Lasciamo ruggire i leoni veri

lasciamo ruggire i leoni veri

Lasciamo ruggire i leoni veri, nella savana, e togliamo lo spazio ai leoni da tastiera, che stanno rendendo i social un ring anche quando difendono i diritti degli animali, delle categorie fragili umane.

La prima preoccupazione di chi vuole comunicare un concetto deve essere la possibilità reale di farsi comprendere, di suscitare attenzione, di convincere. Al di là del soggetto o dell’argomento. Urlare nasconde solo la debolezza del pensiero, la carenza di motivazioni ma anche la monolitica quanto irritante certezza di credersi depositari dell’unica verità.

Così facendo, parafrasando una fortunata trasmissione della RAI, il ruggito del leone si trasforma nel ruggito del coniglioche proprio per la sua improbabile connotazione contribuisce solo a rendere ridicolo anche l’argomento più serio. Questa sindrome che affligge il leone da tastiera sta dilagando e con lei il bullismo, anzi il cyberbullismo, che connota il comportamento di molti frequentatori dei social, contribuendo a rendere la rete un posto meno accogliente e sicuramente creando un danno a quanti vorrebbero poter discutere, capire, crescere, farsi un’opinione o darla.

Scrivo di animali cercando sempre di proporre un angolo di visione e con il tempo, forse, chi frequenta le mie pagine lo ha fatto proprio apprezzando la tranquillità d’esposizione, la possibilità di leggere di diritti, animali e talvolta umani, senza eccessi, senza insulti. Chi non è stato corretto è stato cancellato, prima, bloccato e segnalato poi se il primo ammonimento non era stato sufficiente. Senza polemiche, inutili.

Ma navigando leggo invece persone che difendono o pensano di difendere i diritti degli animali augurando la morte a tutti quelli che non la pensano come loro, invocando estinzioni di massa, punizioni divine e sofferenze atroci, riducendo purtroppo l’animal advocacy, la tutela dei diritti animali, più a un problema psicologico, quando non psichiatrico, che non a un’attività degna di attenzione.

Così sull’altro fronte – gli esaltati, si sa, sono ubiqui più delle spore del tetano – gli insulti si sprecano con scontri all’ultimo tasto che sono da ospedale psichiatrico. Tutto questo senza fare un solo centimetro in avanti nella contesa fra vegani e onnivori, fra cacciatori e protezionisti, fra amanti del cane di razza e paladini del basloc (il vero meticcio, il bastardo locale!). Poi tutti soddisfatti tornano negli spogliatoi fino alla prossima partita, alla prossima contesa, sempre protetti da uno schermo e da una tastiera, spesso senza metterci nemmeno la faccia nascosti da un profilo fake.

Si potrebbe anche pensare che basti non prestare attenzione, non farci caso e il problema si risolve da sé ma non è cosi purtroppo: questa aggressività contagia la rete, fa crescere nel grande mare di quanti non hanno gli animali come centro dei loro pensieri, l’idea che chi si occupa di diritti animali sia solo un estremista, un integralista, una persona esaltata che odia chi uccide le zanzare ma che, soprattutto, detesta gli uomini in genere e vorrebbe vedere la loro estinzione.

Così la curva da stadio riesce a far cadere ogni idea in scontro, ogni possibilità di incontro in una fuga e in un rigetto dai temi che toccano gli animali. Insomma alcune volte fan molto meno danno i cacciatori di certi difensori: almeno i primo riescono a raccogliere l’antipatia della maggioranza degli italiani, indipendentemente da quello che scrivono ma solo per quello che fanno. Gli animali, per contro, hanno la simpatia e l’attenzione della maggioranza della popolazione, ben più di quanta ne suscitino, giustamente, certi paladini.

Credo che una riflessione questo argomento la meriti, noi difendiamo i diritti di chi non può difendersi da solo e di quanti sono, comunque, più deboli. Non possiamo farlo con la violenza aggressiva generata dalle parole. Un po’ d’ironia talvolta aiuta. Per i diritti, contro il cyberbullismo in rete.

 

 

Persuadere sui diritti animali passa dalla capacità di comunicare

Persuadere sui diritti animali

Persuadere sui diritti animali passa dalla capacità di comunicare concetti positivi che costituiscano uno stimolo alla riflessione per chi ascolta.

Senza dover trovare per necessità un nemico, una delle modalità più sbagliate per dare una giustificazione all’aggressività verbale. Insultare e aggredire sono comportamenti che dimostrano la mancanza di argomenti per contrastare, in modo razionale, le azioni che giudichiamo negativamente.

Spesso si ha l’impressione che qualcuno creda che l’insulto abbia un reale potere punitivo nei confronti del responsabile, del nemico di turno.

Leggendo certe affermazioni è impossibile non pensare all’effetto boomerang, cioè a quanto l’insulto lanciato per liberare la rabbia o per avere un momento di affermazione verbale (più urlo, in senso figurato, più mi dimostro coraggioso) si ritorca contro chi l’ha pronunciato e questo sarebbe il minore dei mali.

Il vero rischio è quello di danneggiare organizzazioni e persone che si occupano della difesa dei diritti animali cercando di stimolare attenzioni e riflessioni e che, invece, possono venire confusi e assimilati agli haters, gli odiatori, rendendoli così invisi a una parte dell’opinione pubblica.

L’insulto è liberatorio solo per chi lo lancia ma intossica gli altri

L’ultimo bersaglio che sarà colpito dai cosiddetti effetti collaterali della violenza verbale sarà proprio il soggetto che questi odiatori professionisti e compulsivi dichiarano di voler tutelare: gli animali e l’affermazione dei loro diritti.

Per fare un esempio concreto potremmo andare a cercare sulla rete un po’ di post scritti su un veterinario piemontese, cacciatore, che dopo essere salito alla ribalta delle cronache a causa dei suoi safari in Africa, comparsi qualche mese prima, ha avuto un incidente durante una battuta di caccia sulle Alpi, dove ha trovato la morte.

Su questo incidente mortale è partita una catena infinita di commenti di plauso per il decesso, di insulti postumi (inutili), di festeggiamenti per la ritrovata giustizia. Insomma uno spettacolo triste, che non dovrebbe neanche passare per l’anticamera del cervello di chi vuol difendere i diritti dei deboli e degli oppressi.

Con questo modo di porsi, così scomposto e in fondo altrettanto violento, temo che anche persone che sono sempre state contrarie alla caccia si sentano altrettanto in contrasto con chi, in nome della stessa avversità contro il mondo venatorio, auspica che tutti i cacciatori facciano una brutta fine.

Lanciare anatemi o maledizioni non serve a cambiare il mondo

Muoiano fra atroci sofferenze e possano essere graziati solo grazie alla benevolenza di qualche divinità che potrebbe conceder loro una morte improvvisa e indolore. Le regole della comunicazione insegnano che le persone possono essere persuase più efficacemente spiegando loro i danni che la caccia produce, in Italia e non solo, piuttosto che individuando il nemico di turno per riempirlo di insulti.

Quando mi dissocio da certi comportamenti, quando dico che la riduzione del danno deve essere il primo obbiettivo, poi si potrà lavorare per arrivare a cambiamenti più importanti del comportamento collettivo, spesso vengo osteggiato dall’ala più movimentista del variegato universo dei difensori dei diritti degli animali.

Quelli che vorrebbero che l’unica possibilità fosse un mondo con pari diritti fra uomini e animali, ipotesi affascinante ma allo stato difficilmente raggiungibile.

Un mondo che non si preoccupa della sorte di un buon 50% della popolazione mondiale, che vive in condizioni di povertà e privazione, senza accesso all’acqua pulita, potrà diventare grazie a uno schiocco di dita radicalmente diverso?

Un mondo dove secondo Oxfam 62 persone detengono il 50% della ricchezza mondiale e dove l’1% della popolazione è più ricco del restante 99% potrà avere un senso di equità così sviluppato? Direi di no.

Chi si occupa di diritti degli animali deve forse comprendere come sia più importante non dare argomenti per essere trattati come fanatici da Cruciani alla trasmissioneLa zanzara” di Radio 24, piuttosto che far poi presidi sotto l’emittente per protestare contro le stupidaggini che il conduttore dice a proposito dei diritti degli animali.

Certo sentire in radio che se muore un cacciatore qualcuno gioisce perché c’è un assassino in meno in giro non aiuterà l’evoluzione dei diritti degli animali, non li farà avanzare di un solo millimetro.

Temo che questo un po’ lo sappiano molti di quelli che agitano volutamente le acque, diventando protagonisti di una violenza verbale che si auto alimenta all’interno di uno stesso gruppo ideologico. L’esatto contrario del significato del meglio costruire ponti (di comunicazione) che ergere muri (per fare i leader all’interno di perimetro molto ristretto).

Esistono persone, naturalmente in ogni contesto sociale, che hanno fatto della necessità di avere un nemico da combattere una ragione di vita ma anche, più praticamente, una modalità attraverso la quale giustificare le proprie azioni, fingendo che siano fatte per tutelare una causa, un obiettivo, un diritto mentre nella realtà sono soltanto armi di distrazione di massa.

Io credo, forse sbagliando, che l’unico mezzo per tutelare i diritti di chi ne ha meno sia quello di cercare di fornire spunti di riflessione, promuovendo la conoscenza e la crescita culturale.

Bisogna far crescere la curiosità nel voler capire le dinamiche che presiedono determinate scelte. Più importante far comprendere come viene allevato un pollo in un allevamento intensivo piuttosto che cercare di imporre a diventar vegetariani a colpi di dogmi.

Chi conosce sceglie, chi viene obbligato subisce, chi viene aggredito non ascolta alcun ragionamento.

Diritti animali versus doveri umani

diritti animali versus doveri umani

Diritti animali versus diritti umani: un equilibrio spesso difficile da raggiungere per chi sceglie di occuparsi della tutela degli animali, troppo spesso in bilico fra ragione e sentimento, fra difesa degli interessi etici dei più deboli e soddisfazione dei bisogni personali.

La tutela dei diritti degli animali passa attraverso sensibilità e empatia ma non deve fermarsi a queste preziose qualità dell’animo umano, trascurando il fatto che al centro dell’azione debbano essere posti gli animali, creando strategie e sinergie che vadano oltre all’emotività che crea il coinvolgimento.

L’amore è un sentimento nobile, ma quando non è abbinato a rispetto e strategia per l’ottenimento dell’obiettivo può portare a comportamenti controproducenti che anziché creare attenzione verso le tematiche dei diritti degli animali portano molte, troppe persone ad allontanarsene.

Ogni persona che giudica gli animalisti dei fanatici, pieni di emozioni ma senza cervello, rappresenta un piccolo allontanamento dall’obiettivo e, quando le persone sono tante a pensarlo, rappresenta un grande danno verso qualsiasi causa si voglia difendere.

Comunicare per tutelare i diritti degli animali in modo accogliente

Questo ragionamento vale per il nostro modo di comunicare ma si può trasporre anche nelle azioni concrete, spesso scoordinate e talvolta addirittura dannose nei confronti degli animali, che dovrebbero sempre essere il centro delle azioni di tutela, mai strumento di soddisfazione delle proprie necessità.

Scorrendo i social media è davvero incredibile vedere quale carica di violenza e che livello di insulti e minacce sia raggiunto in tanti post che riguardano azioni messe in atto contro gli animali, sull’uso delle pellicce o sui circhi. Qualcuno probabilmente ritiene che mettere in dubbio la moralità della mamma, del reale o presunto responsabile, possa essere risolutivo, mentre nella realtà è l’esatto contrario.

Combattere la violenza e il mancato rispetto dei diritti con altrettanta violenza, anche se soltanto verbale, serve solo a allontanare le persone che, avvicinate in modo più pacato e ragionato, potrebbero meglio comprendere che anche gli animali hanno dei diritti.

La violenza esercitata dietro lo schermo di una tastiera è vergognosa per chi afferma di voler difendere i diritti degli animali: in questo modo infatti si dimentica che il primo dovere per chi vuole difenderei diritti altrui è quello di riuscire a far comprendere ragioni e motivazioni. Che non possono essere declinate facendo uscire soltanto insulti, rabbia e aggressività.

Ritengo che il punto sia spostare l’attenzione da noi agli animali, facendo diventare loro il punto focale e non i nostri sentimenti feriti. Mettere l’obbiettivo al centro aiuta a spersonalizzare qualsiasi contesa.

Questo non vale solo per il modo di comunicare ma anche per il modo di agire: spesso l’inerzia delle istituzioni, l’assenza o la non aderenza dell’attività delle associazioni di tutela degli animali ai nostri desiderata portano a un’insoddisfazione. Che poi si canalizza nel più classico dei ragionamenti: faccio da solo che faccio meglio. Così in troppi casi questa visione anarchica porta a comportamenti dannosi e per fare un esempio comprensibile a tutti potremmo parlare delle spedizioni dei cani dal sud al nord dell’Italia.

Spesso questi trasferimenti sono fatti con logica e buon senso, in altrettanti casi i singoli volontari, più o meno coordinati fra loro, riempiono furgoni di cani alla bell’e meglio e, con le cosiddette staffette, li spediscono al nord facendogli fare viaggi in condizioni allucinanti, con adozioni impossibili, aprendo le porte a un futuro incerto per gli animali. Senza parlare di chi su questo ci lucra, comportandosi come o peggio dei trafficanti di cuccioli.

Certo l’amministrazione pubblica è troppo spesso inadempiente, può essere che le associazioni non facciano sempre quel che devono: per cambiare le cose la ricetta non è quella di “mettersi in proprio” ma bensì di lavorare per il cambiamento. Per farlo occorre essere preparati, mescolare cure e emozione con preparazione, cercare di costruire ponti con le persone.

Bisogna fare in modo che sempre più gente sia consapevole che gli animali hanno dei diritti, impegnarsi nelle associazioni per cambiare quello che non piace, ma da dentro non dall’esterno. I singoli, seppur bravi, non avranno mai la stessa forza di un gruppo organizzato, che diventa poi uno strumento di pressione, un modo per essere protagonisti di un cambiamento, facendo squadra, non giocando per soddisfare il proprio ego.

Diritti degli animali versus doveri degli uomini significa anche essere coscienti, consapevoli del fatto che non raggiungeremo mai un obbiettivo soltanto seguendo il nostro sentimento e nemmeno attraverso l’umanizzazione degli animali, l’invocata estinzione di tutti gli uomini oppure augurando atroci sofferenze ai responsabili di un atto di violenza. Il cambiamento di una società avviene soltanto attraverso una crescita culturale basata su convinzioni e non su imposizioni, dall’assimilazione di concetti e non attraverso gli strepiti di chi dice di voler difendere i diritti dei più deboli. 

La calma è la virtù dei forti e unita alla preparazione è l’unica strada per crescere e far crescere un sentimento indispensabile, che non è l’amore ma bensì il rispetto. Parola di otto lettere che indica l’attenzione verso i diritti altrui e la consapevolezza dei propri doveri.

San Francesco, Papa Francesco, gli animali

San Francesco, Papa Francesco, gli animaliSan Francesco, Papa Francesco, gli animali e le mille polemiche dopo ogni dichiarazione di un Papa che ha già detto molto sugli animali e sull’ambiente, molto più di qualsiasi suo predecessore.

Altrettanto vero è che per chi si occupa dei diritti degli animali sono sembrati stridenti con il suo messaggio le aperture verso i circensi e altre categorie, ma dobbiamo essere consapevoli che il Papa è un pastore di anime, umane, il capo spirituale, e non solo, di una chiesa che ha le sue regole che certo non possono piacere a tutti.

Non sono un fervente cattolico ma piuttosto un agnostico che ha generalmente poca inclinazione a essere accondiscendente verso la chiesa, che ho trovato troppo spesso più corrotta della nostra società laica, non foss’altro considerando gli obiettivi ambiziosi che come ogni religione si pone. Riconosco più Francesco come uomo preoccupato del suo tempo che non come Papa e per questo mi piace.

Qualcuno ha letto solo i titoli dei giornali dai quali appariva, non senza malizia rispetto al marketing,  che Francesco avesse criticato chi ama i cani e i gatti, ma non era questo, ritengo, il messaggio. Il pastore di anime, umane, ha soltanto detto che non si possono amare gli animali e poi non avere attenzione verso il vicino, verso la sofferenza degli indifesi. Non si possono amare gli animali e restare indifferenti alla sofferenza degli uomini oppure arrivare addirittura a sostenere di detestare la razza umana. Sono forse i paradossi di questo tempo, quelli che voleva stigmatizzare Bergoglio. Su questo ho letto molte analisi e dichiarazioni e quelle più equilibrate sostenevano che l’attenzione verso coloro che soffrono debba essere a 360 gradi, riguardare uomini e animali uniti in uno stesso cammino. Sostengo, da sempre, che non si può invocare il rispetto per gli animali dimostrandosi incapaci di applicare lo stesso rispetto agli uomini, senza distinzione di colore della pelle, sesso o religione. Non si possono difendere gli animali e contemporaneamente essere razzisti, così come non si può pretendere che il Papa dica quello che direbbe il presidente di un’associazione protezionistica.

Temo che il problema di questo tempo, molto tumultuoso e con messaggi che letteralmente spazzano le nostre vite come il maestrale le coste, sia quello di una costante confusione dei ruoli che troppo spesso alimenta speranze irrealizzabili e non fa apprezzare aperture molto interessanti. Papa Francesco, che non credo abbia scelto a caso questo nome, quello del poverello di Assisi, ha ripreso da San Francesco molte cose: l’attenzione per l’ambiente dimostrato recentemente dalla sua enciclica, le parole importanti pronunciate in difesa dell’ambiente e contro lo sfruttamento delle popolazioni native e la riduzione in povertà,  il rispetto per gli animali che ha dichiarato ritroveremo accanto a noi in paradiso. Certo non è un rispetto a tutto tondo come molti vorrebbero, ma Francesco resta un pastore di anime umane e può solo aprire porte, non buttare giù muri, può costruire ponti, come ripete spesso, ma non può che avere l’uomo come focus principale del suo incedere pastorale.

Quanti contestano le parole di Francesco, che su ambiente e animali ha detto davvero molto, temo non abbiano o non vogliano capire proprio questa differenza fondamentale di punti di vista. Mi occupo di animali da tanto tempo, forse troppo per alcuni, per non aver subito i sorrisini di chi mi chiede, con sempre meno frequenza per fortuna, se non ci fossero cause più nobili a cui dedicare il proprio impegno. Ho sempre risposto, francescanamente, che impegnarsi per i diritti degli animali e per l’ambiente non significa non avere attenzione verso gli uomini, verso gli anziani o i bambini ma forse proprio l’esatto contrario, in una logica di condivisione del significato pieno del termine sofferenza, che non è certo soltanto quella del corpo. Quanti riescono a percepire la sofferenza di un animale, senza farlo solo per emotività talvolta ridondante, hanno scelto di scendere verso un mondo diverso, senza barriere mentali, cercando di capire quello che la voce non può spiegare, cercando di dare voce a quelle anime che non possono esprimere la loro sofferenza talvolta nemmeno con gli occhi. Quel mondo del quale noi spesso vediamo solo la morte come forma, estrema, di sofferenza senza dare peso alla vita, all’incedere dei giorni, delle ore e dei minuti che quando si è in una condizione di patimento, come accade in un allevamento intensivo, non passano mai sufficientemente veloci. 

Quanti percepiscono questa sofferenza in modo davvero empatico e non accecato da una sensibilità ridondante e dal soddisfacimento di bisogni personali, che nulla hanno a che vedere con attenzione, compassione e pietà, la prova anche e con maggior immediatezza per i suoi simili, non fosse altro per facilità di comprendere e comunicare. Per questo trovo insopportabili gli animalisti razzisti, non posso accettare chi tutela i diritti degli animali ma vorrebbe vedere sprofondare i migranti all’inferno, quelli che hanno paura del diverso facendo di tutte le erbe un fascio. Ma questa è un’altra cosa, forse questo è quello che voleva far capire Francesco, in modo semplice: non occupatevi degli animali dimenticando il vostro vicino di casa, occupatevi e preoccupatevi per entrambi.

Amo gli animali, detesto gli umani

empatia verso tutti gli esseri viventi

Provare empatia verso tutti gli esseri viventi sembra un concetto impossibile per molti umani, che dicono di amare gli animali ma detestano i loro simili.

Come direbbero molti commentatori oggi sono conscio di avventurami verso terre incognite, ma devo confessare una grande avversione verso questa umanità che non accetta i suoi simili.

Abbiamo sviluppato strumenti di comunicazione incredibili, ma sembra che abbiamo da tempo smesso di parlarci, di capirci o anche solo di volerlo fare. Vogliamo difendere gli elefanti africani ma non vogliamo dividere nulla con gli uomini africani, specie se non restano a casa loro.

empatia-verso-tutti-gli-esseri-viventi

La natura è perfetta ma non è buona, come non lo è nemmeno l’uomo,  che ha  gravi ed inescusabili colpe, anche se non possono essere addebitate all’intera specie. Ci sono uomini che lottano per i diritti, ce ne sono altri che sanno solo parlare di diritti senza mettere in atto alcuna azione per tutelarli.

Ci sono uomini che guardano solo al loro profitto, alla loro famiglia, a una stretta cerchia a cui riconoscono diritti: il cerchio della fiducia oppure il cerchio magico, usando metafore di questi tempi.

Questi ultimi ho l’impressione siano quelli che dicono di adorare gli animali in quanto migliori degli uomini. Esseri viventi capaci di dare affetto, senza provocare effetti collaterali.

Le persone che amano gli animali detestando gli uomini, augurandosi la loro scomparsa dal pianeta, hanno un’indubbia difficoltà di rapporto con i loro simili. Sono uomini giudicanti senza interlocuzione, emettono sentenze completamente prive di buonsenso. Sono quel tipo di persone che ammazzano il dialogo e il confronto, che chiudono l’animalismo in recinti, che creano un danno profondo e forse insanabile alla causa dei diritti degli animali.

In fondo non sono interessati ad ottenere un riconoscimento dei loro protetti, forse sono più interessati all’ostracismo dei propri simili per difficoltà di interazione, nella difficoltà di provare empatia verso tutti gli esseri viventi.

Ma come non amare tutti quegli esseri umani che combattono per l’equità, per i diritti, per la dignità, per la divisione delle risorse. Amo questa umanità combattente, capace di lottare senza perdere la tenerezza, capace di spendere tempo per difendere uomini, animali, categorie fragili, diritti, sensibilità e tutela dell’unico ambiente che abbiamo.

Non sopporto più i giudicanti, quelli che insultano senza capire, i meschini, capaci solo di augurare sofferenza, essendo incapaci di articolare un discorso compiuto. Non sopporto chi difende gli animali e vorrebbe morti i migranti, quelli che tutelano i loro animali perché sono “come figli”, ma sono incapaci di commuoversi guardando il volto di un bimbo che ha fame.

Lo dico chiaramente, uno dei pochi vantaggi dell’indipendenza: queste persone sono i veri nemici dei diritti degli animali, con i loro estremismi insopportabili, vuoti, incapaci di avere empatia verso tutti gli esseri viventi.

I diritti sono dei viventi, il mondo è dei viventi e detesterò sempre chi suddivide il mondo in categorie: quelle categorie che hanno fatto commettere crimini degli umani sui loro simili, quegli integralismi che fanno paura.

Chi conosce la natura sa che non è buona, persegue un disegno perfetto che in felini e orsi, per fare un esempio, porta i maschi ad uccidere i cuccioli per poter perpetuare il “proprio” DNA. Mostri? No, solo creature che attuano quello che da sempre fanno tutti gli esseri viventi: riprodursi, assicurare i propri geni e cercare un futuro.

Bisogna imparare a diffidare di chi difende i diritti negandoli ai suoi simili, spesso per semplice egoismo.