Orsi maltrattati in Trentino, nulla è servito per cambiare la modalità di gestione

Orsi maltrattati in Trentino

Orsi maltrattati in Trentino, una questione che dura da troppi anni, senza trovare soluzione. Questo è valso per gli orsi che sono stati imprigionati nella struttura di Casteller, ma molte altre sono le questioni immutate che riguardano gli orsi liberi. Una convivenza, quella fra uomini e orsi, che è stata minata sin dall’inizio da una serie di inadempienze. Rispetto a quanto era previsto nel progetto sulla reintroduzione, ma anche alle condizioni di ordinaria gestione della loro presenza. Creando situazioni che si sono accumulate, senza essere mai risolte.

Cani falchi tigri e trafficanti

La trasmissione “Mi manda Rai Tre”, condotta da Federico Ruffo, ha recentemente mandato in onda una sintesi della vicenda. Una cronistoria esaustiva, su quanto è stato fatto in decenni. Comprese le mancanze consolidate nel tempo, come la cattiva gestione dei rifiuti che porta gli orsi a guardare ai cassonetti come a comode mangiatoie. Luoghi stracolmi di cibo a costo energetico zero, che inevitabilmente attirano gli animali selvatici. Ma se in città arrivano piccioni, cornacchie in Trentino il richiamo funziona anche con gli orsi. Dando luogo a diverse problematiche.

Un fatto che a distanza di più di 20 anni dall’inizio del progetto di reintroduzione degli orsi non trova giustificazioni. Considerando che la messa in sicurezza dei rifiuti è una necessità arcinota a chiunque si occupi di animali selvatici. Un problema ampiamente risolvibile da chi dovrebbe essersi già attivato per farlo. Con il posizionamento di idonei cassonetti che impediscano l’estrazione dei rifiuti. Contenitori oramai posizionati anche in molte città italiane, che non hanno il problema della convivenza con i plantigradi.

Orsi maltrattati in Trentino, senza che siano stati messi in atto interventi concreti per risolvere i problemi

In un’oretta di trasmissione, che per necessità ha dovuto fare sintesi, sono emerse una serie di contraddizioni che hanno connotato l’operato delle istituzioni. Purtroppo senza troppe eccezioni, ma con un danno patito dagli orsi, che in fondo era facilmente prevedibile. Con un’ostilità della politica trentina che prima li ha voluti e poi ha dimenticato i suoi doveri. Attizzando l’intolleranza piuttosto che lavorare sulla necessità della convivenza. Un uso strumentale che ha portato all’uccisione di diversi animali e alla carcerazione di altri. Difficile dire quali siano stati gli animali più fortunati.

Fra le istituzioni quello che forse più sconcerta è il comportamento della Procura di Trento. Che non ha mai voluto considerare come un maltrattamento le condizioni di detenzione degli orsi. Imprigionati a Casteller in condizioni davvero vergognose. Un fatto che è stato testimoniato da veterinari e dai Carabinieri Forestali, in un rapporto che non ha prodotto risultati. Lasciando aperte, se non spalancate, le porte a una serie di comportamenti inaccettabili. Creando un precedente tanto brutto quanto pericoloso.

Eppure il centro di detenzione di Casteller era stato progettato proprio per custodire gli orsi problematici. Con l’approvazione di ISPRA, che se molte volte è stata esclusa dalle decisioni in molte altre è stata protagonista. Mentre in altre ha deciso di comportarsi come il convitato di pietra. Così la struttura ha dimostrato per ben due volte di essere anche vulnerabile, consentendo la fuga di M49. L’orso diventato un simbolo e ribattezzato Papillon dal ministro Costa. Per la sua capacità di evadere ripetutamente dal carcere.

Il futuro degli orsi trentini rischia di essere a tinte fosche, considerando i comportamenti di amministratori e inquirenti

La Procura di Trento ha richiesto da poco l’archiviazione delle denunce presentate dalle associazioni di tutela degli animali. Con un provvedimento che farà discutere e che sarà impugnato dalle associazioni la pubblica accusa ha messo nero su bianco che tutto è stato fatto rispettando le norme. Secondo gli inquirenti la cattura e la detenzione degli orsi è stata ordinata nel rispetto del PACOBACE, mentre è da escludere il maltrattamento. Questa decisione sembra motivata dal fatto che gli orsi fossero sotto costante sorveglianza dei veterinari.

Una decisione difficile da comprendere e da giustificare, in quanto non è la presenza dei veterinari che fa escludere il maltrattamento di animali. Al massimo questa potrebbe essere un’aggravante nella valutazione del quadro generale. Il centro è inadatto per gli spazi a disposizione e i tre plantigradi che vi erano detenuti sono stati segregati per lungo tempo in spazi piccolissimi. Del tutto inadeguati al fabbisogno di un orso di cattura, come peraltro era stato rilevato dai Carabinieri Forestali durante il loro sopralluogo.

Se la Procura avesse ritenuto che vi sia assenza di dolo nel comportamento dei responsabili della detenzione degli orsi, per poter configurare il delitto di maltrattamento di animali, avrebbe potuto operare scelte diverse. Come chiedere quantomeno l’applicazione dell’articolo 727 del Codice Penale, che punisce la detenzione di animali in condizioni incompatibili con il loro benessere. Una contravvenzione che non richiede la volontà di incrudelire, essendo sufficiente che le condizioni di detenzione siano causa i gravi sofferenze. Una realtà che sarebbe stata davvero impossibile confutare, anche secondo le opinioni del mondo scientifico, più volte espresse.

Il maltrattamento di animali non può essere slegato dal benessere psicofisico di chi lo subisce

Secondo quanto emergerebbe dalla richiesta di archiviazione sono i presupposti e non le conseguenze a rendere “invisibile” il maltrattamento. Una decisione basata sulla legittimità della detenzione, che evidentemente non è stata assunta dopo attenta lettura di diverse sentenze della giustizia amministrativa. Un passaggio che anche se venisse dato per corretto non avrebbe dovuto omettere di tenere conto delle modalità e delle conseguenze. Aggiungendo che se anche non ci fossero responsabilità accertabili sarebbe stato comunque necessario mettere fine alla permanenza del reato, come stabilisce il codice. Un passaggio non secondario questo, ma completamente ignorato.

Un animale destinato al macello può essere abbattuto in un mattatoio, purché siano seguite le prescrizioni della normativa in materia di tutela degli animali. Se questo non avviene il responsabile, come stabiliscono diverse sentenze di Cassazione, può comunque essere perseguito. Identico discorso dovrebbe valere per la detenzione degli orsi in Trentino: anche se la cattura fosse stata legittima, segregarli in bunker, tenerli sotto psicofarmaci, obbligarli in spazi angusti dovrebbe essere considerato un maltrattamento a tutto tondo.

Forse la richiesta di archiviazione fatta dalla Procura di Trento ha un rapporto temporale con il trasferimento di due dei tre orsi? Oggi la struttura che ospita M49 è stata “decongestionata”, mandando Dj3 e M57 in due strutture estere, senza che questo possa comunque farla considerare come una struttura in cui il benessere di un orso selvatico possa essere garantito. Riaprendo anche su questo tema, come peraltro emerso nell’inchiesta televisiva, un altro quesito: meglio una buona morte o una pessima vita? Domande a cui certo è sempre difficile rispondere con certezza.

Pessima gestione degli orsi in Trentino e la PAT incassa un’altra sconfitta di fronte al Consiglio di Stato

pessima gestione orsi Trentino

Per la pessima gestione degli orsi in Trentino la Provincia Autonoma di Trento incassa una nuova bocciatura dal Consiglio di Stato. In un’articolata sentenza il massimo organo amministrativo accoglie il ricorso delle associazioni protezionistiche ENPA e OIPA, con analoghe motivazioni di altre pronunce. Alla fine, senza entrare troppo nelle pieghe normative, la realtà è che l’ennesima bacchettata arriva a causa di decisioni arbitrarie, carenze istruttorie e decisioni sproporzionate.

Una decisione che sbatte la porta in faccia a Maurizio Fugatti e ai suoi deliri di onnipotenza. La gestione degli orsi in Trentino deve seguire le normative e non possono esistere scorciatoie, messe in atto a danno degli orsi. L’unica parte della sentenza che personalmente giudico molto discutibile è che le spese siano state compensate fra le parti. Mentre sarebbe stato giusto che la PAT fosse condannata a risarcirle. Per eccesso di arroganza, per dar corpo al danno erariale. Ma questo resta solo un parere che non sminuisce la portata della decisione.

Quindi l’orso M57, l’oggetto della contesa giudiziaria non è colpevole di aver aggredito una persona ma forse viceversa. Il comportamento del carabiniere che si è scontrato con l’orso è stato imprudente. Mentre l’atteggiamento dell’orso è stato inizialmente dettato da mera curiosità. Sino a quando la persona non ha deciso di mettere in atto comportamenti scorretti. Forse anche un poco da bullo, visto che di notte dopo aver visto l’orso cerca di spaventarlo. Mentre avrebbe dovuto arretrare con tranquillità. Peraltro una persona che, per mestiere, dovrebbe sapere come evitare inutili situazioni di pericolo.

La pessima gestione degli orsi in Trentino porterà alla liberazione dell’orso M57, imprigionato senza motivazioni?

Solo nelle prossime settimane si vedrà quale sarà il destino dell’orso M57. Dopo che il Consiglio di Stato ha sancito che la sua captivazione è stata un abuso. Dopo che è stato nuovamente scritto che le condizioni di detenzione a Casteller, il luogo di prigionia di M49 e M57, possono essere viste come un maltrattamento. Qualcosa dovrebbe quindi succedere e l’ipotesi, che scaturisce dalla sentenza è che in linea di principio nulla osta a un’eventuale liberazione. Condizionata però a una valutazione di pericolosità, ma anche legata al tempo autunnale e ai danni subiti. Il letargo, fra l’altro, incombe.

Senza poter dimenticare che M57, al pari del suo compagno di prigionia, è stato sottoposto a castrazione. Una situazione complessiva che seppur in mera teoria pare favorevole a un’ipotesi di liberazione temo che si scontrerà con altra realtà. I lunghi mesi di prigionia, le sofferenze patite, la castrazione, la somministrazione di sedativi e la vicinanza con l’uomo potrebbero aver prodotto danni. Un’ipotesi tutt’altro che remota. Gli animali selvatici sono delicati, anche quando sono grossi quanto un orso.

Qualcuno si prenderà la responsabilità di decidere per la liberazione dell’orso? Certo sarebbe giusto, un piccolo ma grande risarcimento per il male subito. Il giudizio è stato lasciato però alla Provincia di Trento, sentito il parere dell’ISPRA e questo, salvo sviluppi davvero clamorosi, fa pensare a un prolungamento della detenzione. Ingiustificata quando è stata disposta, forse difficile da revocare oggi. Dimostrando che i tempi della natura e quelli della giustizia sono incompatibili. Il rischio di questa vicenda è che si trasformi in una vittoria di Pirro. Inutile per M57.

Gli animali avrebbero diritto a un risarcimento per ingiusta detenzione e i responsabili meriterebbero una condanna

La vicenda di M57 non è una questione che riguarda un orso. Rappresenta la dimostrazione dei danni che possono essere prodotti da una cattiva politica. Dall’arroganza di chi pensa di poter fare quello che vuole, con lo scopo di mantenere il consenso elettorale. Passando via attraverso le maglie troppo larghe di una giustizia che arriva, ma quasi sempre con tempi inaccettabili. Almeno per poter essere applicata in un caso come quello dell’orso M57.

La speranza, che temo vana, è che questo ennesimo precedente porti a dei cambiamenti. Che si arrivi a individuare le responsabilità di chi ha ristretto gli orsi in condizioni di maltrattamento. L’attivazione seppur tardiva della magistratura penale, che in tutta questa vicenda è stata la grande assente. Il convitato di pietra che è passato sopra ai maltrattamenti inferti agli orsi e messi nero su bianco dai Carabinieri Forestali. Sarebbe giusto che chi ha fatto il danno sia portato a risponderne, senza che questo possa togliere la sofferenza inutilmente patita da un orso che poteva restare libero.

Abbattere l’orso M62 è una scelta che sigilla il fallimento doloso di un progetto pagato dalla collettività

Abbattere l'orso M62

Abbattere l’orso M62, un fatto che pare ineluttabile, pone il sigillo dell’amministrazione trentina sul fallimento del progetto di reintroduzione degli orsi. Forse non sotto il profilo della conservazione della specie, considerando che la popolazione ha avuto un incremento, ma sulla gestione complessiva. Sulla totale assenza di misure preventive per ridurre i conflitti e sull’informazione ai residenti per costruire consenso, anziché stendere praterie d’odio.

Cani falchi tigri e trafficanti

Per fare una valutazione serena del fallimento occorre separare i diversi piani che lo compongono, cercando di non cadere nella trappola emotiva della simpatia. Sicuramente in questa vicenda è difficile non sentirsi accanto all’orso, a tutti gli orsi, privati del loro territorio, costretti in un grande recinto dal quale faticano a uscire. Vessati da amministrazioni che prima li hanno voluti e poi li hanno usati come strumento politico per ottenere consensi. Ma se il ragionamento seguisse questa strada potrebbe essere facilmente etichettato come sentimentalismo o animalismo estremo.

Nella storia di questo progetto se qualcuno ha cavalcato l’emozione non sono stati certo gli animalisti, ma quelli che hanno usato l’argomento orsi, e predatori in generale, per fomentare la popolazione. Suonando la grancassa dell’allarmismo, del populismo più becero che vuole il Trentino dei trentini e chiama alle armi contro le scelte nazionali. Inventando pericoli inesistenti, ben prima che si manifestino e diventino reali. Un piano di comunicazione ben strutturato e pensato per raccogliere voti, per nascondere sotto il tappeto le inefficienze.

Abbattere l’orso M62 metterà la pietra tombale sulla convivenza, agitando lo spettro di pericoli imminenti

Il Trentino non è una terra emersa di recente, che ha cambiato panorama e orografia del territorio. Il Trentino è da sempre terra molto antropizzata, con un’agricoltura che ha coltivato ogni spazio coltivabile a mele e vigneti, con uno sviluppo turistico che ha fatto costruire piste da sci su ogni crinale. Con infrastrutture che hanno tracciato sul territorio un reticolo di ostacoli insormontabili per gli animali, limitandone gli spostamenti e mettendo in pericolo anche la circolazione stradale.

Per non parlare della caccia, che viene vista come un’attività immodificabile e intoccabile. Ma anche per l’allevamento negli alpeggi, da troppo tempo lasciati incustoditi per contenere i costi e aumentare i guadagni. Un’agricoltura drogata dalle sovvenzioni europee, senza le quali sarebbe più che in ginocchio. Altro che lupi, altro che orsi. In questo racconto, che ritengo obiettivo e difficilmente contestabile, si introduce il LIFE che ha portato a reintrodurre dalla vicina Slovenia gli orsi.

Non voglio far credere di essere un esperto, cerco solo di seguire un filo conduttore neutro, fatto di osservazioni e ripulito dall’emotività. Gli orsi sloveni non erano destinati a fare del Trentino un santuario per gli orsi, ma dovevano ripopolare il territorio centro orientale dell’ arco alpino. Questo fatto è accaduto? No! La motivazione pare essere nel comportamento dei plantigradi, che specie per quanto riguarda le femmine sono poco inclini a spostarsi sul territorio. Un comportamento denominato “filopatria”, cioè la tendenza a restare nei territori dove sono nate.

I lupi attraversano l’intero stivale e colonizzano sempre nuovi territori, ma gli orsi non lo fanno

Se guardiamo il comportamento e la capacità di dispersione dei lupi e lo mettiamo in relazione con quello degli orsi, siamo facilmente in grado di capire la differenza. I primi sono partiti per la riconquista dalle terre centro meridionali, dove si erano acquartierati per superare le persecuzioni, arrivando alle Alpi per poi collegarsi con le popolazioni francesi. Gli orsi non hanno raggiunto il Trentino dalla Slovenia. Ce li abbiamo dovuti mettere, trasportandoli. Eppure si trovavano a un tiro di schioppo, e mai paragone fu più appropriato, purtroppo.

A questo fatto, noto, bisogna aggiungere che per le ragioni espresse in precedenza, il territorio del Trentino rappresenta per gli animali una trappola da cui è difficile uscire, in assenza dei corridoi faunistici. Complicando gli spostamenti dei selvatici: una carenza che rappresenta un problema e non agevola la mobilità, non solo delle femmine di orso già poco inclini ai viaggi. E già questo è il primo punto fallimentare sotto il profilo dell’efficacia del progetto.

Gli orsi, voluti prima ma osteggiati quasi subito, gettano scompiglio fra gli allevatori, abituati a lasciare gli animali nelle malghe incustodite. Senza protezioni adeguate, senza recinti elettrici che siano effettivamente in grado di difendere gli animali dai predatori. Ma la politica non vuole dire agli allevatori che i tempi sono cambiati, che per l’equilibrio naturale bisogna convivere e condividere. Gli amministratori cavalcano la protesta e così gli originari padroni del territorio vanno limitati, imprigionati, abbattuti.

Costa meno fatica fomentare l’odio che progettare la convivenza

Non solo la realtà del periodo e la necessità di ricreare un equilibrio vien rifiutata, ma anche i rifiuti vengono lasciati alla mercé della fauna selvatica, orsi compresi. E sono proprio i rifiuti la causa della classificazione dell’orso M62 come problematico. La mancanza dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti, studiati e testati per non essere accessibili agli orsi, rappresenta per i plantigradi un’attrattiva molto forte. Come già successo con il fratello di M62, l’orso M57 tuttora detenuto a Casteller per aver avuto una scaramuccia con un umano, proprio vicino ai cassonetti dei rifiti.

Solo in queste settimane la PAT sta tentando di nascondere vent’anni di ritardi, mettendo nuovi contenitori, spesso nemmeno idonei a impedire l’accesso degli orsi ai rifiuti. Quindi se un orso si avvicina troppo ai centri urbani per questo motivo ritengo che dovrebbero essere classificati come problematici solo gli amministratori che hanno causato il problema.

Colposamente hanno agevolato comportamenti indesiderati, al pari degli allevatori che lasciano gli animali incustoditi. Per coprire ritardi e inefficienze, ma anche per evitare critiche sulle condizioni di cattività degli orsi, si decide che sia meglio abbattere quelli problematici. Una scorciatoia, che prevede la scelta di affrontare le critiche che esploderanno ma che, complice anche l’estate, dureranno probabilmente meno di quelle causate dalla carcerazione. Dire cosa sia meglio effettivamente per gli orsi, fra morte e prigionia a vita, è davvero difficile. Sicuramente la scelta migliore sarebbe lasciarli nei boschi.

Quale futuro per la pacifica coesistenza fra uomini e animali

Quando si è deciso di abbattere l’orso M62 è stato sancito il fallimento della convivenza, della possibilità di creare le condizioni per tutelare umani e animali nel loro insieme. Secondo una visione olistica della gestione ambientale e faunistica. Un danno che potrebbe essere irreparabile. Causato non dagli orsi ma da amministratori incapaci di assolvere ai loro compiti. Che seppur con diverse appartenenze politiche hanno mantenuto comportamenti ricchi di analogie.

Difficile poter prevedere cosa succederà dopo quest’ultima decisione, difficile anche credere che ci saranno prese di posizione a livello nazionale. Forse sarà brutto pensare che un orso conti poco rispetto al governo, di cui la Lega è parte, ma bisogna anche guardare la realtà delle cose. In politica nulla avviene per caso e non sarà certo Matteo Salvini a fare pressioni su Fugatti perché si fermi.

La coesistenza tanto sbandierata, la necessità di seguire politiche realmente di tutela dell’ambiente, di arretramento della presenza umana da molte aree naturali, al momento in Italia è come una quinta teatrale. Nasconde la realtà e non promette nulla di buono per il futuro.

Trasferita l’orsa Dj3 da Casteller alla Foresta Nera, ma le bugie han le zampe corte

Trasferita l'orsa Dj3 da Casteller
Foto di repertorio

Trasferita l’orsa Dj3 da Casteller a un parco faunistico della Foresta Nera, senza preavviso e di nascosto. Ancora una volta la provincia di Trento ha avuto comportamenti contrari alla trasparenza, inconcepibili per un ente pubblico. Dj3 è figlia dell’orsa Daniza, uccisa durante la cattura decisa per tenerla in cattività, ed era rinchiusa a Casteller dal 2011. Si tratta quindi di un animale oramai piegato dalla prigionia, per il quale risultava difficile, se non impossibile, pensare alla reimissione in libertà.

Cani falchi tigri e trafficanti

L’orsa è stata trasferita in un parco faunistico tedesco che appartiene a una fondazione, nata con lo scopo di dare una vita migliore a orsi, lupi e linci che provengono da situazioni di cattività. Non è un parco, inteso come una grande area naturale, seppur cintata, ma una struttura aperta al pubblico e le sue dimensioni non sono enormi. La fondazione che lo gestisce è certamente animata da intenti migliori di quelli che hanno fatto finire gli orsi a Casteller. Ora sarà necessario capire e approfondire le condizioni reali di questa nuova sistemazione. Che si spera non essere paragonabile, almeno per attenzioni, a quella in cui Dj3 ha vissuto negli ultimi tempi.

Il fatto che la struttura sia aperta al pubblico non rappresenta, dal mio punto di vista, una condizione di per se negativa. Gli animali che non possono tornare liberi e che sono costretti a vivere in spazi comunque ristretti, rispetto ai loro bisogni, hanno infatti un grande nemico: la noia. Se i visitatori si comportano in modo rispettoso, sotto il controllo del personale della fondazione, il pubblico potrebbe rappresentare un diversivo: tutto dipende dalle distanze, dalla possibilità di sottrarsi alla vista e da altri fattori. Il problema vero sarebbe stabilire semmai se questa possa essere vita per un orso. Ma questo è argomento diverso e molto più complesso per le tantissime implicazioni che comporta.

Trasferita l’orsa Dj3 da Casteller si è liberato un posto: ora l’importante è impedire che possa essere occupato!

Il trasferimento di Dj3 nulla toglie, ma anzi aggiunge, al problema della gestione degli orsi in Trentino, alle chiacchiere della PAT che come sempre è incline su questi argomenti a travisare la realtà. Come dimostra la dichiarazione dell’assessore Zanotelli che ha sostenuto che per l’orsa sia in ottime mani visto che è stato rilasciato il certificato CITES! Una dichiarazione senza senso rispetto alle condizioni di reale benessere: il certificato è solo un atto amministrativo che viene rilasciato per confermare la legalità del trasferimento, che avviene fra strutture autorizzate alla detenzione di plantigradi. Come ricorda la vicenda delle tigri partite da Latina e rimaste bloccate alla frontiera russa.

Avrebbe fatto meglio l’assessore Zanotelli, invece, a dedicare più tempo alla lettura del rapporto dei Carabinieri Forestali della CITES sulle condizioni di detenzione degli orsi a Casteller. Che hanno certificato condizioni di custodia terribili, per le quali era legittimo aspettarsi un qualche intervento della magistratura. Questo purtroppo sino ad oggi non è accaduto ed è ragionevole credere che non accadrà. Salvo improbabili folgorazioni sulla via di Damasco. Il punto fondamentale, ora, deve essere un cambiamento di rotta nella gestione delle popolazioni dei grandi carnivori, che il Trentino ha purtroppo dimostrato di non essere in grado oppure di non voler condurre in modo corretto.

Non è un caso che tutti gli episodi di aggressione, reale o supposta, più o meno seria, siano tutti avvenuti in Trentino. Sotto giunte di diverso colore, accomunate però da una gestione degli orsi parzialmente se non totalmente sovrapponibile. Questo va ammesso, anche se è difficile togliere il primato della pessima gestione al governatore Maurizio Fugatti, che ha un percorso personale di mancato rispetto del capitale naturale e di maggior attenzione verso il mondo venatorio. Resta anche un’altra osservazione legittima: sulla questione orsi, dopo il rumorosissimo silenzio della magistratura trentina, il grande assente è il Ministero della Transizione Ecologica, il cui ministro non sembra interessato a queste vicende ursine.

Le associazioni, i gruppi e i singoli devono mantenere la pressione mediatica sull’amministrazione

Non esistono altri mezzi, allo stato attuale, se non quelli di mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sui comportamenti dell’amministrazione trentina. Ricordando ogni giorno, come stanno facendo in molti, che il problema non sono gli orsi, ma la gestione del territorio, dei rifiuti e dell’informazione. Senza contare come il continuo allarmismo che la provincia stimola rappresenti un’ulteriore criticità verso la pacifica convivenza. Un conflitto permanente creato da un’amministrazione che non ha ancora ben chiaro di essere al servizio dei cittadini e non viceversa. Dimenticando che molti trentini non condividono affatto questi comportamenti e non amano essere additati come i carcerieri degli orsi.

Ora è necessario trovare soluzioni diverse, e se possibile anche migliori, per gli altri due orsi carcerati a Casteller: M49 e M57. Questi due plantigradi hanno una storia di prigionia molto più breve di quella di Dj3 e, prima che il danno di una cattività così privativa diventi ancora più grave, occorre toglierli da lì. Con concretezza, senza farsi troppe illusioni che ci sia la volontà di farli tornare in natura, ma anche con grande determinazione. Nessun orso merita una vita fatta solo di privazioni, per scontare senza colpe gli errori che gli uomini hanno commesso. Senza dimostrare nemmeno oggi pentimento o, almeno, una reale volontà reale di cambiamento.

Le uniche modifiche di percorse promesse dalla giunta trentina, secondo quanto riportato sulla stampa, riguardano la volontà di abbattere gli orsi, senza rinchiuderli in cattività. Un segno che non può essere visto come una scelta giustificata dall’evitar loro sofferenze prolungate, ma come una scorciatoia. L’abbattimento costa meno, produce reazioni negative ma destinate a finire in tempi più brevi, mentre il costante maltrattamento degli animali li costringe a restare sulla corda. Posizione politicamente molto scomoda.

Errare è umano, ma perseverare è diabolico e Maurizio Fugatti dovrebbe saperlo

Per risolvere la quasi totalità dei problemi basterebbe avere piani di periodo. Che prevedano i cassonetti dei rifiuti anti orso, informazione capillare a valligiani e turisti, divieti di condurre cani liberi in determinate zone, incentivi rapidi per i danni e maggiori controlli. Non bisogna dimenticare infatti che quasi sempre sono i comportamenti umani sbagliati a rendere gli orsi problematici. Insomma basterebbe che la PAT cercasse di copiare le attività del Parco d’Abruzzo. Non servirebbe molto altro, per interrompere questa catena di violenza, che danneggia nel mondo l’immagine del Trentino.

Puma trasferiti in California per salvare delle capre in pericolo di estinzione. Un’idea di gestione non letale.

Puma trasferiti in California

Puma trasferiti in California per allontanarli da un branco di pecore di montagna Bighorn, perché in pericolo di estinzione. In Sierra Nevada sono rimaste circa 600 pecore di montagna, anche a causa delle predazioni compiute dai puma e per questo si è deciso di ridurre la presenza di questi carnivori. Questa volta senza fare campagne di abbattimento ma sperimentando sistemi incruenti per ridurre il numeri di felini, trasferendoli per salvaguardare le pecore bighorn.

Cani falchi tigri e trafficanti

In passato la scelta era stata quella di sfoltire a fucilate la popolazione dei leoni di montagna, per limitare i danni alle pecore. Una via che non si è dimostrata risolutiva. Ma che era anche stata duramente osteggiata dall’opinione pubblica. Un po’ come avviene in Italia quando l’unica gestione faunistica è fatta a fucilate. Le proteste in questo caso sono servite per far decidere alle autorità di catturare e trasferire alcuni animali, lontano dalla zona dove vivono le pecore di montagna.

Alla fine del secolo scorso a causa della pressone venatoria e dei predatori le pecore di montagna erano rimaste poco più di cento. Per poi risalire al numero attuale grazie a misure di protezione molto rigide, ma anche all’abbattimento di un numero consistente di puma. Ora si sta provando a cambiare metodo: alcuni animali sono stati catturati, muniti di radiocollare e liberati a centinaia di chilometri di distanza.

I puma trasferiti dalla California sono stati rilasciati in aree distanti sperando si adattino ai nuovi territori

La scelta di trasferire gli animali è stata presa pur nella consapevolezza che non possa essere l’uomo a decidere dove un puma debba vivere. Mettendo così in conto un possibile ritorno. I puma infatti, proprio come orsi e lupi, sono dei grandi camminatori, capaci di percorrere lunghi tragitti in pochi giorni. In un caso un puma che era stato spostato a più di centocinquanta chilometri dal luogo di cattura è stato capace di farvi ritorno. Per poi essere nuovamente catturato e portato in un’altra area distante il doppio dei chilometri e in direzione opposta.

Gli studi fatti dai tecnici, basati sui dati inviati dai radiocollari, hanno dimostrato che altri felini si sono adattati ai luoghi in cui sono stati liberati. Le politiche non letali hanno prodotto il duplice risultato di salvaguardare pecore e puma. Una strategia che potrebbe essere attuata anche nel nostro paese, per diminuire ad esempio il numero degli orsi in Trentino. Permettendo di rispettare i criteri del progetto originario, che prevedeva che gli orsi reintrodotti dovessero colonizzare nuovamente l’intero arco alpino.

Peraltro chi si sta occupando dell’operazione in California ha ipotizzato che il numero di puma abbia iniziato a crescere in modo rilevante dopo la scomparsa di altri predatori. Orsi e anche lupi sono stati infatti sterminati, facendo rimanere i leoni di montagna padroni del campo. Un enigma che però non ha potuto ancora trovare risposte certe, secondo quanto pubblicato da The Guardian nell’articolo sul trasferimento dei felini.

In Italia si dovrebbe provare a trasferire alcune femmine di orso per cercare di agevolare la dispersione

Considerando che la captivazione o l’abbattimento degli orsi non sono strade che possano essere perseguite a lungo, sarebbe utile riportare il progetto sull’orso alle sue origini. Attuando quel piano di ripopolamento sull’intero arco alpino, dove gli orsi erano presenti prima di essere sterminati dalla caccia. L’orso è una specie importante per l’equilibrio dell’ecosistema. Una specie definita ombrello, grazie alla quale migliora la qualità dell’ambiente, stimolando l’insediamento di altre forme di vita.

Per rendere possibile questa ipotesi ci vuole però una condivisione delle comunità locali. che devono essere convinte del valore, anche economico, che la presenza di queste specie regala. Un miglior equilibrio fra prede e predatori deve essere visto come una grande opportunità e l’unico modo per condividere nel giusto modo il territorio. Non sarà un percorso facile, ma una strada obbligata che dobbiamo percorrere con consapevolezza.