Canile di Trecastelli, storia di maltrattamenti e di colpevoli mancanze di controllo

canile Trecastelli storia maltrattamenti

Quella del canile di Trecastelli è storia di maltrattamenti di animali causati dai gestori, ma consentiti da mancati controlli e da spiacevoli connivenze. Una storia ordinaria purtroppo con frequenti ripetizioni in varie parti del paese, nella quale i colpevoli pagheranno sempre troppo poco. Se e quando arriveranno a essere condannati in modo definitivo questo accadrà grazie agli altri reati contestati, piuttosto che per maltrattamento di animali. Le pene per chi maltratta e la considerazione verso questo reato portano purtroppo a facili prescrizioni.

La storia del canile di Trecastelli, sequestrato nel gennaio del 2021, è la replica di vicende già viste, che si ripetono puntualmente con le stesse modalità. Un allevamento autorizzato per detenere 71 cani arriva a custodirne più di 800, dieci volte tanto il consentito. Se qualcuno si chiedesse come possa succedere una situazione tanto abnorme la risposta è davvero molto facile: chi doveva controllare, ancora una volta, non lo ha fatto. Per disinteresse, per interessi, per non dover affrontare un problema complicato, per connivenze con i titolari. Storie ordinarie, frequenti, che quasi mai portano a sanzioni che servano da deterrente.

Il Comune di Trecastelli, in provincia di Ancona, all’ultimo censimento contava poco più di settemila residenti, non certo una metropoli. In questi piccoli centri tutti conoscono vita, morte e miracoli di tutti e gli organi di controllo presenti sul territorio avrebbero dovuto essere informati su cosa accadeva nella struttura. Eppure sembra non esser stato così o forse tutti sapevano ma nessuno aveva voglia di intervenire, non sapendo come togliere le castagne dal fuoco. Nel frattempo però, in tutto questo, ci sono stati centinaia di animali detenuti, per anni, in condizioni orribili.

Il canile di Trecastelli è una storia di maltrattamenti ripetuti, sui quali sarebbe stato opportuno intervenire molto prima

Oggi a distanza di un anno dall’intervento dei militari del Raggruppamento Carabinieri Forestali CITES è stata chiusa l’indagine, portando la Procura della Repubblica di Ancona a chiedere il rinvio a giudizio dei responsabili. Per la commissione di reati gravi: in anni e anni le condotte criminose dei gestori hanno dato vita a una lunga catena di azioni criminali. Accaduti sotto gli occhi di chi doveva controllare, che in alcuni casi ha omesso di farlo mentre in altri ha agevolato colpevolmente i gestori di questa struttura. Se questo sia avvenuto per soldi o per altre utilità sarà la magistratura a stabilirlo. Certo è che i pubblici ufficiali che non hanno fatto il loro dovere sono colpevoli almeno quanto i gestori.

Le omissioni, colpevoli e dolose, hanno portato a uno dei più grossi casi di disastro sanitario, in ambito veterinario, avvenuti nella Regione Marche e non soltanto. I gestori del canile risulta che abbiano importato illegalmente cani dall’Est Europa, con tutti i rischi sanitari connessi. Rendendosi anche responsabili di aver fatto scoppiare un focolaio di brucella canis, zoonosi trasmissibile all’uomo. Un caso al momento unico in tutta Europa che aveva portato, nel giugno del 2020, al blocco sanitario del canile. Senza che fossero adottati provvedimenti per migliorare le condizioni di vita dei cani.

Ora dopo le indagini svolte dalla Procura sono emerse varie responsabilità, anche molto gravi, che hanno portato alla richiesta di rinvio a giudizio per i proprietari dell’allevamento. Che si trovano in buona compagnia, considerando che risultano coinvolti anche il comandante della Polizia Locale, insieme a veterinari pubblici e privati. Con un costo per l’amministrazione regionale che ad oggi sembra aver superato il milione e mezzo di euro, per mantenimento e cura degli animali in sequestro. Un disastro annunciato per i cani che sono transitati in questi anni dall’allevamento, ma anche per le casse pubbliche e per le associazioni coinvolte. Che hanno dovuto intervenire per cercare di aiutare gli animali e trovare, quando possibile, adozioni.

Servirà questa lezione per far comprendere la necessità di interventi tempestivi sui maltrattamenti e contro i traffici di animali?

Probabilmente la risposta è no, considerando i precedenti e consultando le cronache di molti altri episodi analoghi di traffici e maltrattamenti. Che hanno riguardato non solo i canili, ma tutti i settori ove vi fosse presenza di animali e quindi sottoposti a vigilanza veterinaria. Se da una parte è vero che la sanità pubblica si trova in grande crisi, dall’altro appare evidente che il meccanismo dei controlli si inceppi troppo spesso. Le origini di questo problema vanno cercate (anche) altrove. Per esempio nel fallimento del sistema di controllo sulle attività dei veterinari pubblici, anche grazie a una catena di comando con troppe figure “politiche” ai vertici.

Quando i veterinari ufficiali non fanno carriera “solo” per meriti, ma anche per sponsorizzazioni del politico di turno il sistema va in crisi. E con lui tutto quello che la sanità pubblica veterinaria deve presidiare. Una vigilanza che riguarda gli animali ma soprattutto la tutela della salute umana. Se naufraga il sistema dei controlli veterinari si mette in pericolo l’intera collettività. Lo indica il criterio “OneHealth” che ci vede tutti, uomini e animali, sulla stessa scialuppa, visto che la barca pare essere affondata già da tempo. La politica partitica ha avvelenato i pozzi, da quando ha deciso di non scegliere fra i migliori i suoi dirigenti, ma spesso solo fra i più vicini. Mortificando chi lavora con passione, restando indipendente dalla politica.

Non passa giorno. quando le associazioni denunciano e la magistratura fa il suo lavoro, che non vengano accertate situazioni terribili per gli animali. Pericolose anche per la salute umana, ma troppo spesso seppellite sotto omissioni e convenienti valutazioni da parte di chi è pagato per vigilare. Un circolo vizioso che va spezzato, ricordando a tutti gli organi di controllo e ai pubblici ufficiali che segnalare un reato è per loro un obbligo. Prevedendo pene ben più severe delle attuali per chi consenta, agevoli o non persegua fatti gravi come questi.

Canile di Trecastelli
Il servizio dei Carabinieri trasmesso dal TG3 delle Marche

Sequestrato per maltrattamenti allevamento di cani nelle Marche: ancora una volta i controlli risultano carenti

sequestrato maltrattamenti allevamento cani

E’ stato sequestrato per maltrattamenti un allevamento di cani a Trecastelli, nelle Marche. Il N.I.P.A.F. dei Carabinieri Forestali di Ancona, ha eseguito un sequestro preventivo disposto d’urgenza dalla Procura del capoluogo marchigiano. Il provvedimento è stato già convalidato dal GIP ed è stato eseguito con l’ausilio delle guardie del WWF locale e di altre associazioni.

cani falchi tigri e trafficanti

I militari che hanno operato il sequestro della struttura e degli animali si sono trovati di fronte una situazione di maltrattamento e di degrado. Nell’allevamento, ben conosciuto nella zona, erano presenti più di 850 cani, fra cuccioli e riproduttori tenuti in condizioni di maltrattamento. I cani erano quasi tutti di piccola e taglia, appartenenti alle razze più richieste dal mercato.

Il numero degli animali sequestrati, a questa puppy mill nostrana, rende molto bene l’idea di quanto valga il il mercato dei cuccioli. Ma anche di quanto ci siano carenze nei controlli periodici che dovrebbero essere assicurati dai servizi veterinari pubblici. Considerando che la struttura era ben nota per precedenti episodi, che avevano portato a una drastica ma non rispettata limitazione del numero di cani. Che avrebbero dovuto essere, secondo notizie di stampa, non più di una sessantina.

Come mai viene sequestrato per maltrattamenti un allevamento di cani solo dopo anni di continue violazioni?

I cani oggetto del provvedimento di sequestro sono risultati, in gran numero positivi alla brucellosi del cane. Una zoonosi che potrebbe essere trasmessa anche all’uomo, fortunatamente in pochi casi e con lievi conseguenze. La patologia era stata già rilevata in precedenza all’interno dell’allevamento e per questo erano state emesse delle ordinanze. Evidentemente non rispettate dai titolari, con conseguente pregiudizio per gli animali ma anche con possibili rischi per la salute umana.

Una situazione nota, che peraltro per il numero di animali presenti non poteva passare inosservata. Resta quindi aperta la solita questione relativa ai controlli. Che non hanno fermato in tempo la crescita esponenziale di una struttura che, probabilmente, avrebbe dovuto essere già chiusa da tempo. Consentendo invece la detenzione in condizioni di maltrattamento e la commercializzazione di cuccioli malati.

All’interno dell’abitazione dei proprietari, all’interno dell’allevamento, sono stati rinvenuti ben 270 cuccioli, molti dei quali tenuti in gabbiette da trasporto. Una situazione inaccettabile che ha portato poi alla denuncia di 5 persone, sia per maltrattamento di animali che per il mancato rispetto delle ordinanze. La speranza ora è che la Procura possa svolgere indagini a tutto tondo, per capire cosa non abbia funzionato anche nel meccanismo dei controlli. Un fatto che sicuramente ha consentito ai commercianti di realizzare ingenti quanto illeciti guadagni.

Quando i profitti degli illeciti sono molto alti e le sanzioni per chi maltratta sono molto contenute delinquere è vantaggioso

Da quello che si può sapere l’ipotesi di reato nei confronti degli allevatori è quella di detenzione in condizioni incompatibili, punita dall’articolo 727 del codice penale. Un reato di natura contravvenzionale, che prevede una sanzione esigua, rispetto ai guadagni, e ha soprattutto un tempo di prescrizione più breve di un delitto. Un condizione che molte volte rende inevitabile che i procedimenti si estinguano per intervenuta prescrizione. In un paese come il nostro dove i tempi della giustizia non sono mai brevi. E un reato prescritto fa cadere ogni possibilità d confisca, perché è come se non fosse mai stato commesso.

Nei crimini contro gli animali, commessi da chi esercita attività commerciali, ci si dimentica con frequenza di valutare se il comportamento di chi doveva controllare sia stato corretto. Molto spesso infatti si tende a indagare i responsabili dei maltrattamenti, ma ci si dimentica di altre figure. Che magari avrebbero potuto intervenire con maggior tempestività, evitando sofferenze agli animali. E su questo tornano sempre in gioco i servizi veterinari pubblici, ma anche i veterinari liberi professionisti che hanno, comunque, precisi obblighi in questi casi.

Un’ultima annotazione riguarda sempre anche il numero degli animali coinvolti: più questo cresce e più diventa complessa la gestione di un sequestro. Per questo i controlli dovrebbero essere maggiori in tutti i luoghi ove si allevano animali, per impedire che il loro numero diventi uno scudo che protegge i malfattori. Un’attività concretamente realizzabile se venissero garantiti maggiori mezzi e uomini ai Carabinieri Forestali, che sono purtroppo in numero insufficiente rispetto ai loro compiti e alle necessità.

Traffico cuccioli dall’Est: il crimine che paga

traffico cuccioli dall'Est

Il Gruppo Forestale dei Carabinieri di Reggio Emilia, al termine di una lunga indagine, ha fermato una banda di trafficanti che spacciavano cuccioli importati illegalmente. Ancora una volta l’attività di polizia ha acceso i riflettori su un reato che frutta ingenti profitti a basso rischio.

Con l’operazione Crudelia, dal malvagio personaggio della Carica dei 101 di Walt Disney, sono state arrestate tre persone mentre 11 risultano indagate a piede libero. Sono stati sequestrati anche più di 150 cuccioli importati in modo irregolare dall’Est Europa. Oltre a vaccini, documenti falsi e libretti sanitari alterati.

Il traffico aveva come punto d’approvvigionamento dei cuccioli la Slovacchia, che unitamente all’Ungheria rappresenta uno dei paesi dove il commercio illegale è fiorente. Si pagano poche decine di euro e insieme ai cuccioli, sempre troppo piccoli per essere venduti, si acquistano anche falsi documenti. Quelli che a un controllo non approfondito possono far credere che tutto sia in regola, mentre è l’esatto contrario.

Traffico cuccioli dall’Est: un reato che rende moltissimo

La cosiddetta Tratta dei cuccioli garantisce profitti davvero elevati a chi la organizza, con rischi davvero bassi. Ultimamente qualcuno finisce ai domiciliari, è vero, ma rispetto ad altri crimini le pene sono davvero esigue. Nonostante i numerosi reati che sono legati a questo commercio illecito che affligge l’intera Europa e che proviene, nella maggioranza dei casi, sempre dagli stessi Stati.

Secondo calcoli, stimati per difetto, ogni anno l’Europa è attraversata da frotte di cuccioli che vanno da un paese all’altro. Si stima che ogni anno un flusso di otto milioni di cuccioli percorra in molti modi le strade europee. Destinate al mercato dei cani da compagnia, comprati da persone che molto spesso non sanno o non vogliono sapere cosa si nasconda dietro questo fenomeno.

Se diamo un valore pur basso a questo transito di cani potrebbe significare che ogni anno in Europa si spendono almeno fra i 3 e i 4 miliardi di euro. Per acquistare cani nemmeno puri, nella maggioranza dei cani: cuccioli senza pedigree che assomigliano ai cani di razza.

Una grande fetta di questo denaro va ad alimentare traffici illegali, evasione fiscale e sostiene organizzazioni criminali che compiono anche altri reati. Con il costante rischio che questi cuccioli, importati senza controllo e spesso senza vaccinazioni, possano dar luogo alla diffusione di malattie. Che possono essere anche zoonosi gravissime come la rabbia, mortale sia per l’uomo che per gli animali e non ancora debellata a Est.

L’operazione Crudelia, ancora una volta, ha dimostrato il coinvolgimento di molte figure nella filiera della tratta dei cuccioli: trafficanti, veterinari, negozianti e acquirenti. Questi ultimi si preoccupano spesso solo di fare un buon affare, pensando di poter acquistare online a buon prezzo. Senza valutare i rischi che può comportare acquistare animali sulla rete.

Devono stare molto attente anche le persone che anche in questa occasione intaseranno i centralini dei Forestali per ottenere un cucciolo sequestrato. Alcune volte questi cani, anche dopo anni, possono essere tolti ai custodi e restituiti a chi erano stati sequestrati.

Avere un cane non è un obbligo

avere un cane non un obbligo

Avere un cane non un obbligo: lo stesso discorso vale per ogni altro animale con cui decidiamo di dividere la nostra vita. Per questo è importante che la scelta sia intelligente e ponderata, nel reciproco interesse.

Bisogna poi aggiungere che se avere un cane non è un obbligo tanto meno lo è quello di spendere molte centinaia di euro per acquistarne uno di razza. Troppo spesso di incerta provenienza ma molto carino da esibire agli amici.

Ci sono poi due categorie di proprietari che sono davvero tanto insopportabili quanto prive di buon senso: quelli che comprano un cane o lo adottano e un attimo dopo, mai prima, si accorgono di non avere i soldi per curarlo e alimentarlo.

Così “pretendono” che qualche anima buona o un’associazione se ne faccia carico per non parlare di quelli che prendono un animale senza preoccuparsi minimamente dei suoi bisogni.

Avere un cane deve essere una scelta ponderata

Recentemente ho avuto modo di occuparmi di una signora che aveva appena comprato un cucciolo di husky da un trafficante, trovato naturalmente su internet. Lo aveva ricevuto e pagato nel parcheggio di un centro commerciale, insieme al solito blister di antibiotico che non manca mai negli acquisti fatti in questo modo.

Il povero cucciolo il giorno dopo inizia a star male e la proprietaria pretende che qualcuno glielo curi gratis perché i soldi li aveva già spesi per comprare il cucciolo e, oltretutto, la richiesta vien fatta anche in modo arrogante.

Naturalmente il cucciolo viene assistito, ma però bisognerebbe poterlo anche portare via a una proprietaria irresponsabile: comprare un cane senza poterlo mantenere e curare dovrebbe essere considerato un maltrattamento.

Molto diversa è la situazione di chi ha preso un animale, meglio se l’ha adottato e si trova in una situazione di difficoltà economica improvvisa e imprevista. Queste persone dovrebbero essere aiutate, accertando sempre la veridicità dello stato di bisogno, visto che l’Italia è un paese di furbetti.

Chi è realmente in difficoltà economica andrebbe aiutato

Dovrebbero essere aiutate anche dalla pubblica amministrazione e non sempre e non solo da privati e associazioni, ma questo è un altro discorso, più complesso del primo.

Esiste poi la persona che decide di prendere un animale solo sulla base di un giudizio estetico: lo ritiene un bell’oggetto, un complemento d’arredo oppure lo fa per accontentare la richiesta di un bimbo.

Senza occuparsi di bisogni, senza farsi domande sulla provenienza, senza far due conti sui costi di mantenimento, per non parlare della capacità di gestirlo e di tenerlo in uno stato di benessere.

La categoria dei finti amanti degli animali, quelli che lo adorano a parole ma non nei comportamenti per un misto di ignoranza, supponenza, indifferenza.

Così nelle case arrivano cani complessi da gestire come il lupo cecoslovacco o l’husky, solo per fare due esempi, ma anche pappagalli, conigli, furetti, cavie, criceti, pesci rosse e tartarughine.

L’ordinario bestiario che purtroppo si può comprare come una scatola di pelati in un qualsiasi garden, mettere nel carrello e portare a casa.

Molti di questi animali muoiono, per svariati motivi, altrettanti vengono ben presto ceduti per difficoltà nella gestione e finiscono in canile o presso associazioni, altri sopravvivono nelle case conducendo un’esistenza misera e priva di condizioni di vita almeno accettabili e solo una minoranza degli animali acquistati d’impulso ha la fortuna di trovare persone comunque attente, che fatta la stupidaggine ne prendono atto e cercano di rimediare.

I cani tenuti sui balconi: voluti e poi non rispettati, isolati e privati della socialità

Una stima molto prudente potrebbe indicare in diverse centinaia di migliaia gli animali che ogni anno sono vittime degli acquisti d’impulso o di quelli inconsapevoli e, se i numeri sembrassero esagerati, pensate solo a quante persone conoscete che hanno comprato un pesce rosso o un criceto ai bimbi. Senza pensare che non far riflettere sulla sofferenza della cattività è un pessimo messaggio educativo, ma si sa che costa meno dire un si che dare una spiegazione a un no.

A questo fenomeno non sfuggono neanche i cani, al di là di quelli acquistati: mi riferisco a quelli adottati sulla rete, via social e che sono i protagonisti dei mille annunci che propongono cani del sud a adottanti del nord. Quando questa solidarietà, encomiabile se correttamente esercitata, non avviene con affidi presso strutture autorizzate ma attraverso staffette che portano cani a domicilio troppo spesso il problema è dietro l’angolo.

Non si incrociano con attenzione le necessità, anche terapeutiche, dei cani con le possibilità, anche economiche, degli adottanti ma spesso nemmeno con la loro esperienza. Si adotta sulla scorta di un’emozione e il rischio, più che concreto per il povero adottato, è quello di passare da un canile a una casa e poi, in breve, da una casa di nuovo a un canile. Magari per sempre.

Gli acquisti e le adozioni irresponsabili sono una fonte di grande sofferenza per gli animali. Diffondere il concetto delle adozioni responsabili è un dovere per chi ama davvero gli animali, per chi li rispetta.

Cuccioli dall’Est Europa, occorre fermare questa tratta

Cuccioli dall'Est Europa, occorre fermare questa tratta

Cuccioli dall’Est Europa, occorre fermare questa tratta che ogni giorno riversa centinaia di cani sul mercato.

A prezzo di grandi sofferenze ma anche garantendo ingenti profitti per le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico.

Non c’è giorno che sui giornali non appaiono notizie relative al traffico di cuccioli dai paesi dell’Est Europa e questa cronaca quotidiana prosegue senza sosta da anni.

Come se potesse essere considerato normale il reiterarsi di reati che trovano poi il loro compimento in canali “legali” di vendita. Il fatto incredibile infatti è che non stiamo parlando di un commercio nascosto, sotto traccia, assimilabile ai tanti traffici come quello di stupefacenti, ma di un traffico dove il legale e l’illegale si fondono in una mescolanza così intima da essere troppo spesso quasi indivisibili.

Sono oramai decine le inchieste giornalistiche fatte in tutta Europa su questo fenomeno, sulle sofferenze causate da questo commercio che si basa su allevamenti vergognosi e sulle sofferenze dei cuccioli strappati alle loro madri in età ancora troppo giovane.

Nonostante le certezze acquisite nelle inchieste sulla falsità dei documenti, sull’età troppo giovane dei cuccioli e sull’assenza quasi certa della vaccinazione antirabbica l’Europa continua a restare ferma, direi immobile, senza promulgare una nuova e più stringente direttiva europea.

Che possa davvero iniziare a contrastare in modo concreto il traffico di cuccioli e tutti i suoi problemi: sofferenze, costituzione di patrimoni illeciti, rischi sanitari, evasione fiscale e numerosi altri reati.

In Italia si continuano a denunciare le stesse persone, qualcuna ogni tanto finisce anche in carcere per pochissimi giorni, ma poi continuano senza sosta a reiterare gli stessi reati, nel nome di un vantaggio economico nemmeno raffrontabile rispetto ai rischi effettivi.

Esistono così trafficanti abituali, che risultano nullatenenti pur muovendo fiumi di danaro e sfruttando tutte le falle di una normativa inefficace e di una giustizia troppo lenta. Trafficanti che quando si riescono a trascinare in tribunale sono assistiti da legali, consulenti, associazioni di categorie dimostrando tutto il loro potere economico e rendendo palese la scarsa deterrenza delle normative in vigore.

Centinaia di processi non sono serviti nemmeno a rallentare questo flusso che pare inarrestabile, proprio come sono inarrestabili gli organizzatori e tutta la rete che li fiancheggia. Ancora una volta è la dimostrazione che lo Stato in nessun modo riesce a creare un deterrente economico verso questa tipologia di criminali, che ostentano senza alcun problema i profitti derivanti dalla tratta dei cuccioli dell’Est Europa.

Cuccioli dall’Est Europa, occorre fermare questa tratta una volta per tutte, bisogna mettere in campo nuove norme che incidano realmente sugli ingenti profitti che il traffico assicura ai suoi organizzatori. Occorre a questo punto iniziare a punire anche gli acquirenti, considerando che dopo decenni di tratta è impensabile che ci possa essere ancora qualcuno che non abbia sentito parlare di questo fenomeno.

Chi acquista cani sulla rete, pagandoli a prezzi più bassi del valore medio di mercato, facendoseli consegnare in mezzo alla strada o in aree di servizio autostradali, comunque fuori dal circuito dei negozi che almeno hanno il vantaggio di essere maggiormente controllabili, dovrebbe essere punito anche soltanto con una sanzione amministrativa.

Anni e anni di traffici rendono difficile se non impossibile pensare che questo tipo di commercio possa contrarsi senza una drastica diminuzione dei possibili acquirenti; decremento che non pare possibile avvenga in base alla semplice comprensione della sofferenza e dei rischi che comporta la tratta dei cuccioli.

Comprate il libro “La fabbrica dei cuccioli”, scritto da Macrì Puricelli e da Ilaria Innocenti per Edizioni Sonda oppure guardate l’inchiesta fatta un paio di anni fa da RSI e pubblicata su questo sito nell’articolo La tratta dei cuccioli dall’Est Europa e vi renderete conto come non possa essere più tempo di combattere il fenomeno con armi spuntate.

Occorre mettere in atto strategie diverse che consentano, una volta per tutte, di arrestare questa tratta e i reati che si trascina dietro.

Chi compra cani provenienti dal traffico dei cuccioli non è moralmente meno responsabile dei maltrattamenti di chi organizza questo commercio: diverse devono essere le sanzioni naturalmente, ma basta con la comprensione nei confronti quelli che non possono più essere considerati come “ignari acquirenti“.