Allevamenti di animali da pelliccia: ci vuole il coraggio di scelte definitive contro virus e crudeltà

Allevamenti di animali da pelliccia

Gli allevamenti di animali da pelliccia vanno chiusi per sempre, come hanno già fatto diversi paesi europei. Ben venga l’ordinanza del Ministro della Salute Roberto Speranza, che vieta l’allevamento sino alla fine dell’anno. Ma occorrono scelte più coraggiose e, soprattutto, definitive. Non soltanto per motivazioni legate alla pandemia ma anche per ragioni etiche che non possono più essere nascoste sotto il tappeto dell’economia. Bisogna avere il coraggio di chiudere questi pericolosi laboratori di sofferenza animale, senza possibilità di ritorno.

Cani falchi tigri e trafficanti

Certo la pandemia e i focolai scoppiati negli allevamenti hanno aiutato a sollevare il problema. Che riguarda gli allevamenti di tutti gli animali selvatici, sotto il duplice profilo sanitario e etico. Ma quando si inizia a rinviare anche le scelte più facili, quelle che contrastano con interessi economici trascurabili, ci si domanda cosa verrà fatto con quelle impegnative. L’opinione pubblica è contraria agli allevamenti di animali da pelliccia. Con una maggioranza alta e solida. Quindi una scelta in questa direzione potrebbe trovare quasi soltanto applausi a scena aperta. Eppure, come per i circhi, non si arriva a stringere.

Una direzione, quella di chiudere gli allevamenti, peraltro intrapresa già da moltissimi paesi europei. In tempi in cui il pericolo sanitario era considerato solo dagli scienziati, rimasti per anni senza ascolto. Regno Unito e Svizzera lo hanno deciso dal 2000 e da allora molti altri hanno seguito il loro esempio. Austria, Slovenia, Macedonia e Lussemburgo. Con l’Olanda che ha anticipato il divieto, inizialmente previsto per il 2022 a quest’anno. Molti altri lo faranno entro breve, avendo già assunto decisioni in tal senso.

Se si dimostra prudenza nell’adottare provvedimenti popolari cosa succederà di fronte agli argomenti più complessi?

Una domanda non di poco conto questa, perché parlando di transizione ecologica sarà necessario fare scelte. Che potranno non piacere a tutti, ma vanno considerate urgenti e non rinviabili, sia sotto il profilo etico e che per una reale chiusura dell’Antropocene. Ci sono argomenti, come allevamenti e agricoltura intensiva che apriranno fronti ben più impegnativi di quello dei visoni. Per i quali sarà necessario dimostrare coraggio e coerenza: quella di affermare che se non passiamo a un’agricoltura sostenibile non ci sarà futuro.

Inutile e fuorviante far credere che il problema per l’agricoltura siano i lupi, a meno che non si stia parlando di quelli di Wall Street. Il vero problema è che il sistema agricolo, che non è sano sotto il profilo della salute, non starebbe in piedi senza sovvenzioni pubbliche. Quella macchina mostruosa che abbiamo creato inquina, non rende, produce ricchezza per pochi e sfruttamento per troppi. Come hanno dimostrato molte inchieste televisive, quelle serie, che hanno illustrato come ai due estremi della catena ci siano produttori e consumatori. Mentre il centro che si ingrossa e si ingrassa è quello della grande distribuzione.

I contadini vivono grazie alle sovvenzioni e troppe volte si ha notizia che sfruttano la manodopera, mentre i consumatori sono drogati di sconti che portano a acquistare spesso prodotti senza qualità. Questo sarà il terreno su cui si combatterà la battaglia più impegnativa. Quella che ha diversi e giganteschi fronti, che andrebbero smontati e rimontati pezzo per pezzo. Non avendo nulla di etico da mettere sul tavolo dovranno trovare altre sponde per cercare di impedire che ci sia una reale transizione ecologica, che non sarà mai tale se non avrà una grande considerazione per l’etica.

Le cose sono buone se sono gradevoli, ma per essere tali non devono puzzare di sfruttamento dell’ambiente e degli esseri viventi

Troppe volte si tende a separare gli argomenti, per evitare che trattarli seguendo un filo conduttore li renda troppo semplici da comprendere. Gli allevamenti di animali da pelliccia, per restare in tema, furono salutati come salvifici perché avrebbero smesso di compromettere le specie selvatiche. Basta prelievi in natura e il gioco sembrava fatto. Ma poteva essere così soltanto nascondendo l’altra metà della questione: la sofferenza degli allevamenti, il pericolo sanitario, la crudeltà.

Gli allevamenti intensivi di animali da reddito furono proposti come lo strumento innovativo per consentire a tutti di poter mangiare carne, di avere un’alimentazione con il giusto apporto di proteine. Una realtà ottenibile producendo carne a bassissimo prezzo, che si poteva produrre soltanto abbassando nel contempo anche il livello di vita degli animali. Costringendoli a vivere in spazi ristretti, vivendo meno e ingrassando sempre più rapidamente. Grazie a farmaci che poi i consumatori si ritrovavano nel piatto. E i maiali felici delle pubblicità dei salumifici erano la patina che il marketing stendeva per anestetizzare i consumatori.

Bisogna iniziare a guardare tutte le cose con una visione unitaria: un pianeta, una salute ma anche una sola etica. Diversamente questa pessima finanza riuscirà a convincere le persone che il problema non sono le pandemie, ma gli ambientalisti. Insieme a chi difende i diritti umani e degli animali e agli scienziati che da anni e anni lanciano allarmi. Definiti spesso come Cassandre allarmiste e foriere di sventura. Sino a quando la pandemia si è materializzata come l’iceberg di fronte al Titanic.

Il futuro verde si allontana sempre più dall’Italia grazie a una politica che uccide le speranze

nextgenerationEU

Il futuro verde si allontana dal nostro paese, vittima di una classe politica incapace di fare squadra neanche in momenti così difficili. Prigionieri di una visione fatta solo di contrapposizioni, schiavi di una rendita di posizione che non prevede la ricerca del bene comune. Intrisa di politiche vecchie, che vedono nello stato di fatto la chiave per proseguire in un’economia fallimentare. Basata su consumi eccessivi, allevamenti e agricoltura intensiva, scarsa protezione dell’ambiente e dei territori. Incapace di valutare i rischi sanitari con lungimiranza e con troppi interessi, in mano a pochissimi, per costruire un futuro diverso.

cani falchi tigri e trafficanti

Avere la fortuna di abitare in uno dei paesi più belli dl mondo e vederlo mortificato, ogni giorno, da una classe politica che non ha più neanche colori, ma è diventa indistinta. Indistinguibile negli obiettivi e riconoscibile solo dalla comune volontà di litigio. Incapace di coesione per l’interesse nazionale, per non perdere l’unica opportunità che ci ha dato la pandemia: quella di cambiare l’economia. Di realizzare una reale svolta, non di facciata, verso una transizione verde, diversa, più attenta alla tutela dell’ambiente e alla salute dei cittadini.

Ebbene in questi momenti la nostra politica, di fronte ai carri armati di un virus che ci sta mettendo in ginocchio, perde tempo a litigare. Regalando la peggior visione al mondo dell’Italia, incapace di spostare lo sguardo verso un futuro fatto di energia pulita, di una drastica riduzione dei consumi di carne, di una valorizzazione ambientale che diventa così salute ma anche risorsa. Invece, anziché imboccare questa direzione, siamo costretti a vedere ancora i giochi della politica, delle crisi e di una classe dirigente che sembra completamente incapace di comprendere i bisogni delle persone. Di intercettare il futuro.

Se il futuro verde si allontana il nostro paese sarà condannato a restare come lo vediamo: bellissimo e disperato

Sempre in bilico fra scandali e corruzione, fra una giustizia che non arriva mai e un sacco ambientale costante. Devastato dalle mafie che sversano rifiuti tossici come si trattasse di cioccolato su una torta, di speculatori che costruiscono dove non dovrebbero, di un ambiente ricco di risorse ma mortificato dagli interessi. Un paese così bello che potrebbe farti piangere dall’emozione, ma che invece ti devasta l’anima per la rabbia, per il mancato rispetto del futuro delle giovani generazioni.

Con il rischio concreto di perdere davvero tante risorse economiche, che con piani precisi avrebbero potuto farci diventare un laboratorio di rinnovamento. Ucciso invece dalla politica e da cittadini che non votano, non partecipano, non si indignano a sufficienza. Una politica che maltratta anziani e giovani, ambiente e animali, uomini e donne di questo paese, che nonostante tutto il mondo ci invidia. Per quanto sia bello, per il suo capitale naturale, per i suoi panorami, per le cime delle montagne e le coste dei mari.

Che ora rischia di perdere i soldi messi a disposizione dell’Europa per le continue dispute, inutili, insensate. Denari ai quali non potremmo rinunciare senza condannarci alla dannazione futura. Mentre il paese deve vedere cambiare l’economia, rendendola più equa, più solidale, più sostenibile sotto ogni punto di vista. Scalzando rendite di posizione, mettendo la salute e la tutela dell’ambiente come priorità, smettendo di usare le parole come green generation come paravento di un immobilismo dal quale non usciamo.

Occorre un cambiamento radicale basato su una trasformazione magica: quella che porta i sudditi a diventare cittadini informati per cambiare il paese

Stiamo per essere divorati da una politica fatta di contrapposizioni apparenti, ma anche di interessi convergenti. Quella politica che in poco meno di quattordici anni non si è accorta che non avevamo un piano aggiornato contro le pandemie. Che ha lasciato che la sanità diventasse un affare, che la giustizia diventasse una palude inestricabile nella quale restano imprigionati anche gli investigatori più volenterosi. Un paese pieno di misteri irrisolti, di complicità inimmaginabili che sembrano sempre intoccabili.

Il tempo del cambiamento è oggi però, non può essere domani. Non possiamo permetterci di perdere anche questo treno, di rinunciare ad avere i fondi per mettere in atto la transizione a un’economia davvero rispettosa e sostenibile. Adottando ora un modello di sviluppo che abbia alla base il numero uno: un pianeta, una salute, una possibilità di salvezza basata sulla convivenza. Facendo scendere da questo treno, alla prima fermata, faccendieri e affaristi, politicanti e venditori di fumo. Dimostrando che noi cittadini questa trasformazione la vogliamo a ogni costo. Anche a costo di fare la rivoluzione verde. Gentile ma ferma, pacifica ma determinata, capace oggi di riempire le piazze virtuali e domani quelle reali.

Abbiamo bisogno di poter immaginare realtà diverse, di smettere di credere che questo modello economico sia stata la vittoria per l’occidente. Abbiamo perso tutti e han vinto solo gli speculatori. Pochissime persone capaci di realizzare guadagni enormi anche sui vaccini che sono stati finanziati con i nostri soldi. Vendendo le partecipazioni azionarie nelle big pharma, diventate oro liquido al solo annuncio che era stato trovato il vaccino contro il Covid-19.

Io voglio essere partigiano, non posso essere indifferente.

Saranno uccisi 15 milioni di visoni in Danimarca, a causa del virus Covid-19. Ora basta pellicce!

uccisi 15 milioni visoni

Saranno uccisi 15 milioni di visoni in Danimarca, il maggior produttore mondiale di pellicce realizzate con questa specie. Gli animali rappresenterebbero, secondo le autorità sanitarie del paese, un serbatoio del virus e delle sue mutazioni. Come dimostra il contagio di molti operatori che lavorano negli allevamenti del paese. Queste mutazioni, secondo il locale ministero della sanità, potrebbero essere una importante fonte di problemi per l’efficacia del vaccino contro la pandemia.

Cani falchi tigri e trafficanti

I visoni sarebbero stati comunque uccisi, secondo il ciclo previsto dagli allevamenti da pelliccia, e quindi questa decisione ha solo anticipato una triste fine. Fatto che ancora una volta evidenzia l’errore di creare contiguità fra uomini e animali selvatici. Quali i visoni che non possono essere considerati animali domestici, benché siano allevati. Senza contare le sofferenze che questi animali sono costretti a subire negli allevamenti, al solo scopo di ottenere pellicce, crudelmente inutili e oggi facilmente sostituibili.

Lo sterminio di massa dei visoni ha indignato e preoccupato l’opinione pubblica, consapevole dei maltrattamenti che questi animali sono costretti a subire ma anche dei rischi sanitari. Tutte le associazioni del mondo, che si occupano di diritti degli animali, hanno ribadito la richiesta di chiusura degli allevamenti, che si sono dimostrati anche pericolosi per la salute. Questo immane disastro potrebbe innescare una catena di decisioni positive, che portino a rivalutare una volta per tutte l’opportunità di queste attività. Almeno in Comunità Europea che ha dimostrato da tempo una certa sensibilità su questo argomento.

Saranno uccisi 15 milioni visoni e la responsabilità è della vanità delle persone che acquistano pellicce

Durante questa pandemia ogni giorno arrivano nuovi spunti di riflessione sul nostro rapporto con gli animali. Rendendo visibile a tutti quanto si sia alzata l’asticella dello sfruttamento animale e il pericolo che questo ha comportato per la sopravvivenza della nostra specie. Costringendoci a fare i conti con una realtà che, pur nota, troppo spesso le persone non hanno voluto vedere. Ma ora il re è nudo ed è evidente che il virus abbia derivazione dagli animali selvatici, causata da una sempre maggior contiguità causata dalla distruzione degli ambienti naturali.

Secondo l’agenzia Reuters circa la metà delle quasi 800 persone che si sono infettate nel nord della Danimarca, hanno contratto il virus per situazioni che si sono verificate negli allevamenti. In Danimarca si stima che ci siano più di un migliaio di strutture che si dedicano all’allevamento di visoni per la pellicceria. E sono proprio questi che tengono in cattività, in anguste gabbie di rete senza fondo, fra i 15 e i 17 milioni di animali. Un numero davvero enorme di esseri viventi costretti a condurre una magra esistenza, in attesa della morte che arriva con la frattura della colonna vertebrale o con il gas.

L’abbattimento degli animali e il timore che il virus possa avere ulteriori mutazioni (secondo The Guardian ne sono state stimate diverse) non significherà, purtroppo, il divieto automatico di allevare animali da pelliccia. ma potrà diventare l’opportunità di una completa riconversione del settore. Mettendo fine per sempre agli allevamenti nel paese e causando un auspicabile effetto domino, che porti a una chiusura generalizzata di tutte queste strutture. Aggiungendo un altro tassello al panorama delle attività umane da eliminare, se non vogliamo in futuro assistere a pandemie sempre più frequenti.

Una pandemia tira l’altra e solo un cambiamento drastico può metterci al riparo da altre emergenze

Una pandemia tira l'altra
Immagine messa a disposizione da IPBES #PandemicsReport

Una pandemia tira l’altra, proprio come le ciliegie, ma a dirlo non sono, soltanto, gli ambientalisti ma anche la Piattaforma intergovernativa di politica e scienza sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES). Un’organizzazione intergovernativa indipendente che collabora con l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP). Fondata nel 2012 da più di 100 stati che fanno parte dell’ONU.

cai falchi tigri e trafficanti

Secondo l’organizzazione internazionale le future pandemie saranno più ravvicinate, causeranno maggiori danni economici di quanto ne stia provocando quella di Covid-19. Avendo uno scenario che prevede un costante innalzamento della curva della mortalità. Una realtà apocalittica, che può essere interrotta solo modificando il nostro modello di sviluppo economico. Un discorso ripetuto oramai sino alla nausea ma che pochi sono davvero disponibili ad ascoltare,

Quella di Covid-19 è almeno, secondo l’organizzazione internazionale, la sesta pandemia che ha colpito il pianeta. A partire dalla famosa “Spagnola” del 1918. Questo significa che già nel passato in poco meno di un secolo si sono realizzati pericoli sanitari dovuti a virus presenti negli animali selvatici. Con i quali la nostra espansione senza freni e i danni ambientali che abbiamo causato ci hanno portato a vivere in modo sempre più ravvicinato.

Ma se una pandemia tira l’altra quella di Covid-19, per una serie di condizioni si sta rivelando un vero tsunami

Del resto basta pensare a quanto gli ultimi cento anni abbiano modificato il nostro modo di vivere, gli spostamenti, le produzioni, gli allevamenti e i consumi. Un secolo che ha stravolto, con una velocità impressionante causata dalla rivoluzione industriale, le abitudini e gli stili di vita dei cosiddetti paesi sviluppati. Che hanno utilizzato questo “potere” economico per sfruttare sempre più i paesi in via di sviluppo. Impedendo di fatto che questo avvenisse in modo armonico dando vita a società democratiche.

L’economia e l’alta finanza hanno accentrato in mano a pochissime persone la ricchezza, e il potere che da questa deriva sfruttando sempre più l’ambiente e le risorse naturali. Credendole, stupidamente, infinite e capaci di autorigenerarsi, ma così ovviamente non è stato. Questa sovra valutazione della resilienza ambientale, della capacità di resistere alle aggressioni ha portato a sottovalutare grandemente i pericoli.

Come quelli stimati dagli scienziati che hanno più volte lanciato allarmi, rimasti perennemente inascoltati o quasi. perché ci siamo lasciati convincere. Abbiamo abdicato al buon senso in cambio di vantaggi materiali apparenti, lasciandoci trasformare da persone in consumatori. Che consumano tutto, molto spesso senza nemmeno rendersene conto: salute, antibiotici, veleni, ambiente, risorse di altri.

Secondo gli scienziati esistono in natura una quantità di virus sconosciuti, stimati in una variabile compresa fra i 540.00 e gli 850.000

E tutti i virus potrebbero essere potenzialmente pericolosi per l’uomo. Per questo abbiamo necessità di ristabilire un equilibrio fra gli spazi occupati dall’uomo e quelli che devono essere lasciati all’ambente naturale. Limitando le occasioni di un contatto, invasivo e prolungato, fra uomini, animali domestici e selvatici.

Il rischio di pandemia può essere notevolmente ridotto riducendo le attività umane che guidano la perdita di biodiversità, da una maggiore conservazione delle aree protette e attraverso misure che riducono lo sfruttamento insostenibile delle regioni ad alta biodiversità. Ciò ridurrà il contatto tra fauna selvatica, bestiame e esseri umani e aiuterà a prevenire la diffusione di nuove malattie, afferma il rapporto.

Tratto dal rapporto IPBES su biodiversità e pandemie

Sarà per questo che i ragazzi che hanno organizzato il Mock Cop26 non sono disponibili ad aspettare che i governi decidano cosa fare. Ne va della vita di tutti, ma per loro c’è in gioco il futuro delle loro vite e iniziano a capire che devono battersi con tutte le loro forze per arrivare al cambiamento. Forse loro avranno più lungimiranza di quanta ne abbiano avuta i loro genitori.

Cani, falchi, tigri e trafficanti – Storie di crimini contro gli animali e di persone che li combattono

Cani falchi tigri trafficanti

Cani, falchi, tigri e trafficanti è libro del quale non farò, per evidenti ragioni, la recensione. Volevo però raccontarvi come nasce questo progetto che abbraccia la mia vita, come persona che si è occupata di animali, da quando aveva solo 16 anni. Il mio impegno è iniziato proprio negli anni di piombo, in tempi difficili per l’Italia, che con i loro misteri non ci hanno mai lasciato del tutto. Creando un paese con molti, troppi, punti interrogativi che non hanno mai trovato risposta.

Quelli erano periodi in cui l’attenzione per i diritti degli animali, diversi da cani o gatti, si stava affacciando sul proscenio culturale della nostra società. Dando corpo alle richieste di una maggior protezione della fauna, si è rivoluzionato il suo status giuridico, trasformandola da res nullius (cosa di tutti) a bene pubblico. Nel 1977 fu promulgata la legge 968 che, fra le altre cose, stabilì che la fauna era un bene dello Stato.

Una legge che diede protezione a lupi e orsi, eliminò il concetto di animali nocivi, vietò l’uso di veleni, trappole e reti. Un vero balzo in avanti rispetto al vecchio testo unico che era del 1939, in pieno periodo fascista e a un passo dalla Seconda Guerra Mondiale. Negli stessi anni il fascismo sciolse tutte le associazioni, comprese quelle zoofile. Che furono fatte confluire nell’Ente Nazionale Fascista per la Protezione degli Animali, divenuto nel 1979 un’associazione privata di volontariato nella quale ho sempre militato.

La tutela dei diritti degli animali prese vita proprio negli anni settanta, per arrivare all’oggi con i suoi fallimenti

Furono tempi di grande fermento sociale e di grande attivismo. Un periodo dove l’impegno e la passione erano riconosciuti come un valore vero. Purtroppo le premesse non arrivarono sempre a trasformarsi dapprima in promesse e poi in realtà e il cammino per la tutela degli animali era ancora un sentiero impervio e pieno di ostacoli. Ma qualcosa era stato smosso, piccoli e grandi passi in avanti erano stati fatti.

Cani, falchi, tigri e trafficanti parte proprio da quegli anni per camminare nel tempo sino ad arrivare ai giorni della pandemia, a raccontarne le possibili origini. Parlando di un rapporto distorto con gli animali, dove sfruttamento e eccessi continuano purtroppo a fare danno. Da questa volontà di ripercorrere questi anni, in buona parte usando le indagini come partenza della narrazione, nasce il progetto del libro. Scritto con Paola d’Amico, giornalista del Corriere della Sera.

Raccontando, come in un libro giallo ma composto rigorosamente da storie vere, fatti e misfatti commessi a danno degli animali. Ma anche azioni che ne hanno salvati, che sono servite a modificare le impostazioni delle norme e le interpretazioni della magistratura. Modificando, anche se in modo ancora insufficiente, l’attenzione dell’opinione pubblica sui diritti negati.

Cani, falchi, tigri e trafficanti ha una prefazione di Cristina Cattaneo, medico forense umano

Qualcuno potrebbe stupirsi, ma uomini e animali da sempre sono uniti da un comune destino. Quello di vivere sul pianeta, ma anche quello di subire violenze e maltrattamenti. Atti che capita di vedere molto frequentemente a chi come Cristina Cattaneo, fa l’anatomo patologo. Impegnata da anni in casi scabrosi e importanti, che ha riconosciuto il tratto d’unione fra uomini e animali.

Molti di noi hanno già varcato la soglia verso la comprensione che la sofferenza e il “sentire” animale sono degni della stessa attenzione che quelli umani. Diversi sono gli articoli clinici e scientifici dell’ambito neurologico ed etologico che ormai supportano questa tendenza. Gli animali non umani sono per certi versi i più deboli della nostra società, sono i senza voce, e proprio per questo deve essere ancora più forte la spinta a tutelarli in particolare rispetto al crimine e alla violenza.

Dalla prefazione di Cristina Cattaneo

Tutelare gli animali è un atto che non può prescindere dall’avere le stesse attenzioni per gli uomini. Non ci può essere rispetto per i diritti dell’uno escludendo i diritti dell’altro. In anni passati scrivendo, indagando, soccorrendo sono arrivato ad avere una certezza granitica su questo argomento. Una certezza che non mi consente di tollerare razzismo, violenza e indifferenza. Che sono la chiave di tutti i mali che affliggono la nostra società.

Il cammino da percorrere è molto ancora e spero che Cani, falchi, tigri e trafficanti possa essere una piccola pietra d’inciampo

Dopo un tempo così lungo speso su questi temi e in parte anche per i diritti umani, posso sperare che la mia attività possa essere un piccolissimo tassello di un grande disegno. Un puzzle che parla di diritti degli animali, di equità climatica, del diritto alla felicità ma anche del dovere di garantire l’accesso all’acqua pulita. Per un mondo più equo, più sostenibile, in grado di garantire un futuro alle prossime generazioni.

Con lo stesso sentire, che ci accomuna, ha partecipato al progetto Paola D’Amico, giornalista e amica da molti anni con la quale ho condiviso l’organizzazione di convegni, la sensibilizzazione dei lettori e l’amore per la verità. Che talvolta è molto più dolorosa e sofferta di una bugia, ma ha il grande pregio di essere vera, non verosimile e di sensibilizzare.