Diritti umani e animali: un cammino ancora lungo per realizzare il sogno

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Diritti umani e animali: un cammino ancora lungo da percorrere per realizzare il sogno di poter vivere in un mondo diverso, migliore. Guardando la realtà che ci circonda, quello che ogni giorno succede nel mondo, vediamo un pianeta senza equità e senza giustizia. Un meraviglioso pianeta dove quello che più manca è l’armonia, intesa secondo un concetto olistico che abbraccia tutti gli esseri viventi. Questa considerazione porta a una domanda, destinata purtroppo a avere una risposta che non vorremmo né sentire, né accettare. Se non riusciamo a garantire uguali diritti agli individui della nostra specie, potremo mai davvero garantirli agli animali?

Probabilmente no, non sino a quando non ci sarà rispetto vero per i diritti umani. Più facile essere attenti verso chi ci somiglia, piuttosto che verso individui diversi, che non sono neanche in grado di usare parole per comunicare. Bisogna essere dei sognatori nella vita, che non guardano gli ostacoli ma solo i traguardi, capaci di lavorare giorno dopo giorno per raggiungere obiettivi impossibili. Occorre però essere realisti, vedere le cose per come sono, non per come vorremmo che fossero. Solo la conoscenza dello scenario può portare a trovare strategie di cambiamento.

Possiamo sperare che sia riconosciuta come atroce la condizione degli animali che solcano mari e oceani sulle navi stalla, se consideriamo come un “carico residuale” uomini disperati soccorsi in mare? Davvero possiamo credere alla volontà di difendere l’ambiente, e quindi la nostra esistenza, senza che questo comporti la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Ci preoccupiamo molto più di tutelare il nostro benessere, che di pensare come risolvere problemi planetari fondamentali. Per questo dovremmo operare per cambiare gli obiettivi e allargare gli orizzonti. Unendo sotto un’unica bandiera tutti i diritti.

Diritti umani e animali sono un unico problema: bisogna battersi per il loro rispetto

Il razzismo non esiste, non perché non ci siano discriminazioni per questioni di colore della pelle, culture e religioni ma perché non esistono le razze. Esiste la nostra specie, con tutte le sue differenti caratterizzazioni, inclinazioni, credo e modi di vivere, ma tutti gli uomini sono uguali. Esaperare le differenze serve soltanto a non far identificare la nostra appartenenza a un’unica collettività umana. Alla quale, universalmente, dovremmo riconoscere gli stessi identici diritti. Già questo passaggio potrebbe servire a contribuire alla soluzione di molte problematiche ambientali e verso gli altri animali. Animali come lo siamo noi.

Se davvero riconoscessimo a tutti gli uomini il diritto di accedere al cibo necessario e all’acqua pulita saremmo costretti a cambiare lo stile di vita occidentale. Dovremmo riconoscere a tutta la nostra specie il diritto alla libertà e alla necessità di condividere le risorse planetarie. Senza distinzione di genere, di orientamento sessuale o di religione. Dovremmo chiudere le fabbriche di proteine animali e destinare l’agricoltura all’alimentazione delle persone, ma oggi la parte più rilevante di mammiferi che vivono sul pianeta è costituita dai bovini d’allevamento. Che rappresentano da soli circa il 60% della biomassa, mentre gli uomini sono “soltanto” al 36%.

Questo per far comprendere che non si possono difendere i diritti degli animali senza rispettare gli uomini. Non si può dire di amare gli animali, voltando la faccia dall’altra parte quando il Mediterraneo diventa un cimitero. Bisogna smettere di credere e far credere che difendendo i confini e la nostra economia salveremo prima l’Italia, poi l’Europa e infine il mondo. I nostri egoismi finiranno per ammazzarci: per guerre, carestie e mutamenti climatici.

Bisogna insegnare la tolleranza e la condivisione di un mondo che non può più ruotare su economia e prepotenza

La realtà, di cui si parla sempre troppo poco, dimostra che i maltrattamenti che noi infliggiamo agli animali sono gli stessi che noi facciamo patire agli esseri umani. Con numeri inferiori perché gli uomini sono meno, ma quello che accade in molti allevamenti o nei canili lager succede giornalmente nei campi profughi della Libia o nelle carceri di buona parte del mondo. A cominciare dalle nostre di prigioni, come dimostrano le inchieste giudiziarie. Quindi se non vogliamo considerare la battaglia dei diritti come irrimediabilmente persa dobbiamo cambiare le regole del gioco, la cultura, dobbiamo iniziare a coltivare empatia e compassione.

A molte persone questo potrà sembrare un discorso senza senso, una via di mezzo fra un’utopia irraggiungibile e il contrasto perdente a un mondo che non cambierà. Eppure riflettendoci senza pregiudizi dobbiamo ascoltare quello che la scienza, inascoltata, ci sta dicendo da diversi decenni: se non cambiamo modello di vita finiremo per estinguerci. Riconoscere gli altrui diritti potrebbe essere, banalmente, l’unico sistema per assicurarci un futuro. Per dare ai giovani la speranza reale di un mondo diverso, che si concretizzi nei fatti e non negli equilibrismi della politica.

Il cambiamento non è mai facile, e chi sostiene che basterebbe poco è davvero molto poco credibile. Cambiare stile di vita, modificare bisogni e adattare i pensieri costa una fatica immane. Non c’è molto di facile nel nostro futuro, ma prima smettiamo di farci raccontare bugie, cercando di ragionare sulla base dei fatti, e meno dolorosa sarà la via. E sarà più facile affrontarla tutti insieme, piuttosto che subirla divisi in piccoli irriducibili gruppi. Iniziamo proprio dal riconoscimento dei diritti basilari, che devono essere garantiti a tutti. Che potrebbero essere gli stessi indicati nelle 5 libertà minime, individuate da Brambell per gli animali, già nel lontano 1965:

  • libertà dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione, mediante il facile accesso all’acqua fresca e a una dieta in grado di favorire lo stato di salute
  • libertà di avere un ambiente fisico adeguato, comprendente ricoveri e una zona di riposo confortevole
  • libertà da malattie, ferite e traumi, attraverso la prevenzione o la rapida diagnosi e la pronta terapia
  • libertà di manifestare le caratteristiche comportamentali specie-specifiche, fornendo spazio sufficiente, locali appropriati e la compagnia di altri soggetti della stessa specie
  • libertà dal timore, assicurando condizioni che evitino sofferenza mentale.

Ambiente e animali, politici e futuro: che fine faranno questi temi ora che è calato il sipario sulle elezioni?

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Ambiente e animali, politici e futuro di un paese con la memoria corta, con poca voglia di impegnarsi per il cambiamento. Finita questa pessima campagna elettorale fatta più di scontri che di programmi ci siamo risvegliati in un paese diverso. Che può non piacere a molti ma che è frutto di libere elezioni in uno Stato al momento democratico, unica certezza in un’epoca che pone più interrogativi che soluzioni. Nella quale i cittadini non votano per delusione, lasciando però che quelli che votano decidano anche per loro. In un momento particolarmente difficile, in cui il futuro degli uomini è appeso a un filo invisibile, che li lega al pianeta.

Sui temi come la difesa dell’ambiente e dei diritti degli ultimi, animali e esseri umani, si è sentito poco e, quasi sempre, quello che si è sentito non ha convinto. Nulla convince più in questo paese, disastrato da un punto di vista di tutela del territorio, cementificato oltre il sostenibile e in fondo amministrato come se il pianeta fosse cosa nostra. Dove “cosa nostra” ha un significato ambivalente: di un possesso umano senza limiti e di una gestione ambientale spesso criminale, dove gli interessi di pochi prevalgono sui diritti di molti.

Difficile stare tranquilli quando un candidato della coalizione dei vincitori dichiara candidamente che per adesso il suo partito si occupa solo di cani e gatti. Per la tutela della fauna c’è tempo e si farà in un secondo momento. Un’idea davvero poco lungimirante perché se dovessimo procedere per priorità, con intelligenza, ci preoccuperemo prima degli animali selvatici e poi di quelli domestici. L’equilibrio dell’ambiente, indispensabile, si basa sulla biodiversità e la tutela degli animali selvatici non può essere rimandata. Esprimendo concetti semplicistici, da scuole dell’obbligo, buoni per prendere voti, pessimi per difendere la nostra stessa esistenza.

Ambiente e animali, politici e futuro: quattro parole che sembrano difficili da coniugare in una frase che sia rasserenante

La tutela degli animali selvatici viene posposta, rispetto a quella dei nostri beniamini, solo per miopia? Sarebbe bello poterlo pensare, perché in fondo fa meno paura lo sprovveduto del cinico. Ma non è così perché dietro a questo concetto c’è un calcolo, un fattore di moltiplicazione dei voti che ha due protagonisti più che probabili: cacciatori e allevatori, che non hanno mai tolto il loro appoggio ai politici che li hanno difesi. In questo momento se gli abitanti dei boschi si comportassero come gli uomini, probabilmente, ci sarebbero lunghe file di orsi e lupi alla frontiera. In cerca di asilo.

Ci sarà tempo per dibattere sui tanti errori delle forze politiche fatti in questa orrenda campagna elettorale. Cadrà qualche testa, e non è nemmeno difficile immaginarsi quali politici finiranno estinti come i dodo, ma i cittadini non devono temere le idi di marzo della politica. Devono temere qui comportamenti pericolosi che rallenteranno la tutela ambientale, che non privilegeranno la difesa della biodiversità, del capitale naturale.

Torneranno i banchetti a base di zampe d’orso? Si cercherà di rimettere sullo spiedo tutti i piccoli uccelli canori? Si dirà che il nucleare e il gas sono davvero energia pulita? Di questo, anche di questo, dovranno da domani preoccuparsi tutti i cittadini, al di là della loro posizione politica, del loro voto di protesta o di proposta. Forse dovranno anche rivedere la convinzione che tutto sia delegabile, che ci si possa disinteressare del circostante. Alla politica, alla cattiva politica che non conosce colore, ma della quale conosciamo il sapore, amaro, abbiamo delegato sin troppo. Non dimentichiamo, cerchiamo di ricordare.

Abbiamo un solo pianeta dove vivere nel 2017

Abbiamo un solo pianeta dove vivere nel 2017

Abbiamo un solo pianeta dove vivere nel 2017, ma probabilmente questo varrà anche per gli anni futuri: siamo consapevoli che, molto probabilmente, un’altra Terra non esiste nel sistema solare.

Nonostante questa consapevolezza ci dimentichiamo di quanto sia importante difenderla. Difendere la speranza, il futuro, la biodiversità non è una cosa da poco, non può essere un impegno di pochi.

Credo che esista una sola ricetta per cercare di modificare il polo d’attrazione intorno al quale, metaforicamente, gira il nostro pianeta: sostituire denaro e potere con impegno e rispetto, con consapevolezza e passione, con la visione del futuro per le prossime generazioni. Siamo consapevoli che la ricchezza mondiale è concentrata nelle mani di pochi e che questa ricchezza molte, troppe volte sia la forza che manipola, inquina, erode il suolo, distrugge l’ambiente e la speranza.

Le informazioni viaggiano veloci ai tempi della rete, talvolta troppo veloci tanto da essere spesso incontrollate. Questa velocità di informazione fa crollare l’alibi del “non ne ero informato“, dovrebbe costringerci tutti a avere un maggior impegno per tutelare ambiente, biodiversità, per non accettare più che i diritti degli esseri viventi contino meno, molto meno, del danaro che qualcuno guadagna sfruttandoli e privandoli della minima dignità.

In questo nuovo millennio ci stiamo abituando alle atrocità, che una volta arrivavano attutite, mute o talvolta non arrivavano proprio ma che quando irrompevano nella nostra vita lasciavano un segno profondo nell’opinione pubblica, che restava sgomenta ma non immobile, cercava di reagire mettendo in moto la cosiddetta società civile. Una volta la nostra società era più simile a un branco, a uno stormo, a un alveare. Aveva meno strumenti, ma maggiore passione, meno informazioni ma una voglia di contribuire al cambiamento.

Oggi sembriamo assopiti, inermi di fronte alle ingiustizie, alla sofferenza, alla tortura, sia che colpisca gli uomini che gli animali. Certo ci si indigna, si urla sui social, si insulta ma di fatto questo movimento è come se non producesse suono, se la voce della protesta fosse soltanto momentanea, istantanea e raramente desse luogo a un impegno sociale, fatto di consapevolezza e di continuità, di voglia di conoscere, di riconoscimento dei diritti collettivi, dei diritti di ogni individuo.

Sembra essere così fino a quando questo non tocca la nostra pelle, non intacca il nostro benessere, non lambisce la famiglia, gli affetti. Così ci si abitua ai bimbi morti in mare, ai bambini siriani dilaniati dalle bombe, alle popolazioni che non hanno di che vivere, alle guerre, all’inquinamento: tutto diventa un eco lontano, come per troppi è lontana la sofferenza animale, quasi non esistesse.

Forse la vera tragedia è che ci stiamo abituando alla sofferenza, a forza di vederla e di conviverci diventa una componente della nostra vita ma una delle componenti mute, non più capace di destare emozioni.

Credo invece che il nostro atteggiamento debba cambiare, si debba tornare a avere un impegno collettivo per contrastare quest’indifferenza: un mondo che non vuole vedere la sofferenza degli altri esseri viventi è un mondo che sta perdendo l’empatia, che si sta frammentando in piccoli nuclei, che sta perdendo il valore dell’essere società, dello stare insieme. Un mondo che sta ammazzando la cultura del rispetto.

La nostra vita è un passaggio infinitesimale sul pianeta e come arriviamo a posare il nostro piede sulla Terra, nudi, siamo costretti a lasciarla, senza ricchezze, potere, senza nulla. Nulla possiamo portare via ma qualcosa possiamo invece lasciare: un piccolo contributo di consapevolezza, l’insegnamento del rispetto, l’impegno profuso per i diritti e per l’ambiente, l’esempio positivo.

Questo è il mio augurio per il 2017, per l’anno che verrà, consapevole che abbiamo un solo pianeta dove vivere nel 2017 e per gli anni futuri. Consapevole di non voler accettare i morti delle economie di guerra, la sofferenza degli allevamenti intensivi, i bimbi morti in mare e la povertà che distrugge la vita degli uomini e divora l’ambiente.

Il mio augurio è che l’impegno di tanti diventi di tantissimi, si trasformi da scelta a dovere civico, diventi un precetto morale al quale non possiamo più sottrarci, rappresenti una nascita, una rinascita del senso collettivo, l’unico capace di salvarci dal disastro. Perché questo si realizzi bisogna contribuire a diffondere la cultura del sociale e dell’impegno, quella che insegna a vedere i problemi come perle di un’unica grandissima collana, come la catena alimentare, come la biodiversità.

Noi, la gente comune, siamo la maggioranza di questo pianeta e insieme potremmo fare grandi cose, se solo volessimo sentire l’armonia che sgorga dal rispetto e non ci facessimo tentare dalle sirene dell’egoismo.

A tutti quelli che si impegnano per fare qualcosa di utile per la società l’augurio di un buon 2017, agli altri l’augurio di capire l’importanza della condivisione, del rispetto dei diritti di uomini e animali, del pianeta.

Abbiamo un solo pianeta dove vivere nel 2017 e sicuramente sarà così ancora per tantissimo tempo. Poi davvero non so se ne esista un’altro così bello come la Terra.