Cani aggressivi e riproduzioni fuori controllo: se fosse questa la chiave del problema?

cani aggressivi riproduzioni duori controllo

Cani aggressivi e riproduzioni fuori controllo: forse questa è la chiave del problema? Un interrogativo del quale si parla poco, che però sembra essere in grado di potenziare, anche senza volerlo, le caratteristiche indesiderate di un cane. Come accaduto per le razze soggette a maltrattamento genetico, dove si sono sfruttati gli esemplari fisicamente peggiori per creare cani monstre che vivono male ma piacciono molto. Nel caso di alcune razze, come i pitbull, la deriva genetica potrebbe essere causata dai proprietari, in modo voluto o stupidamente casuale. Tutto sta nel cercare di capire la pericolosità di chi sta dall’altra parte del guinzaglio.

Ci sono razze di cani più sfortunate di altre, per sfruttamento umano, per eccesso di commercializzazione o, come nel caso dei pitbull, per “caratterizzazione sociale” di chi li possiede. Pensiamo al pastore tedesco, una razza devastata dalla popolarità Rin Tin Tin e del commissario Rex: un eccesso di domanda, una selezione distratta per stare al passo con le richieste del mercato e una lenta ma costante deriva delle sue caratteristiche. In questo caso le problematiche le han pagate a caro prezzo solo i cani, con una serie di gravi patologie invalidanti!

Per i pitbull è stato diverso, la ragione sta nel marchio di fabbrica che li vuole cani aggressivi, pericolosi, dotati di un morso potente e di una struttura fisica possente. Cani ideali per i combattimenti, sfruttati per farsi sbranare nelle arene clandestine, per combattere, spesso addestrati, o meglio torturati, senza pietà. Animali che, proprio per le loro caratteristiche fisiche, sono diventati i cani preferiti dalla delinquenza, messi a presidio dei fortini o usati come arma da offesa. Cani sfortunati, bollati da una fama che li precede senza rendergli giustizia, a sentire il parere non solo di chi li possiede ma anche degli esperti.

Cani aggressivi e riproduzioni fuori controllo: il pericolo lo abbiamo sottovalutato e ora potrebbe presentarci il conto

Se sostenere che i pitbull siano i cani dei criminali rappresenta un errore, sostenere che molti criminali vogliano soprattutto i pitbull si avvicina molto alla verità. Un binomio noto da anni anche alle forze dell’ordine, che spesso si sono viste lanciare contro questi cani da malavitosi e spacciatori. Certo la scorciatoia comunicativa del cane cattivo è un poco come quella del lupo cattivo: stimolare la paura diminuisce nelle persone la capacità di elaborare un ragionamento. Questa semplificazione, peraltro, getta tutte le colpe addosso al cane e solleva l’uomo dalle sue responsabilità. Mentre la realtà è esattamente all’opposto.

Non è colpa dei cani se diventano pistole a quattro zampe, se vengono utilizzati come clave o come mannaie. Non è colpa dei pitbull se non esiste il reato di “porto abusivo di cane potenzialmente pericoloso”, ma del resto nel nostro ordinamento non esiste nemmeno il divieto di tenere animali per quanti li hanno seviziati! Forse anzichè distribuire patenti di “cattiveria” bisognerebbe iniziare a distribuire quelle di manifesta ignoranza, di grave stupidità o di colpevole inerzia! Consegnandole a quanti riescono solo a ripetere, come fosse un mantra, che “sono cani pericolosi”, senza riuscire a articolare pensieri complessi e possibili soluzioni.

La questione è declinata da anni in vari modi, ma gli esperti, quelli veri, affermano con chiarezza che ogni cane è un individuo, che ogni razza ha delle caratteristiche, un carattere, una memoria di razza. Un cane non vale l’altro, non si dovrebbero scegliere per estetica, modello, colore, reputazione, prestigio sociale. Non si dovrebbero vendere e detenere come se fossero cose, senza diritti, senza bisogni e, anche, senza passato, quello che spesso si annida nella genetica e causa comportamenti problematici.

Per difendere gli uomini occorre proteggere i cani: impedendo le riproduzioni casalinghe, vietandone il commercio amatoriale, sterilizzandoli

Ogni volta che un cane uccide o ferisce gravemente una persona parte il solito carosello di giudizi su questi cani, spesso messo in piedi da chi non ha concetti da esprimere ma solo pregiudizi da raccontare. Un cane non è cattivo -la cattiveria non è una caratteristica animale- e non è corretta l’umanizzazione fatta usando scorciatoie lessicali. Un cane è solo un cane, ma per contingenze, struttura e carattere può essere potenzialmente pericoloso per l’uomo. Quindi occorre mettere in atto dei comportamenti basati sulla prudenza.

Considerando che più diminuisce l’attenzione umana verso i diritti degli animali e meno ci si preoccupa delle conseguenze della loro riproduzione. A questo punto meglio sarebbe avere un provvedimento che obblighi la sterilizzazione dei cani detenuti da privati e il divieto di detenzione per quanti hanno precedenti di polizia. La limitazione delle riproduzioni di questi cani è un punto d’arrivo non più eludibile e le riproduzioni casalinghe sono, probabilmente, il vero nocciolo del problema. Considerando, anche, che i canili sono oramai pieni di soggetti appartenenti alle razze problematiche, che non vedranno mai qualcosa di diverso dai box dove sono rinchiusi.

La sterilizzazione obbligatoria e il divieto di riproduzione sono mali necessari, indispensabili per limitare sofferenze e disgrazie. Lasciare a chiunque la libertà di poter fare allevamento con i propri animali è un criterio troppo spesso incompatibile con il loro benessere e per la sicurezza delle persone. Gli incidenti sono sempre più frequenti e con conseguenze molto gravi, fatti ai quali bisogna porre un argine con un mix di divieti e di formazione per chi li detiene. Il vero pericolo si nasconde, come sempre, nei nostri comportamenti, nelle nostre scarse attenzioni.

Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli porta un tesoro di voti

anello ghermirli gabbia incatenarli

Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli porta un tesoro di voti ai Signori degli Anelli della Lombardia. Per quanto possa sembrare contro ogni evoluzione culturale la caccia da appostamento, quella fatta con i richiami vivi, ha uno zoccolo duro di appassionati. Creando un indotto che sposta molto denaro, causa un bracconaggio inarrestabile e crea un fiorente mercato nero di uccelli ingabbiati illegalmente. Una realtà ampiamente documentata da operazioni dei Carabinieri Forestali, come la recente “Operazione Pettirosso” e da inchieste televisive. Creando anche un serbatoio di voti che vengono convogliati sui politici che aiutano gli appassionati a esercitare la peggiore delle forme di caccia.

Gli uccelli da richiamo fanno davvero una pessima vita, ma non potrebbero essere catturati in natura perché la legge dice che devono essere allevati. Il prelievo di animali vivi, effettuato per giunta in modo massivo e con mezzi non selettivi, è non solo eticamente inaccettabile ma pericoloso per la biodiversità. Per questa ragione da tempo sono stati chiusi gli impianti di cattura, i cosiddetti roccoli, obbligando i cacciatori a impiegare ufficialmente uccelli d’allevamento. La materia è molto tecnica e per questo suscita meno indignazione di quanto dovrebbe.

Gli uccelli da richiamo suscitano meno compassione dei cani alla catena, ma fanno una vita forse peggiore. Costretti in piccole gabbie, tenuti al buio per lunghi periodi per causare una voluta alterazione dei bioritmi, sono privati anche del diritto anche di svolazzare, considerata la dimensione della loro prigione. La questione anelli/richiami riceve meno attenzioni dall’opinione pubblica, ma questo non toglie che si tratti di un maltrattamento legalizzato.

Un anello per ghermirli e alla gabbia incatenarli, grazie a un gioco di prestigio che trasforma anelli in fascette

La Lombardia è terra di cacciatori e lo sanno bene i partiti della destra di governo, che è la stessa che amministra la Lombardia. Fratelli d’Italia e Lega sono da sempre partiti per cacciatori e sostengono la loro attività senza tentennamenti e spesso anche senza vergogna. Come dimostrano le ultime normative lombarde in materia di identificazione degli uccelli da richiamo. Come dimostra chiaramente la volontà, per fortuna mai concretizzata, di riaprire gli impianti di cattura con le reti, come dimostra anche il fatto che presidente e vice presidente della Commissione Agricoltura (Massardi e Bravo) siano stati denunciati dai Carabinieri Forestali per questioni di anelli sui richiami.

Certo il procedimento giudiziario è ancora aperto, certo bisogna essere garantisti, però il fatto resta e il senso dell’opportunità invece manca. Come dimostra la norma della Regione Lombardia, contenuta in una manovra di assestamento di bilancio -da non credere- che ha modificato la modalità di identificazione degli uccelli da richiamo. Una scelta, quella lombarda, promossa proprio dai consiglieri Massardi e Bravo, che porterà a sostituire gli anelli chiusi con delle fascette che diventeranno anelli solo dopo essere state serrate al tarso degli uccelli.

Gli attuali anelli identificativi per i richiami hanno diametri obbligati a seconda della specie su cui vengono apposti. Questo perché devono essere calzati sulle zampine dei pulli appena nati e non potranno più essere tolti (né messi) dall’uccello adulto. Una garanzia spesso violentata dai bracconieri che alterano gli anelli, con grande fatica e impegno, per farli sembrare legali. Una pratica complessa di allargamento e restringimento, per sintetizzare, che ben fa comprendere il valore del mercato. Tanta fatica deve corrispondere a un grande profitto (illecito).

La questione anelli di identificazione per volatili dura da decenni e non riguarda solo la caccia

A partire dagli anni ’90 sono stato fra quanti hanno contribuito a creare una giurisprudenza positiva sul fatto che gli anelli fossero dei sigilli pubblici. In questo modo la loro alterazione veniva punita non dalla legge sulla tutela della fauna ma dal codice penale, trattandosi di un delitto:

Chiunque viola i sigilli, per disposizione della legge o per ordine dell’Autorità apposti al fine di assicurare la conservazione o la identità di una cosa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 103 a euro 1.032.

Articolo 39 del Codice Penale

Ora si cerca di trovare una soluzione per rendere più confortevole quest’ipotesi delittuosa alterando non solo la norma, ma anche il significato dei vocaboli. Gli anelli inamovibili sono chiusi e hanno un diametro che consente di infilarli alle zampe dei piccoli nati, in una finestra temporale molto stretta. Una fascetta, invece, potrà essere chiusa anche sulla zampa di un soggetto adulto, proveniente da illecite catture. Un sistema che agevola il bracconaggio, a tutto danno della tutela delle specie selvatiche. Un sistema di identificazione, quello delle fascette, che potrà aiutare a aggirare le restrizioni anche il settore dell’ornitologia, dove molti appassionati sono più che contigui al bracconaggio. Un altro settore che muove cifre importanti e che contribuisce a impoverire la biodiversità.

Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati è seduto lo Stato

Violenza cane Aron banco imputati

Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati è seduto lo Stato per manifesta incapacità di garantire i diritti ai più deboli. Una bruttissima storia quella di Aron, cane bruciato vivo a Palermo e morto dopo giorni di agonia. La persona senza fissa dimora responsabile del gesto è stata identificata e denunciata ma, ora, la Procura di Palermo dice che non può essere processata. Una perizia ha stabilito che l’uomo non è in grado di intendere e di volere e, di conseguenza, non è imputabile. Una delle pochissime certezze del nostro diritto penale: non si può punire una persona incapace, che deve essere curata non incarcerata.

L’uomo che ha seviziato Aron è un senzatetto, affetto da gravi problemi psichici. Una persona che viveva e tutt’ora vive in strada perché non ci sono strutture per accoglierlo, per curarlo, per renderlo innocuo. Un individuo malato, incapace ma socialmente pericoloso che viene lasciato dallo Stato in strada, libero di far del male. Un essere umano che in strada non doveva esserci già al tempo delle sevizie al povero Aron, perché era stao imposto il ricovero in una comunità assistita. Ma il posto non era disponibile, le risorse non bastano e le persone, povere, malate non vengono curate.

Una vittima proprio come Aron: due vite sfortunate che si sormontano, dove carnefice e vittima vivono all’interno della stessa anima. Dove un cane, incolpevole, subisce sevizie gravissime perché lo Stato, tanto si indigna ma poi getta la spugna con gran dignità, come cantava De Andrè. Sarà perché i disperati non votano, sarà perché gli ultimi sono invisibili anche quando urlano la loro follia, ma questa è purtroppo la storia.

Violenza sul cane Aron: sul banco degli imputati deve sedere chi ha permesso di non vedere la follia

Ora tutti si indignano perché la Procura non può processare un incapace, mentre bisogna protestare perché questo individuo non è stato sottoposto alle cure. Come fa quest’uomo a essere ancora per strada, con tutto il suo carico di follìa, solo perché sembra non ci siano posti liberi? Il nocciolo della questione è che quando le persone con disturbi psichiatrici sono più numerose dei posti restano libere di circolare, con il rischio che possano usare violenza? In un paese dove per la Sicilia si trovano i soldi per il ponte, ma non quelli per garantire sicurezza e salute dei siciliani.

Aron era uno dei tanti cani sfortunati del canile di Palermo, una realtà nota in tutta Italia per il disastro in cui versa da decenni, senza soluzione di continuità. E proprio nel canile pubblico, secondo Il Corriere, fu affidato alla persona che lo ha seviziato portandolo a morte. Certo i canili scoppiano e, purtroppo, con le nostre leggi procurarsi un cane è la cosa più facile del mondo, anche per una persona con disturbi della psiche. Ma è inconcepibile, gravissimo, che un cane venga affidato dal servizio pubblico a una persona come il carnefice di Aron.

Per questo sul banco degli imputati, alla sbarra, dovrebbero esserci quei pezzi di Stato che hanno consentito che la nostra sanità, che i nostri servizi sociali precipitassero in fondo al baratro. Quella parte di classe politica che tanto promette e poco mantiene. E non solo sui diritti dei più fragili, che sono sempre garantiti più con le parole che con i fatti. Non possiamo prendercela con l’autore delle sevizie, ma con la nostra società che da troppo tempo tollera lo sperpero di risorse fatto sulle spalle dei più deboli. Una realtà in cui i drammi di vittima e carnefice coincidono e si sovrappongono.

Ripartirà il solito treno carico di promesse su leggi più severe contro chi maltratta gli animali

Ghiotta occasione per i politici, che in commissione giustizia proprio di questi tempi stan facendo scempio delle future tutele ma che, ora, useranno i media come tribune per lanciar proclami. Bisogna che i cittadini si interessino un po’ più della cosa pubblica. Che i difensori degli animali siano più concreti nelle loro richieste. Che si smetta di urlare soltanto sui social. Tempo che molti fra i difensori degli animali smettano di essere forcaioli.

Vorrei leggere sui giornali che in questa orribile vicenda il carnefice è anche una vittima. Che l’unico innocente, come spesso succede, è il cane Aron. Vorrei leggere che lasciare sola la follìa degli uomini è criminale, per i pericoli a cui espone la società, per le sofferenze che fa vivere ogni giorno agli individui posseduti da questo demone. Poveri esseri invisibili lasciati in balìa di onde troppo forti per poter giungere da soli in un porto sicuro.

La tratta dei cuccioli rende più della droga, con minori rischi

tratta cuccioli rende più droga

La tratta dei cuccioli rende più della droga, con minori rischi: un dato che non può essere contestato ma che agita fin troppi interrogativi. Al di là del sensazionalismo creato con il titolo la verità è che la realta supera la fantasia, aprendo scenari di tutto rilievo sotto il profilo economico. Seguire i soldi è un modo per intercettare i crimini e la realtà è che chi delinque non ha etica, ma molto spesso ha cervello e sa far di conto. In più, a differenza di quanto avviene con altri traffici la tratta dei cuccioli comporta rischi bassi e una clientela davvero poco pericolosa.

Ho seguito questo fenomeno dagli albori, intorno agli anni 80/90, quando pochi ancora sapevano dove fosse Pecs e conoscessero il suo mercato. A Pecs, in Ungheria è nato il business, che è partito dai cofani spalancati dei bagagliai delle auto dei commercianti che vendevano cani di simil razza per pochi soldi. Un mercato agricolo, dove passava anche una buona parte del traffico degli animali esotici. Una piazza che era ben conosciuta da chi in Italia trafficava con questi animali, che affollavano i negozi.

In principio tutto partì proprio dagli stessi soggetti che trafficavano esotici. Personaggi che avevano capito quanto fosse redditizio comprare un cucciolo di finta razza per pochi fiorini ungheresi (l’euro era ancora lontano da venire). Per poi rivenderlo a caro prezzo in Italia. Commercianti che avevano base in Lombardia, Veneto e soprattutto in Emilia Romagna, dove erano già attivi con la vendita di esotici: dalla tigre alla scimmia, dal gufo al pappagallo amazzone. Un commercio che movimentava molti milioni di lire in Italia e aveva poco contrasto, per mancanza di interesse e per assenza di norme chiare. Per questo in quegli anni era un mercato fiorente, senza regole, vantaggioso.

La tratta dei cuccioli ha fatto scorrere fiumi di denaro negli ultimi decenni, senza essere mai combattuta davvero

Così per avere mercato i trafficanti si inventarono le mostre mercato, le fiere del cucciolo, che di piazza in piazza montavano tendoni da circo e affittavano i palazzetti, ufficialmente per esibire cani. Ma se la vendita in fiera non era consentita, per ragioni legali, era lì che si raccoglievano soldi in nero e prenotazioni: alla chiusura i cuccioli sarebbero stati consegnati nei parcheggi degli stadi, vicino alle rotonde, ovunque vi fosse spazio per accogliere un centinaio di persone. Che potevano così ritirare i cuccioli che avevano pagato anche 3/400 milla lire. Rigorosamente in nero.

Cuccioli provenienti dal mercato di Pecs, che venivano ripuliti in Italia grazie a veterinari senza scrupoli che compilavano libretti sanitari falsi. Dopo qualche giorno iniziava, purtroppo, a comporsi la lunga scia dei cuccioli morti, la lista delle proteste degli acquirenti e la difficoltà di mettere in atto azioni efficaci.

Cuccioli di un paio di mesi, stressati da un lungo viaggio, esibiti in fiera per essere venduti senza avere vaccinazioni. Il vero mistero erano quelli che sopravvivevano a questo trattamento, perchè quelli che morivano erano solo il prevedibile risultato dei maltrattamenti.

Il contrasto del fenomeno fu incerto

Un fenomeno difficile da far capire ai servizi veterinari pubblici, deputati al controllo, ma anche agli organi di polizia che allora ritenevano fantasie i percorsi del traffico. Spesso più capisci i meccanismi e meno vieni ascoltato, perché la realtà supera la fantasia, diventando incredibile per chi non si vuole soffermare sul problema.

Ma siccome qualcuno in Europa iniziò a capire non tanto la sofferenza quanto il pericolo sanitario, vennero messi dei paletti. La mamma di tutte le zoonosi, la rabbia, era ed è sempre in agguato e l’Unione poteva e voleva dire la sua. E qualcuno nelle istituzioni, come la Guardia di Finanza di Bologna, iniziò a squarciare il velo di nebbia.

L’unione Europea ha fatto le norme sanitarie, le uniche di competenza, ma le regole contro truffe, traffico e maltrattamenti sono degli Stati

Dai palazzetti e dai tendoni si passò al commercio in grande stile e i cuccioli della tratta iniziarono a inondare i negozi. Ufficialmente come provenienti da inesistenti allevamenti italiani, che esistevanosolo sulla carta e spesso all’ENCI, ma che non avevano fattrici. Luoghi strabordanti di cuccioli, ma senza fattrici. Allevamenti di carta, sulla carta, ma in realtà semplici collettori di traffici. Moltiplicatori di valore che trasformavano i pochi euro di un acquisto in Ungheria o Slovacchia in cani da 3/400 euro, regolarmente made in Italy.

Riassumere trent’anni di storia in un articolo è complesso, ma attraverso la tratta dei cuccioli possiuamo ricostruire non solo il mercato ma anche il costume. Dalle fiere da imbonitori sotto ai tendoni il passo successivo fu quello di permeare il mercato distruggendo gli allevamenti, per poi togliere ossigeno ai negozianti che non potevano più competere con i prezzi dei cuccioli della tratta. Diventando, non senza colpa, complici di questa evoluzione ulteriore, che fu ampiamente sottovalutata anche dagli ordini dei veterinari, che non tennero “al guinzaglio” diversi loro iscritti, che diventarono le cartiere. Loro erano i responsabili della creazione dei documenti, loro iscrivevano nelle anagrafi, loro testiminiavano a favore dei trafficanti in tribunale.

Per contrastare questo fiume di sofferenza e di pericoli sanitari fu necessario inventarsi strategie che utilizzavano i reati collaterali al maltrattamento dei cuccioli. I reati contro gli animali erano armi spuntate, per difficoltà di prova a causa delle leggi, bisognava inventare nuovi percorsi, un po’ come combattere i mutaforma! Un lavoro da certosini, non sempre premiante, sicuramente complesso per contrastare quello che veniva fatto passare come un reato minore. Nonostante pericoli e lauti guadagni.

Se il maltrattamento non funzionava a sufficienza c’erano molti altri reati ipotizzabili

Dal falso alla frode in commercio, dalla truffa aggravata all’abuso della professione veterinaria: sono talmente tante le ipotesi di reato configurabili che serve solo la volontà di legarle fra loro. Ma nel frattempo il proteiforme mercato aveva cominciato il nuovo trasloco, secondo logiche criminali efficaci e predittive. Così il traffico allargò le basi produttive, moltiplicando le puppy farm: non più solo Ungheria e Slovacchia, ma anche Romania, Polonia, Ucraina (prima della guerra), Bulgaria ma anche Serbia, Croazia, Turchia e perfino Russia. Una dimostrazione dello smisurato mercato europeo e del suo valore.

Oggi attraverso il sistema TRACES, il meccanismo europeo che traccia gli scambi comunitari legali, passano circa 600.000 cuccioli ogni anno. Mentre stime sul mercato sommerso parlano di cuccioli in viaggio che raggiungono numeri da capogiro. Si parla di oltre 4 milioni di cani che attraversano le strade d’Europa, con più della metà degli acquirenti che li acquista sulla rete. In tutto questo leggi spuntate, difficili da applicare e con sanzioni senza potere di deterrenza, verifiche complesse e assenza di controlli capillari creano il brodo di cultura del reato.

Recentemente ho assistito a una riunione organizzata al Parlamento Europeo per presentare i possibili cambiamenti legislativi che andranno fatti. Grande conoscenza del problema da parte dei funzionari, ma ridotte possibilità di ottenere cambiamenti radicali, per i limiti sulle materie comunitarie, in questo settore eminentemente sanitarie. Una strada lunga e complessa, dove l’Europa resta comunque l’unica vera speranza per la costruzione di effettivo argine alla tratta dei cuccioli.

E il futuro lo scriverà la nuova Europa e potrebbe essere peggiore del presente.

Tenere suricati in casa: un maltrattamento eticamente inaccettabile

tenere suricati casa maltrattamento

Tenere suricati in casa: un maltrattamento eticamente inaccettabile anche se gli animali provengono da riproduzioni in cattività. La riproduzione in ambiente controllato evita il prelievo in natura, ma non certo la sofferenza degli animali. Una sorta di lasciapassare che consente di rispettare la normativa CITES, a presidio delle specie animali e vegetali a rischio di estinzione, senza rispettare il benessere dell’individuo. Situazioni decisamente paradossali ma ancora possibili in Italia, che non ha ancora avuto il coraggio di mettere un deciso stop al commercio.

I cosiddetti animali non convenzionali compongono un vastissimo campionario di specie che vengono detenute in cattività. Provenienti da allevamenti e pubblicizzati sulla rete sono richiesti da un pubblico che pensa di amare gli animali, mentre li usa senza rispetto. Senza tenere in minimo conto le necessità etologiche, il loro benessere. Acquisti fatti per ignoranza o per stupire gli amici, per vanità nel poter esibire un pezzetto di natura, spesso senza nulla sapere sui loro bisogni.

I suricati rappresentano la punta dell’iceberg della questione animali selvatici tenuti in cattività: una specie iconica, per sua sfortuna resa celebre da un cartoon. Umanizzare gli animali, come accade nei cartoni animati, li rende troppo vicini a noi, specie in quanti non vogliono o non sanno percepire la differenza. Così “Il Re Leone”, il famosissimo film d’animazione, diventa strumento di conoscenza ma anche stimolo che porta qualcuno a voler dividere la sua vita con un suricato. Un risultato tanto pessimo quanto non così inaspettato.

Suricati al guinzaglio, tenuti in casa con un maltrattamento che purtroppo non si percepisce

Questo argomento porta fratture insanabili fra quanti pensano che gli animali selvatici non debbano essere tenuti in casa e chi pensa di amarli tenendoli in salotto. Non solo suricati, ma anche pappagalli e altre specie che avrebbero l’insopprimibile necessità di volare, piccoli mammiferi mai abbastanza considerati come gerbilli, degu, petauri dello zucchero, ricci africani. Una lista davvero molto lunga, che suscita meno emozioni di quante ne provochi un maltrattamento a un cane o a un gatto. Un lunghissimo elenco di prigionieri che in cattività sopravvivono, con fatica.

Le specie più sfortunate sono quelle che hanno una lunga vita e sono resilienti: gli animali più delicati subiscono i maltrattamenti e le privazioni per poco tempo. E la morte, contrariamente a quanto si possa pensare, rappresenta una liberazione, non una disgrazia. Pensate a un pappagallo, un abitante dei cieli che ogni giorno in natura percorre chilometri, costretto per la vita in una gabbia, spesso in solitudine, con il suo umano di riferimento che nulla o poco sa dei sui bisogni.

Immaginatevi la vita di un suricato in un appartamento, che è quanto di più lontano possa esserci rispetto alle distese del Kalahari dove dovrebbe vivere. Una specie abituata a vivere in comunità, con una struttura sociale matriarcale costituita in gruppi chiamati “mob”, composti anche da trenta inividui. Animali che vivono in tane come le nostre marmotte, che passano il loro tempo cacciando insetti e piccoli mammifero costretti in un appartamento, a vivere da soli.

Sarebbe tempo di considerare un maltrattamento anche la vita in un ambiente innaturale

Costringere un animale a vivere in un ambiente innaturale, solo per diletto, dovrebbe essere considerato un maltrattamento. Se non può esistere una crudeltà necessaria, come sancito da diverse sentenze della Suprema Corte, non dovrebbe essere tollerata la sofferenza inutile. La detenzione di un animale selvatico in casa dovrebbe essere sempre considerata un maltrattamento. il progresso degli studi etologici e sulla capacità degli animali di provare emozioni e sensazioni, nella loro esistenza di esseri senzienti lo dovrebbe imporre.

Serve la definitiva chiusura di questi commerci, una maggior consapevolezza dei veterinari, anche di quelli che si sono specializzati nella cura di queste specie. Un mercato che già ora andrebbe monitorato con attenzione e consapevolezza, con l’obbligo per chi li cura di segnalare all’autorità giudiziaria ogni detenzione che possa essere causa di sofferenza per un animale. Lo prevede già ora il Codice Penale: la norma impone ai veterinari di stilare un referto ogni qualvolta, anche solo in ipotesi, ci possano essere dei maltrattamenti agli animali.

Troppe volte si parla e si enfatizzano i diritti degli animali senza rispettarli davvero. Pensando, a torto, che il mondo degli animali tenuti come pet sia sempre o quasi privo di sofferenza, non vedendola per colpevole sottovalutazione dei bisogni.