare, perché fino ad oggi l’etica è stato un valore morale, ma l’economia una realtà sostanziale. Alla quale abbiamo permesso di avvelenare i pozzi, di condizionare le scelte della politica e di divorare sempre più natura. Facendo finta di non vedere che questa economia è gestita da meno persone di quelle che starebbero a bordo di una nave da crociera. E intanto, la nave pianeta, piano piano affonda.

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