Filetto di bisonte per ricchi palati senza attenzione all’ambiente e all’etica

filetto bisonte ricchi palati
Un filetto bisonte per ricchi palati con scarsa consapevolezza ambientale, come se l’avere mezzi economici potesse far passare in secondo piano tutto il resto. Eppure è proprio così, visto che una catena di ristoranti milanesi, che non nomino per non fare inutile pubblicità, vende solo filetto, cucinato e servito in vari modi. A prezzi che è difficile giudicare popolari, con carni di animali che vengono da tutto il globo. Per capire la follia non occorre essere vegani, basta cercare di riflettere.
Cani falchi tigri e trafficanti

La segnalazione mi è arrivata da Sonny Richichi, storico presidente di IHP, l’associazione che si occupa della tutela dei cavalli. Rimasto colpito da questa catena che propone carne di moltissime specie e razze sia bovine che equine. Facendo una ricerca in rete ho constato che non è solo la carne di specie domestiche che parte dal Sudamerica per raggiungere i nostri mercati. Basta pagare e si può assaggiare di tutto perché in rete e in certi ristoranti si può comprare, legalmente, di tutto.

La questione non deve essere posta sul rispetto della legge, ma su buon senso, consapevolezza e etica. Ben diverso dai ristoranti illegali che aprono una sola notte, per offrire il bushmeat ai loro clienti parti di animali protetti. Queste catene e il mercato delle carni offrono cibo legale, eticamente discutibile ma perfettamente in linea con la normativa. Alimenti destinati a clienti che abbiano nel portafoglio carte di credito prestigiose, quelle riservate a persone con ottimi potenziali di spesa.

Il filetto bisonte per ricchi palati è solo la punta dell’iceberg di un’offerta molto più vasta

Un filetto di bisonte in questi ristoranti costa ben 43 Euro, ma l’offerta è vasta e quindi si può ordinare, oltre a tagli bovini di varie provenienze e sapori, dall’Uruguay all’Irlanda, anche altro. Dal cinghiale alla renna, dal cammello al canguro, dallo struzzo alla zebra. Un panorama di specie che molti non avrebbero neppure immaginato fosse lecito mangiare in un ristorante italiano. Per arrivare al filetto di Kobe, una razza bovina molto particolare che viene dal Giappone. E che per essere tale, secondo Wikipedia deve:

  • appartenere alla razza bovina di Tajima ed essere nato nella prefettura di Hyōgo;
  • avere come allevatore un membro della federazione della prefettura di Hyōgo;
  • essere una mucca vergine (scottona), un manzo o un bue;
  • essere macellato al mattatoio di Kobe, Nishinomiya, Sanda, Kakogawa o Himeji nella prefettura di Hyōgo;
  • avere un rapporto di marezzatura di 6º livello o superiore;
  • il peso lordo del manzo deve essere di 470 chilogrammi o inferiore.

La catena di cui parlo propone questo filetto al prezzo di 50 Euro all’etto, mangiato in Italia e fatto viaggiare per migliaia di chilometri. Una pietanza, come tante altre, dal costo ambientale insostenibile, giustificata dalla globalizzazione ma soprattutto dall’esibizionismo gastronomico di consumatori (forse) senza pensieri. Considerando che il prezzo più alto lo pagheranno i miliardi di poveri che popolano o sovrappopolano il pianeta, ma mai dire mai.

L’onda lunga delle problematiche che hanno il loro apice visibile nei cambiamenti climatici, potrebbe portare con se effetti talmente devastanti da essere poco risolvibili solo con il denaro. Eppure la logica non sembra essere comune, e l’attenzione per i problemi ambientali non sempre è presente. Diversamente questi ristoranti sarebbero con pochissimi clienti. Mentre la realtà è differente.

Questa catena ha ben cinque ristoranti a Milano, segno che non fatica a trovare clienti e non saranno solo turisti

Il punto, per chiarire, non è la disponibilità economica e nemmeno la ricchezza. Ci sono persone di grandi possibilità economiche che avrebbero la nausea leggendo questo articolo. Attente alle problematiche di questi tempi difficili, portate a correre in soccorso di chi ha meno, ricche non solo di mezzi economici ma dei valori che hanno le anime belle. Quelle per intenderci che si informano, sanno cos’è l’empatia e la compassione, conoscono le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Il focus è sull’indifferenza, sul non avere un pensiero su quanto sia sbagliato far viaggiare carni da un continente all’altro. Sui costi che questi comportamenti, che non sono necessari per vivere ma solo per ostentare, generano. Sulle abitudini di consumo che non ci possiamo più permettere, non solo sotto il profilo etico, per gli animali, ma per la loro insostenibilità ambientale. In un momento di esaltazione della filiera corta, dell’economia chilometro zero, della limitazione dei comportamenti clima alteranti. Inutili proprio come dover mangiare un filetto di bisonte.

Per Italian Horse Protection la questione riguarda la carne di cavallo, un animale che nei paesi anglosassoni nessuno penserebbe di mangiare. Proprio come il cane in tutto l’Occidente, il cui consumo viene visto come una barbarie posta in essere sul più fedele amico dell’uomo. Eppure in Italia ancora oggi cavalli e asini vengono mandati al macello, anche se con numeri molto inferiori a quelli di altri animali destinati al consumo umano. Una realtà, anche questa, che merita più di una riflessione sui sentimenti che proviamo per alcuni animali e che ignoriamo completamente per altri.

Diritti animali e coerenza: fra bugie del marketing e scorciatoie etiche di alcuni difensori

Diritti animali e coerenza
Riccio africano – animale selvatico esotico da non acquistare e tantomeno liberare in natura

Diritti animali e coerenza, un binomio spesso difficile da far suonare in modo armonico, che troppe volte produce dissonanze difficili da accettare. Sulle quali spesso e volentieri si sorvola, quasi come se parlarne rappresentasse un tabù. Un problema che non riguarda solo gli acquisti di animali da “cattività”, termine forse più adatto rispetto alla definizione “da compagnia”. Dove inizia e dove finisce il confine fra rispetto dei diritti e amore, fra commercio e abbinamenti di interessi contrastanti?

Il commercio di animali, purché rispetti le varie normative su tutela delle specie minacciate e sicurezza pubblica, è un’attività legale, come mi ha fatto recentemente notare sui social una nota catena di negozi, con annesso pet shop. Questo è verissimo, ma lo è altrettanto il fatto che non tutto quello che è legale abbia un valore etico almeno neutro. Far allevare animali non domestici, esotici e/o selvatici, con l’unico scopo di farli vivere in cattività non rappresenta un valore eticamente accettabile. Generazioni e generazioni di prigionieri nati per soddisfare i bisogni di qualcuno ma desinati a condurre un’esistenza misera.

Eppure sul commercio di animali, quando non parliamo di traffici illegali, dai cuccioli della trattaa agli animali protetti dalla CITES, si alzano ben poche voci. Molte associazioni sono abbastanza “tiepide” su questi argomenti, forse perché i destinatari della critica spesso coincidono con una larga fetta dei propri sostenitori. In altri casi ci sono realtà che in qualche modo fiancheggiano i commercianti di animali, organizzando raccolte di cibo nei loro punti vendita. Esattamente per lo stesso motivo di affinità: chi entra in un garden con annesso pet shop è probabilmente portato a guardare con simpatia chi si occupa di randagi.

Diritti e coerenza, se sono riconosciuti come un valore, non possono essere immolati sull’altare della necessità

Dietro il commercio di animali da cattività si nasconde un mondo fatto di sofferenze. Sia che si tratti di animali catturati in natura, per fortuna oramai sempre meno, che di quelli allevati per questo scopo. Per capirlo basta vedere le condizioni di esposizione e vendita nella stragrande maggioranza dei negozi: con la scusa che si tratta di situazioni temporanee spesso gli animai in vendita sono tenuti in modo trascurato, privi della possibilità di potersi comportare secondo le loro necessità etologiche.

Manca però una sensibilizzazione dei “consumatori”, termine che ben si adatta a chi compra animali da pochi euro come criceti, canarini, pesci rossi, tartarughine. Specie che costano poco, chiedono poco e muoiono spesso, per la gioia di allevatori e commercianti. Che grazie a questo rapido turn-over possono vendere sempre nuovi esemplari. Per non parlare delle condizioni di vita a cui gli animali da cattività sono sottoposti nelle case.

Il più venduto e il meno considerato è sicuramente il pesce rosso, animale simbolo della sofferenza muta. Molte persone che hanno acquistato in passato questi animali spesso confessano di essersi pentiti della scelta, avendo compreso la sofferenza. Ci sono invece altre persone che ancora pensano che il loro presunto amore possa lenire ogni sofferenza, ma questa purtroppo è davvero un’illusione per tutte le specie non domestiche come cani e gatti.

La sottile linea rossa che divide la necessità dall’adesione, l’acquisto di prodotti dalla sponsorizzazione

Questa è un altra tematica delicata, in molti casi un vero e proprio nervo scoperto, che espone l’etica a sollecitazioni innaturali, piegandola più alle necessità economiche che alle scelte etiche. Come avviene per esempio quando diritti degli animali e case farmaceutiche, che notoriamente fanno sperimentazione sugli animali, vanno stranamente sottobraccio. Un fatto eticamente difficile, se non difficilissimo da digerire.

I farmaci sono necessari alla cura degli animali e questo è un dato di fatto innegabile. Diversa però è la posizione del cliente, per necessità, da chi accetta di essere sponsorizzato da una casa farmaceutica. Sono due comportamenti eticamente differenti che meritano di essere distinti, ma anche di successivi e futuri approfondimenti. Credo che non ci possano essere buon scopi da condividere con cattivi alleati, diversamente l’etica diventa ad assetto variabile, priva di punti di riferimento.

In fondo sarebbe un po’ come se un’associazione umanitaria servisse nelle sue mense pasti confezionati con prodotti che derivano dallo sfruttamento dei lavoratori, dal caporalato. Un fatto che apparirebbe così stridente da finire sulle prime pagine dei giornali. E nessuno troverebbe disdicevole che qualcuno abbia fatto emergere una realtà così grave. Certo il caporalato è illegale e la sperimentazione sugli animali ancora no, ma il burrone etico non è diverso.

Il futuro verde si allontana sempre più dall’Italia grazie a una politica che uccide le speranze

nextgenerationEU

Il futuro verde si allontana dal nostro paese, vittima di una classe politica incapace di fare squadra neanche in momenti così difficili. Prigionieri di una visione fatta solo di contrapposizioni, schiavi di una rendita di posizione che non prevede la ricerca del bene comune. Intrisa di politiche vecchie, che vedono nello stato di fatto la chiave per proseguire in un’economia fallimentare. Basata su consumi eccessivi, allevamenti e agricoltura intensiva, scarsa protezione dell’ambiente e dei territori. Incapace di valutare i rischi sanitari con lungimiranza e con troppi interessi, in mano a pochissimi, per costruire un futuro diverso.

cani falchi tigri e trafficanti

Avere la fortuna di abitare in uno dei paesi più belli dl mondo e vederlo mortificato, ogni giorno, da una classe politica che non ha più neanche colori, ma è diventa indistinta. Indistinguibile negli obiettivi e riconoscibile solo dalla comune volontà di litigio. Incapace di coesione per l’interesse nazionale, per non perdere l’unica opportunità che ci ha dato la pandemia: quella di cambiare l’economia. Di realizzare una reale svolta, non di facciata, verso una transizione verde, diversa, più attenta alla tutela dell’ambiente e alla salute dei cittadini.

Ebbene in questi momenti la nostra politica, di fronte ai carri armati di un virus che ci sta mettendo in ginocchio, perde tempo a litigare. Regalando la peggior visione al mondo dell’Italia, incapace di spostare lo sguardo verso un futuro fatto di energia pulita, di una drastica riduzione dei consumi di carne, di una valorizzazione ambientale che diventa così salute ma anche risorsa. Invece, anziché imboccare questa direzione, siamo costretti a vedere ancora i giochi della politica, delle crisi e di una classe dirigente che sembra completamente incapace di comprendere i bisogni delle persone. Di intercettare il futuro.

Se il futuro verde si allontana il nostro paese sarà condannato a restare come lo vediamo: bellissimo e disperato

Sempre in bilico fra scandali e corruzione, fra una giustizia che non arriva mai e un sacco ambientale costante. Devastato dalle mafie che sversano rifiuti tossici come si trattasse di cioccolato su una torta, di speculatori che costruiscono dove non dovrebbero, di un ambiente ricco di risorse ma mortificato dagli interessi. Un paese così bello che potrebbe farti piangere dall’emozione, ma che invece ti devasta l’anima per la rabbia, per il mancato rispetto del futuro delle giovani generazioni.

Con il rischio concreto di perdere davvero tante risorse economiche, che con piani precisi avrebbero potuto farci diventare un laboratorio di rinnovamento. Ucciso invece dalla politica e da cittadini che non votano, non partecipano, non si indignano a sufficienza. Una politica che maltratta anziani e giovani, ambiente e animali, uomini e donne di questo paese, che nonostante tutto il mondo ci invidia. Per quanto sia bello, per il suo capitale naturale, per i suoi panorami, per le cime delle montagne e le coste dei mari.

Che ora rischia di perdere i soldi messi a disposizione dell’Europa per le continue dispute, inutili, insensate. Denari ai quali non potremmo rinunciare senza condannarci alla dannazione futura. Mentre il paese deve vedere cambiare l’economia, rendendola più equa, più solidale, più sostenibile sotto ogni punto di vista. Scalzando rendite di posizione, mettendo la salute e la tutela dell’ambiente come priorità, smettendo di usare le parole come green generation come paravento di un immobilismo dal quale non usciamo.

Occorre un cambiamento radicale basato su una trasformazione magica: quella che porta i sudditi a diventare cittadini informati per cambiare il paese

Stiamo per essere divorati da una politica fatta di contrapposizioni apparenti, ma anche di interessi convergenti. Quella politica che in poco meno di quattordici anni non si è accorta che non avevamo un piano aggiornato contro le pandemie. Che ha lasciato che la sanità diventasse un affare, che la giustizia diventasse una palude inestricabile nella quale restano imprigionati anche gli investigatori più volenterosi. Un paese pieno di misteri irrisolti, di complicità inimmaginabili che sembrano sempre intoccabili.

Il tempo del cambiamento è oggi però, non può essere domani. Non possiamo permetterci di perdere anche questo treno, di rinunciare ad avere i fondi per mettere in atto la transizione a un’economia davvero rispettosa e sostenibile. Adottando ora un modello di sviluppo che abbia alla base il numero uno: un pianeta, una salute, una possibilità di salvezza basata sulla convivenza. Facendo scendere da questo treno, alla prima fermata, faccendieri e affaristi, politicanti e venditori di fumo. Dimostrando che noi cittadini questa trasformazione la vogliamo a ogni costo. Anche a costo di fare la rivoluzione verde. Gentile ma ferma, pacifica ma determinata, capace oggi di riempire le piazze virtuali e domani quelle reali.

Abbiamo bisogno di poter immaginare realtà diverse, di smettere di credere che questo modello economico sia stata la vittoria per l’occidente. Abbiamo perso tutti e han vinto solo gli speculatori. Pochissime persone capaci di realizzare guadagni enormi anche sui vaccini che sono stati finanziati con i nostri soldi. Vendendo le partecipazioni azionarie nelle big pharma, diventate oro liquido al solo annuncio che era stato trovato il vaccino contro il Covid-19.

Io voglio essere partigiano, non posso essere indifferente.

Ribaltare le politiche economiche sul randagismo sarebbe l’inizio di una diversa gestione del fenomeno

politiche economiche sul randagismo
Foto di repertorio

Pensare di ribaltare le politiche economiche sul randagismo, passando da una gestione che non produce effetti a un effettivo contrasto del fenomeno. Capace di trasformare centinaia di milioni spesi ogni anno senza ottenere risultati in un investimento di periodo, capace di arginare in modo significativo il problema. Percorrendo una strada di cambiamento che sarebbe tanto auspicabile in un periodo come questo. Dove le risorse economiche sono poche e andrebbero canalizzate in modo intelligente.

Del resto volenti o nolenti per i randagi si spendono molti soldi, senza contare quel valore non misurabile dato dalla sofferenza che molti animali subiscono. Per mancanza di cure idonee, per essere confinati in spazi spesso inadatti o semplicemente per dover passare una vita in strada, che non è certo l’ideale per animali domestici.

Il costo economico del randagismo non dovrebbe essere calcolato solo sulle spese di mantenimento degli animali nelle strutture sanitarie o nei rifugi, ma nel suo complesso. Costituito dagli indennizzi in caso di morsicature o incidenti stradali, dai rimborsi agli allevatori per gli attacchi al bestiame e dall’impatto sulla fauna selvatica.

Le attuali politiche economiche sul randagismo alimentano spesso il malaffare e la criminalità

Visto che non saranno i canili o altre strutture di ricovero a risolvere il problema, non potendo arginare le riproduzioni indesiderate che stanno a monte del fenomeno, occorre mettere in campo scelte più coraggiose. Obbligando la sterilizzazione dei cani meticci di proprietà e di tutte quelle razze che una volta entrate in un canile difficilmente riescono a trovare adozione. Come accade per la maggioranza dei molossoidi. Obbligo che dovrebbe essere esteso a tutti i cani e i gatti che abbiano possibilità di vagare liberi, indipendentemente dalla razza.

Vietando la pubblicizzazione e la vendita di cani, gatti e di animali in genere sulla rete. Prevedendo che i negozi di animali possano proporre solo cani e gatti provenienti da rifugi, come sta avvenendo in molte parti del mondo. Intensificando i controlli sull’anagrafe canina, formando e creando persone che possano replicare le funzioni degli ausiliari del traffico. Controllando e sanzionando maggiormente i proprietari che non abbiano provveduto a iscrivere i cani e gatti nelle anagrafi regionali.

La possibilità di accogliere nella propria vita un animale non dovrebbe essere considerato come un diritto per tutti, ma come il risultato di un percorso. Per evitare che acquisti di impulso, regali non richiesti e nemmeno voluti siano poi la causa di futuri abbandoni o di ingressi nei rifugi. Una persona davvero motivata nella decisione di vivere con un animale non si fermerà certo di fronte all’obbligo di seguire qualche lezione formativa. E se così non fosse allora vorrà dire che le motivazioni non erano quelle giuste.

Chi non ha mai avuto un cane o un gatto dovrebbe essere formato, senza possibilità di acquisti o adozioni al buio

Capita di leggere spesso sui social di cani che vengono adottati sulla rete e che una volta a destino vengono rifiutati dai nuovi proprietari. Appare evidente che qualcosa non abbia funzionato da ambo le parti: affidi fatti male, decisioni prese senza ponderazione. In mezzo, strattonato come uno straccio, resta però il cane con tutto quello che questo comporta. Eppure se le persone fossero formate prima, dovessero impegnarsi per poter tenere un animale, si potrebbero evitare tante situazioni subite dagli animali.

Cani, falchi tigri e trafficanti

Animali non voluti, cani che vivono sul terrazzo o rinchiusi sempre in giardino senza mai uscire. Animali adottati come passatempo per i bambini e poi, al primo intoppo considerati solo come un problema. Sono tantissime le situazioni dove le condizioni di custodia non costituiscono un giuridicamente maltrattamento, ma sono lontane dal benessere psicofisico di un animale. E se è vero che un’adozione è sempre una speranza per un animale chiuso in un rifugio, è altrettanto vero che questa possa trasformarsi in una condanna.

Occorre evitare che la collettività subisca i costi, gli animali le sofferenze, di scelte sbagliate. Occorre educare le persone alla responsabilità e al rispetto. Facendo informazione e usando i fondi risparmiati per mettere un vero freno al randagismo. Che non può essere attuato solo con strutture di ricovero.

Ripartiamo con una economia verde, piena di nuovi colori per vedere il mondo con altri occhi

Ripartiamo con una economia verde

Ripartiamo con una economia verde, colorata, sorridente per trasformare un periodo doloroso e buio per la collettività umana in un’opportunità per tutti. Quando la pandemia sarà passata, lasciando il suo pesante strascico di morti e sofferenza, ci ritroveremo con un’economia pesantemente compromessa. Che dovrà essere ripensata per non commettere identici se non peggiori errori, con conseguenze ancora più pesanti.

Non sarà possibile cambiare l’attuale modello di sviluppo per magia, non si potrà schiacciare un bottone e azzerare le scelte fatte sino ad ora. Sarà necessario passare attraverso una transizione che dovrà essere fortemente voluta dalle persone, senza attendere che siano scelte politiche a dargli sostanza. Se faremo ancora una volta l’errore di delegare tutto alla politica il cambiamento potrebbe non esserci affatto.

Dobbiamo ritornare a riempire le piazze, reali e virtuali, del nostro impegno. Dovremo essere consapevoli che da questa parte del mondo non ci potrà essere un cambiamento senza rinunce. La società dei consumi ci ha portato a sfruttare il pianeta senza criterio, insegnandoci che il valore fondamentale stava nel possedere. Mentre è nel vivere, nell’aver diritto alla felicità.

Ricominciamo da una economia verde, più equa. Valutiamo felicità e condivisione e la gioia di un abbraccio

Per fare questo non sarà sufficiente che in Oriente chiudano i wet markets, che in Cina si smetta di mangiare i cani e che venga perseguito duramente il traffico di specie selvatiche. Bisogna smantellare gli allevamenti intensivi, ridurre il consumo di alimenti di origine animale, ritornare a un’agricoltura che nutra gli uomini e non serva per allevare animali da carne.

Occorre ripensare nuove attività che consentano di ridurre le emissioni di gas, serra sfruttando energie alternative e non inquinanti. Riconsiderare lo sfruttamento delle foreste e impegnarsi perché i grandi polmoni verdi del nostro pianeta riprendano vigore. Difendere gli oceani che sono importanti quanto le foreste e che ricoprono i due terzi del nostro pianeta. Il loro equilibrio è fondamentale per la nostra specie, tanto quanto l’aria che respiriamo.

Tutti dobbiamo impegnarci a ridurre i consumi, a minimizzare gli sprechi, a smettere di inseguire l’illusione che la chiave della felicità sia nell’ultimo modello di cellulare. In questi mesi qualche cosa dovremmo averlo compreso. Nulla vale quanto la vita, i nostri affetti e la possibilità di stare vicini. Abbiamo provato l’isolamento e ci siamo sentiti soli, come forse non si erano mai sentiti nemmeno i nostri nonni durante le guerre. Questa epidemia ci ha tolto i rapporti sociali, ci ha allontanato gli affetti, ha fatto morire le persone in una drammaticamente solitudine.

La vita è in un battito di ali, in un respiro, nei colori e nelle speranze di un mondo più giusto

Rispettare uomini e animali e capire, finalmente, che non esistono separazioni. Tutto sul pianeta è connesso, la nostra esistenza è strettamente dipendente a quella degli altri esseri viventi. Non esiste un mondo fatto da umani, animali non umani, ambiente: esiste un unico ecosistema che ci abbraccia e ci unisce tutti e che dobbiamo smettere di violentare.

Come si trasformerà il pianeta in questo secolo segnerà pesantemente il futuro della nostra specie sulla Terra. Sta a noi, insieme, trovare la voglia, l’impegno e il desiderio per cambiare il corso delle cose. Dimostrando che non siamo così irresponsabili, che abbiamo capito il valore del respiro. Non solo quello che il Covid19 può spegnere per sempre, ma quello del nostro pianeta, della famiglia umana e di tutti gli esseri viventi. La strada non sarà facile, non sarà breve ma è l’unica in grado di garantire un futuro. Non esiste un secondo pianeta, dobbiamo imparare a rispettare il posto più bello dove l’uomo possa sperare di vivere.