Caccia, circo, commercio animali: può andare solo di male in peggio con un governo che non ha alcuna attenzione verso i diritti degli animali e per la tutela dell'ambiente. Fra una manciata di settimane, esattamente il 18 agosto, scadranno i termini previsti dalla legge delega per approvare norme che portino alla progressiva eliminazione degli animali dai circhi. Se nulla accadrà, come pare molto probabile, per la seconda volta sarà necessario ricominciare tutto da capo. La storia dell'eliminazione degli animali dai circhi parte infatti dall'oramai lontano 2017, quando prima il governo Franceschini e poi quello Conte lasciarono scadere i termini della riforma.
Nonostante le richieste delle associazioni sarà difficile che l'attuale esecutivo voglia dare seguito a una normativa che preveda l'eliminazione degli animali dai circhi. Non tanto e non soltanto perché i circensi pur essendo pochi votano ma per una questione ideologica, che vede assolutamente legittima ogni forma di sfruttamento degli animali. Lo dimostrano ogni giorno le dichiarazioni fatte dai vari ministri su allevamenti, caccia, clima e molte altre questioni. Una situazione che, oramai, rende impossibile parlare di questi temi senza schierarsi politicamente. Questa è la prima volta, dalla nascita della repubblica, che un esecutivo risulta così schierato contro la tutela dell'ambiente e dei diritti di tutti gli esseri viventi.
Su caccia, circo e commercio animali andrebbero prese decisioni in sintonia con la normativa europea
Se ora FdI ha compiuto un passo indietro sugli emendamenti "caccia selvaggia" è soltanto perchè in questo momento il governo è sotto attacco. Con il presidente Mattarella che lancia un pesante monito sulla difesa della democrazia, che non può essere asservita alle necessità di governo. Mai come in questi giorni abbiamo assistito a una presenza molto importante di messaggi del Quirinale sui social. Questa situazione deve aver convinto la presidente Meloni a fare, almeno su materie accessorie come la caccia, un passo indietro. Per non andare contro al volere dei cittadini che la caccia, a grande maggioranza, la vorrebbero abolire.
In questo momento non è possibile difendere i diritti degli animali e la tutela dell'ambiente senza schierarsi, Senza dire senza mezzi termini che questo governo è palesemente contrario a riconoscere i diritti degli animali, e non soltanto. L'esecutivo Meloni difende l'allevamento intensivo, sostiene la caccia come se chi la pratica fosse una risorsa fondamentale per il nostro paese. Avversando i metodi alternativi come la carne coltivata e l'elenco potrebbe essere molto lungo. Un governo che risulta senza visione complessiva del problema ambientale, più intento a garantire almeno lo status quo a alcune categorie che non la tutela dei diritti, da quelli delle persone a quelli degli animali non umani!
Quella sofferenza muta degli animali selvatici costretti a vivere nelle nostre case
Da molti mesi, esattamente dalla pubblicazione del decreto Legislativo 135/2022, si è in attesa dell'emanazione della cosiddetta "lista negativa", quella che indicherà le specie che non possono essere oggetto di commercio. Per motivi di prudenza, per evitare la possibilità di ripetere invasioni come quelle dei parrocchetti, degli ibis sacri, delle nutrie e degli scoiattoli grigi ma anche per altre ragioni. Il commercio e la detenzione di animali selvatici rappresenta un rischio per la salute, per la trasmissione di possibili zoonosi, ma anche una causa di sofferenza per gli animali.
Privare un uccello della possibilità di volare per tenerlo in gabbia è un atto crudele
La tratta dei cuccioli rende più della droga, con minori rischi: un dato che non può essere contestato ma che agita fin troppi interrogativi. Al di là del sensazionalismo creato con il titolo la verità è che la realta supera la fantasia, aprendo scenari di tutto rilievo sotto il profilo economico. Seguire i soldi è un modo per intercettare i crimini e la realtà è che chi delinque non ha etica, ma molto spesso ha cervello e sa far di conto. In più, a differenza di quanto avviene con altri traffici la tratta dei cuccioli comporta rischi bassi e una clientela davvero poco pericolosa.
In principio tutto partì proprio dagli stessi soggetti che trafficavano esotici. Personaggi che avevano capito quanto fosse redditizio comprare un cucciolo di finta razza per pochi fiorini ungheresi (l'euro era ancora lontano da venire). Per poi rivenderlo a caro prezzo in Italia. Commercianti che avevano base in Lombardia, Veneto e soprattutto in Emilia Romagna, dove erano già attivi con la vendita di esotici: dalla tigre alla scimmia, dal gufo al pappagallo amazzone. Un commercio che movimentava molti milioni di lire in Italia e aveva poco contrasto, per mancanza di interesse e per assenza di norme chiare. Per questo in quegli anni era un mercato fiorente, senza regole, vantaggioso.
La tratta dei cuccioli ha fatto scorrere fiumi di denaro negli ultimi decenni, senza essere mai combattuta davvero
Così per avere mercato i trafficanti si inventarono le mostre mercato, le fiere del cucciolo, che di piazza in piazza montavano tendoni da circo e affittavano i palazzetti, ufficialmente per esibire cani. Ma se la vendita in fiera non era consentita, per ragioni legali, era lì che si raccoglievano soldi in nero e prenotazioni: alla chiusura i cuccioli sarebbero stati consegnati nei parcheggi degli stadi, vicino alle rotonde, ovunque vi fosse spazio per accogliere un centinaio di persone. Che potevano così ritirare i cuccioli che avevano pagato anche 3/400 milla lire. Rigorosamente in nero.
Cuccioli provenienti dal mercato di Pecs, che venivano ripuliti in Italia grazie a veterinari senza scrupoli che compilavano libretti sanitari falsi. Dopo qualche giorno iniziava, purtroppo, a comporsi la lunga scia dei cuccioli morti, la lista delle proteste degli acquirenti e la difficoltà di mettere in atto azioni efficaci.
Cuccioli di un paio di mesi, stressati da un lungo viaggio, esibiti in fiera per essere venduti senza avere vaccinazioni. Il vero mistero erano quelli che sopravvivevano a questo trattamento, perchè quelli che morivano erano solo il prevedibile risultato dei maltrattamenti.
Il contrasto del fenomeno fu incerto
Un fenomeno difficile da far capire ai servizi veterinari pubblici, deputati al controllo, ma anche agli organi di polizia che allora ritenevano fantasie i percorsi del traffico. Spesso più capisci i meccanismi e meno vieni ascoltato, perché la realtà supera la fantasia, diventando incredibile per chi non si vuole soffermare sul problema.
Ma siccome qualcuno in Europa iniziò a capire non tanto la sofferenza quanto il pericolo sanitario, vennero messi dei paletti. La mamma di tutte le zoonosi, la rabbia, era ed è sempre in agguato e l'Unione poteva e voleva dire la sua. E qualcuno nelle istituzioni, come la Guardia di Finanza di Bologna, iniziò a squarciare il velo di nebbia.
L'unione Europea ha fatto le norme sanitarie, le uniche di competenza, ma le regole contro truffe, traffico e maltrattamenti sono degli Stati
Dai palazzetti e dai tendoni si passò al commercio in grande stile e i cuccioli della tratta iniziarono a inondare i negozi. Ufficialmente come provenienti da inesistenti allevamenti italiani, che esistevanosolo sulla carta e spesso all'ENCI, ma che non avevano fattrici. Luoghi strabordanti di cuccioli, ma senza fattrici. Allevamenti di carta, sulla carta, ma in realtà semplici collettori di traffici. Moltiplicatori di valore che trasformavano i pochi euro di un acquisto in Ungheria o Slovacchia in cani da 3/400 euro, regolarmente made in Italy.
Riassumere trent'anni di storia in un articolo è complesso, ma attraverso la tratta dei cuccioli possiuamo ricostruire non solo il mercato ma anche il costume. Dalle fiere da imbonitori sotto ai tendoni il passo successivo fu quello di permeare il mercato distruggendo gli allevamenti, per poi togliere ossigeno ai negozianti che non potevano più competere con i prezzi dei cuccioli della tratta. Diventando, non senza colpa, complici di questa evoluzione ulteriore, che fu ampiamente sottovalutata anche dagli ordini dei veterinari, che non tennero "al guinzaglio" diversi loro iscritti, che diventarono le cartiere. Loro erano i responsabili della creazione dei documenti, loro iscrivevano nelle anagrafi, loro testiminiavano a favore dei trafficanti in tribunale.
Per contrastare questo fiume di sofferenza e di pericoli sanitari fu necessario inventarsi strategie che utilizzavano i reati collaterali al maltrattamento dei cuccioli. I reati contro gli animali erano armi spuntate, per difficoltà di prova a causa delle leggi, bisognava inventare nuovi percorsi, un po' come combattere i mutaforma! Un lavoro da certosini, non sempre premiante, sicuramente complesso per contrastare quello che veniva fatto passare come un reato minore. Nonostante pericoli e lauti guadagni.
Se il maltrattamento non funzionava a sufficienza c'erano molti altri reati ipotizzabili
Dal falso alla frode in commercio, dalla truffa aggravata all'abuso della professione veterinaria: sono talmente tante le ipotesi di reato configurabili che serve solo la volontà di legarle fra loro. Ma nel frattempo il proteiforme mercato aveva cominciato il nuovo trasloco, secondo logiche criminali efficaci e predittive. Così il traffico allargò le basi produttive, moltiplicando le puppy farm: non più solo Ungheria e Slovacchia, ma anche Romania, Polonia, Ucraina (prima della guerra), Bulgaria ma anche Serbia, Croazia, Turchia e perfino Russia. Una dimostrazione dello smisurato mercato europeo e del suo valore.
Recentemente ho assistito a una riunione organizzata al Parlamento Europeo per presentare i possibili cambiamenti legislativi che andranno fatti. Grande conoscenza del problema da parte dei funzionari, ma ridotte possibilità di ottenere cambiamenti radicali, per i limiti sulle materie comunitarie, in questo settore eminentemente sanitarie. Una strada lunga e complessa, dove l'Europa resta comunque l'unica vera speranza per la costruzione di effettivo argine alla tratta dei cuccioli.
E il futuro lo scriverà la nuova Europa e potrebbe essere peggiore del presente.
Un successo raggiunto oggi grazie alla tenacia e alla costanza del Nucleo di Polizia Giudiziaria della Polizia Stradale di Bergamo, che ha fatto tutto quello che era necessario per arrivare a questi arresti. A cominciare dalle intercettazioni telefoniche alle quali era sottoposta la famiglia del Vigani, che hanno fatto emergere comportamenti molto gravi. Che hanno dimostrato la piena consapevolezza degli indagati nel portare avanti condotte delittuose, con il fine di realizzare illeciti guadagni. Grazie al solito rodato meccanismo di cuccioli importati dall'Est Europa, tolti in giovane età alle madri e importati con documenti contenenti dati alterati. Uno schema operativo visto mille volte, ma complesso da individuare e da riconoscere, specie da un organo di controllo come la Polizia Stradale, che normalmente si occupa di altri tipi di reato.
Invece, con la volontà di conoscere come funzionano i traffici, gli uomini della Stradale hanno fatto come Pollicino, ricostruendo tassello dopo tassello come avveniva il traffico, come individuare i documenti falsi e ipotizzare le violazioni commesse. Potendo così portare al pubblico ministero le prove necessarie per mettere sotto controllo i telefoni, un'attività investigativa indispensabile per acquisire prove non discutibili. Come la frase acquisita agli atti "...il cane deve essere messo in braccio al bambino così si affeziona e lo compra di sicuro". Poco importa se poi i cuccioli muoiano dopo pochi giorni e i bambini si ritrovino assaliti dal dolore . Causato dall'ingordigia di quanti su questi traffici non solo campano ma pure si arricchiscono.
Indagando sulla tratta dei cuccioli la Polizia Stradale ha raccolto sessanta querele da parte degli acquirenti truffati
Conosco bene il fenomeno della tratta dei cuccioli, come saprà chi segue il blog, e ho conosciuto anche Vigani e il Roccolino. Un commerciante capace di fare lo slalom attraverso le maglie della giustizia, passando indenne attraverso sequestri e denunce. Grazie a una giustizia troppo lenta, che molte volte assicura non l'assoluzione ma la certezza della prescrizione, garantendo non solo impunità ma anche i guadagni. Come dimostra il caso dell'indagine finita in prescrizione a Monza, con restituzione dei cani al Vigani. Che alla fine li vendette ai custodi, guadagnando ancora soldi.
In Europa ogni anno il commercio legale e quello illegale movimentano circa 8 milioni di cuccioli. Il traffico illegale di cuccioli importati dai paesi dell'Est con documenti falsi copre più della metà di questo mercato della sofferenza. Vendendo cani pagati intorno ai cento euro, che nel giro di poche migliaia di chilometri moltiplicano il loro valore anche di trenta/quaranta volte. Più redditizio del traffico di droga, ma infinitamente meno rischioso. Un traffico dove la domanda non la creano i tossicodipendenti, ma le persone che comprano cani come fossero un complemento d'arredo.
Ho inseguito questo fenomeno per trent'anni e se agli inizi gli acquirenti erano inconsapevoli oggi non è più così. Le persone sanno o comunque potrebbero sapere con qualche piccola ricerca. Ma sono convinti che sul web si facciano ottimi affari e non si accorgono di essere fiancheggiatori dei criminali, che per giunta li truffano. Vendendo a prezzi da capogiro cani che non sono di razza, ma solo somiglianti: in fondo dei "bastardi" senza colpa ma meno sani dei meticci. Gli incroci fortificano ed è per quello che i meticci sono più sani dei cani della tratta dei cuccioli, incrociati mille volte fra consanguinei. Per questo bastardo è bello, anche se è un termine che oggi è ritenuto politicamente scorretto.
Qualche mese di carcere potrebbe essere un buon viatico per capire, ma chi traffica ha sempre ottimi legali
La parola fine però non la metteranno gli arresti fatti dai poliziotti della Stradale, ma le sentenze e questo è sempre il cuore del problema. Vigani, ancora una volta, l'ennesima, è innocente fino a prova contraria. Sino a quando la Corte di Cassazione non arriverà a rendere definitive le condanne, se ci saranno. Ma i reati contro le persone, contro gli animali e tutti quelli che comportano sofferenza a degli esseri viventi dovrebbero avere una corsia preferenziale. Con l'impossibilità di accedere alla prescrizione, perché questa tipologia di reato è grave, mina la coesistenza e denota l'assenza di empatia e il profilo sociopatico di chi li commette.
Il fallimento della giustizia è quando chi commette questi crimini li può reiterare una, due, tre volte senza mai pagare il prezzo. Dando l'idea alle forze di polizia che il crimine paga, ben più di quanto lo Stato paghi a loro di stipendio. Portandoli a non indagare su questi reati, così poco considerati il più delle volte, ma così gravi a conoscere davvero modus operandi e il danno causato, a cominciare dall'evasione fiscale per finire con i rischi sanitari. Come le nuove forme di cimurro e la rabbia, una zoonosi mortale per l'uomo.
Questo è il tema su cui bisogna lavorare per contrastare i crimini contro gli animali: formare e informare. Grazie alla formazione delle forze di polizia e degli organi di controllo su come contrastare i crimini contro gli animali, fornendo loro utili strumenti di lavoro. Strappando quel velo di pregiudizi che copre e nasconde questi reati, etichettandoli come minori. Occorre poi informare i cittadini dei rischi che corrono, delle sofferenze che causano, della malavita he finanziano. Sono queste le uniche strade per contrastare efficacemente un fenomeno diffuso e radicato come questo.
Quella del canile di Trecastelli è storia di maltrattamenti di animali causati dai gestori, ma consentiti da mancati controlli e da spiacevoli connivenze. Una storia ordinaria purtroppo con frequenti ripetizioni in varie parti del paese, nella quale i colpevoli pagheranno sempre troppo poco. Se e quando arriveranno a essere condannati in modo definitivo questo accadrà grazie agli altri reati contestati, piuttosto che per maltrattamento di animali. Le pene per chi maltratta e la considerazione verso questo reato portano purtroppo a facili prescrizioni.
La storia del canile di Trecastelli, sequestrato nel gennaio del 2021, è la replica di vicende già viste, che si ripetono puntualmente con le stesse modalità. Un allevamento autorizzato per detenere 71 cani arriva a custodirne più di 800, dieci volte tanto il consentito. Se qualcuno si chiedesse come possa succedere una situazione tanto abnorme la risposta è davvero molto facile: chi doveva controllare, ancora una volta, non lo ha fatto. Per disinteresse, per interessi, per non dover affrontare un problema complicato, per connivenze con i titolari. Storie ordinarie, frequenti, che quasi mai portano a sanzioni che servano da deterrente.
Il Comune di Trecastelli, in provincia di Ancona, all'ultimo censimento contava poco più di settemila residenti, non certo una metropoli. In questi piccoli centri tutti conoscono vita, morte e miracoli di tutti e gli organi di controllo presenti sul territorio avrebbero dovuto essere informati su cosa accadeva nella struttura. Eppure sembra non esser stato così o forse tutti sapevano ma nessuno aveva voglia di intervenire, non sapendo come togliere le castagne dal fuoco. Nel frattempo però, in tutto questo, ci sono stati centinaia di animali detenuti, per anni, in condizioni orribili.
Il canile di Trecastelli è una storia di maltrattamenti ripetuti, sui quali sarebbe stato opportuno intervenire molto prima
Le omissioni, colpevoli e dolose, hanno portato a uno dei più grossi casi di disastro sanitario, in ambito veterinario, avvenuti nella Regione Marche e non soltanto. I gestori del canile risulta che abbiano importato illegalmente cani dall'Est Europa, con tutti i rischi sanitari connessi. Rendendosi anche responsabili di aver fatto scoppiare un focolaio di brucella canis, zoonosi trasmissibile all'uomo. Un caso al momento unico in tutta Europa che aveva portato, nel giugno del 2020, al blocco sanitario del canile. Senza che fossero adottati provvedimenti per migliorare le condizioni di vita dei cani.
Ora dopo le indagini svolte dalla Procura sono emerse varie responsabilità, anche molto gravi, che hanno portato alla richiesta di rinvio a giudizio per i proprietari dell'allevamento. Che si trovano in buona compagnia, considerando che risultano coinvolti anche il comandante della Polizia Locale, insieme a veterinari pubblici e privati. Con un costo per l'amministrazione regionale che ad oggi sembra aver superato il milione e mezzo di euro, per mantenimento e cura degli animali in sequestro. Un disastro annunciato per i cani che sono transitati in questi anni dall'allevamento, ma anche per le casse pubbliche e per le associazioni coinvolte. Che hanno dovuto intervenire per cercare di aiutare gli animali e trovare, quando possibile, adozioni.
Servirà questa lezione per far comprendere la necessità di interventi tempestivi sui maltrattamenti e contro i traffici di animali?
Probabilmente la risposta è no, considerando i precedenti e consultando le cronache di molti altri episodi analoghi di traffici e maltrattamenti. Che hanno riguardato non solo i canili, ma tutti i settori ove vi fosse presenza di animali e quindi sottoposti a vigilanza veterinaria. Se da una parte è vero che la sanità pubblica si trova in grande crisi, dall'altro appare evidente che il meccanismo dei controlli si inceppi troppo spesso. Le origini di questo problema vanno cercate (anche) altrove. Per esempio nel fallimento del sistema di controllo sulle attività dei veterinari pubblici, anche grazie a una catena di comando con troppe figure "politiche" ai vertici.
Quando i veterinari ufficiali non fanno carriera "solo" per meriti, ma anche per sponsorizzazioni del politico di turno il sistema va in crisi. E con lui tutto quello che la sanità pubblica veterinaria deve presidiare. Una vigilanza che riguarda gli animali ma soprattutto la tutela della salute umana. Se naufraga il sistema dei controlli veterinari si mette in pericolo l'intera collettività. Lo indica il criterio "OneHealth" che ci vede tutti, uomini e animali, sulla stessa scialuppa, visto che la barca pare essere affondata già da tempo. La politica partitica ha avvelenato i pozzi, da quando ha deciso di non scegliere fra i migliori i suoi dirigenti, ma spesso solo fra i più vicini. Mortificando chi lavora con passione, restando indipendente dalla politica.
Non passa giorno. quando le associazioni denunciano e la magistratura fa il suo lavoro, che non vengano accertate situazioni terribili per gli animali. Pericolose anche per la salute umana, ma troppo spesso seppellite sotto omissioni e convenienti valutazioni da parte di chi è pagato per vigilare. Un circolo vizioso che va spezzato, ricordando a tutti gli organi di controllo e ai pubblici ufficiali che segnalare un reato è per loro un obbligo. Prevedendo pene ben più severe delle attuali per chi consenta, agevoli o non persegua fatti gravi come questi.
Canile di Trecastelli Il servizio dei Carabinieri trasmesso dal TG3 delle Marche
E' stato sequestrato per maltrattamenti un allevamento di cani a Trecastelli, nelle Marche. Il N.I.P.A.F. dei Carabinieri Forestali di Ancona, ha eseguito un sequestro preventivo disposto d'urgenza dalla Procura del capoluogo marchigiano. Il provvedimento è stato già convalidato dal GIP ed è stato eseguito con l'ausilio delle guardie del WWF locale e di altre associazioni.
I militari che hanno operato il sequestro della struttura e degli animali si sono trovati di fronte una situazione di maltrattamento e di degrado. Nell'allevamento, ben conosciuto nella zona, erano presenti più di 850 cani, fra cuccioli e riproduttori tenuti in condizioni di maltrattamento. I cani erano quasi tutti di piccola e taglia, appartenenti alle razze più richieste dal mercato.
Il numero degli animali sequestrati, a questa puppy mill nostrana, rende molto bene l'idea di quanto valga il il mercato dei cuccioli. Ma anche di quanto ci siano carenze nei controlli periodici che dovrebbero essere assicurati dai servizi veterinari pubblici. Considerando che la struttura era ben nota per precedenti episodi, che avevano portato a una drastica ma non rispettata limitazione del numero di cani. Che avrebbero dovuto essere, secondo notizie di stampa, non più di una sessantina.
Come mai viene sequestrato per maltrattamenti un allevamento di cani solo dopo anni di continue violazioni?
I cani oggetto del provvedimento di sequestro sono risultati, in gran numero positivi alla brucellosi del cane. Una zoonosi che potrebbe essere trasmessa anche all'uomo, fortunatamente in pochi casi e con lievi conseguenze. La patologia era stata già rilevata in precedenza all'interno dell'allevamento e per questo erano state emesse delle ordinanze. Evidentemente non rispettate dai titolari, con conseguente pregiudizio per gli animali ma anche con possibili rischi per la salute umana.
Una situazione nota, che peraltro per il numero di animali presenti non poteva passare inosservata. Resta quindi aperta la solita questione relativa ai controlli. Che non hanno fermato in tempo la crescita esponenziale di una struttura che, probabilmente, avrebbe dovuto essere già chiusa da tempo. Consentendo invece la detenzione in condizioni di maltrattamento e la commercializzazione di cuccioli malati.
All'interno dell'abitazione dei proprietari, all'interno dell'allevamento, sono stati rinvenuti ben 270 cuccioli, molti dei quali tenuti in gabbiette da trasporto. Una situazione inaccettabile che ha portato poi alla denuncia di 5 persone, sia per maltrattamento di animali che per il mancato rispetto delle ordinanze. La speranza ora è che la Procura possa svolgere indagini a tutto tondo, per capire cosa non abbia funzionato anche nel meccanismo dei controlli. Un fatto che sicuramente ha consentito ai commercianti di realizzare ingenti quanto illeciti guadagni.
Quando i profitti degli illeciti sono molto alti e le sanzioni per chi maltratta sono molto contenute delinquere è vantaggioso
Da quello che si può sapere l'ipotesi di reato nei confronti degli allevatori è quella di detenzione in condizioni incompatibili, punita dall'articolo 727 del codice penale. Un reato di natura contravvenzionale, che prevede una sanzione esigua, rispetto ai guadagni, e ha soprattutto un tempo di prescrizione più breve di un delitto. Un condizione che molte volte rende inevitabile che i procedimenti si estinguano per intervenuta prescrizione. In un paese come il nostro dove i tempi della giustizia non sono mai brevi. E un reato prescritto fa cadere ogni possibilità d confisca, perché è come se non fosse mai stato commesso.
Un'ultima annotazione riguarda sempre anche il numero degli animali coinvolti: più questo cresce e più diventa complessa la gestione di un sequestro. Per questo i controlli dovrebbero essere maggiori in tutti i luoghi ove si allevano animali, per impedire che il loro numero diventi uno scudo che protegge i malfattori. Un'attività concretamente realizzabile se venissero garantiti maggiori mezzi e uomini ai Carabinieri Forestali, che sono purtroppo in numero insufficiente rispetto ai loro compiti e alle necessità.
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