Tenere suricati in casa: un maltrattamento eticamente inaccettabile

tenere suricati casa maltrattamento

Tenere suricati in casa: un maltrattamento eticamente inaccettabile anche se gli animali provengono da riproduzioni in cattività. La riproduzione in ambiente controllato evita il prelievo in natura, ma non certo la sofferenza degli animali. Una sorta di lasciapassare che consente di rispettare la normativa CITES, a presidio delle specie animali e vegetali a rischio di estinzione, senza rispettare il benessere dell’individuo. Situazioni decisamente paradossali ma ancora possibili in Italia, che non ha ancora avuto il coraggio di mettere un deciso stop al commercio.

I cosiddetti animali non convenzionali compongono un vastissimo campionario di specie che vengono detenute in cattività. Provenienti da allevamenti e pubblicizzati sulla rete sono richiesti da un pubblico che pensa di amare gli animali, mentre li usa senza rispetto. Senza tenere in minimo conto le necessità etologiche, il loro benessere. Acquisti fatti per ignoranza o per stupire gli amici, per vanità nel poter esibire un pezzetto di natura, spesso senza nulla sapere sui loro bisogni.

I suricati rappresentano la punta dell’iceberg della questione animali selvatici tenuti in cattività: una specie iconica, per sua sfortuna resa celebre da un cartoon. Umanizzare gli animali, come accade nei cartoni animati, li rende troppo vicini a noi, specie in quanti non vogliono o non sanno percepire la differenza. Così “Il Re Leone”, il famosissimo film d’animazione, diventa strumento di conoscenza ma anche stimolo che porta qualcuno a voler dividere la sua vita con un suricato. Un risultato tanto pessimo quanto non così inaspettato.

Suricati al guinzaglio, tenuti in casa con un maltrattamento che purtroppo non si percepisce

Questo argomento porta fratture insanabili fra quanti pensano che gli animali selvatici non debbano essere tenuti in casa e chi pensa di amarli tenendoli in salotto. Non solo suricati, ma anche pappagalli e altre specie che avrebbero l’insopprimibile necessità di volare, piccoli mammiferi mai abbastanza considerati come gerbilli, degu, petauri dello zucchero, ricci africani. Una lista davvero molto lunga, che suscita meno emozioni di quante ne provochi un maltrattamento a un cane o a un gatto. Un lunghissimo elenco di prigionieri che in cattività sopravvivono, con fatica.

Le specie più sfortunate sono quelle che hanno una lunga vita e sono resilienti: gli animali più delicati subiscono i maltrattamenti e le privazioni per poco tempo. E la morte, contrariamente a quanto si possa pensare, rappresenta una liberazione, non una disgrazia. Pensate a un pappagallo, un abitante dei cieli che ogni giorno in natura percorre chilometri, costretto per la vita in una gabbia, spesso in solitudine, con il suo umano di riferimento che nulla o poco sa dei sui bisogni.

Immaginatevi la vita di un suricato in un appartamento, che è quanto di più lontano possa esserci rispetto alle distese del Kalahari dove dovrebbe vivere. Una specie abituata a vivere in comunità, con una struttura sociale matriarcale costituita in gruppi chiamati “mob”, composti anche da trenta inividui. Animali che vivono in tane come le nostre marmotte, che passano il loro tempo cacciando insetti e piccoli mammifero costretti in un appartamento, a vivere da soli.

Sarebbe tempo di considerare un maltrattamento anche la vita in un ambiente innaturale

Costringere un animale a vivere in un ambiente innaturale, solo per diletto, dovrebbe essere considerato un maltrattamento. Se non può esistere una crudeltà necessaria, come sancito da diverse sentenze della Suprema Corte, non dovrebbe essere tollerata la sofferenza inutile. La detenzione di un animale selvatico in casa dovrebbe essere sempre considerata un maltrattamento. il progresso degli studi etologici e sulla capacità degli animali di provare emozioni e sensazioni, nella loro esistenza di esseri senzienti lo dovrebbe imporre.

Serve la definitiva chiusura di questi commerci, una maggior consapevolezza dei veterinari, anche di quelli che si sono specializzati nella cura di queste specie. Un mercato che già ora andrebbe monitorato con attenzione e consapevolezza, con l’obbligo per chi li cura di segnalare all’autorità giudiziaria ogni detenzione che possa essere causa di sofferenza per un animale. Lo prevede già ora il Codice Penale: la norma impone ai veterinari di stilare un referto ogni qualvolta, anche solo in ipotesi, ci possano essere dei maltrattamenti agli animali.

Troppe volte si parla e si enfatizzano i diritti degli animali senza rispettarli davvero. Pensando, a torto, che il mondo degli animali tenuti come pet sia sempre o quasi privo di sofferenza, non vedendola per colpevole sottovalutazione dei bisogni.

Puppy Yoga: fermiamo la moda di fare yoga con i cuccioli di cane prima che diventi virale

puppy yoga fermiamo moda

Puppy Yoga: fermiamo la moda di fare yoga con i cuccioli di cane prima che diventi tanto virale quanto incontrollabile. Il fenomeno sta dilagando, anche grazie alla scarsa attenzione delle persone, che pur dichiarandosi amanti degli animali non riflettono a sufficenza. Garantendo lauti guadagni alle centinaia di organizzatori di questa nuova trovata, che sembra ottenere grande consenso nel pubblico. Che acquista questi corsi senza voler capire cosa si nasconde dietro un fenomeno tutt’altro che innocuo per i cuccioli.

“Tappetini, posture e… ciotole: a Roma tutti pazzi per lo yoga con i cuccioli di cane” titola La Repubblica, in un corsivo che certo non si preoccupa del benessere animale. Trasformando in un fatto di costume lo sfruttamento dei cuccoli, in modo completamente acritico, senza fare alcuna riflessione su che tipo di problematiche questa nuova moda comporti. I cuccioli vengono sfruttati per fare un’attività che certo non giova al loro equilibrio. Creando nelle persone l’idea che si tratti di peluche e non di esseri viventi.

In realtà i cuccioli vengono “trasportati” nei luoghi in cui si svolgono queste lezioni e sono costretti a socializzare in modo improprio con persone che vogliono toccarli. In un cucciolo di cane queste esperienza può costituire un trauma piuttosto che un evento formativo. Arrivando a poter compromettere, quando ripetuto più e più volte, il suo equilibrio. Un nuovo sbocco per la tratta dei cuccioli, un nuovo tassello nella disattenzione delle persone verso il benessere animale.

Puppy Yoga, una nuova moda per creare malessere negli animali con un travisamento della realtà

Basterebbe guardare con occhio critico le tantissime pubblicità presenti sulla rete di Puppy Yoga per farsi delle domande. Se non bastasse sarebbe sufficente fare e qualche ricerca, per scoprire che dietro questa moda si possano nascondere molte privazioni. Situazioni nelle quali si può arrivare a privare i cuccioli di acqua e cibo per evitare spiacevoli perdite di feci e urina durante le sedute. Come dimostra un’inchiesta sotto copertura fatta da una televisione inglese, che ha potuto filmare e documentare il lato oscuro della Puppy Yoga.

Esme Wheeler, responsabile scientifica e politica per il benessere e il comportamento dei cani presso la RSPCA, ha dichiarato: “Questo è intrattenimento, a mio avviso, che opera sotto le spoglie della socializzazione. Ma questo non va a vantaggio dei cani”. 

Tratto dall’articolo pubblicato da ITV News

Nulla quindi che serva a migliorare il rapporto fra uomo e animali, molto ciò che è utile per garantire lauti guadagni da “tutto esaurito” agli organizzatori delle sessioni. Una moda sulla quale sarebbe opportuno venisse attivata un’indagine capillare per capire da dove vengano i cuccioli, con che garanzie sul loro benessere e con quali garanzie sanitarie per chi, senza attenzione, pratica la Puppy Yoga. Attività che dovrebbe essere sottoposta alla vigilanza del servizio veterinario pubblico, prevedendo autorizzazioni.

Servizi veterinari e Carabinieri dei NAS dovrebbero attivare controlli capillari per comprendere la filiera e garantire partecipanti e animali

Le norme ci sono e occorre applicarle, smettendo di guardare con indulgenza a queste attività come se fossero soltanto una forma di rilassamento e socializzazione. Questi cuccioli, sottoposti a multilpe sedute con il pubblico da dove vengono? Quali garanzie sanitarie hanno per evitare la trasmissione di zoonosi e quali ricevono per evcitare che siano sottoposti a maltrattamenti? I centri dove si pratica Puppy Yoga sono stati autorizzati per far fare attività a stretto contatto con gli animali?

Da quanto si può leggere questo nuovo boom pare essere non soltanto fuori controllo come tutte le mode, ma privo di verifiche sulle modalità di svolgimento. Tanto da ricevere le critiche da più fronti, che non si fanno ingannare dalla patina di dolcezza che si vorrebbe stendere su un’attività commerciale come tante. Per questo sarebbe auspicabile l’apertura di una seria indagine, facilmente attivabile soltanto seguendo il filo degli innumerevoli annunci che si possono trovare in rete.

Senza contare il fatto che questa pratica stimoli, ancora una volta, un rapporto irresponsabile con i cani, basato su tenerezza e aspetto estetico, senza far compiere utili riflessioni sull’impegno necessari. Cuccioli che diventano peluche da manipolare per rilassarsi, in un tempo in cui troppe cose si fermano all’apparenza, senza creare un reale quadro della sostanza. Senza raccontare che essere tutori di un animale significa mettersi in gioco per garantire il suo benessere, che certo non parte da una stuoia sulla quale praticare puppy yoga.

Elezioni alle porte, diritti animali e tutela ambientale restano al palo

elezioni porte diritti animali tutela ambientale

Con le elezioni alle porte diritti animali e tutela ambientale restano al palo, nell’eterna attività volta a ottenere consensi. La politica è radicalmente cambiata negli ultimi decenni e oramai sembrano sparite dall’orizzonte le scelte etiche, lasciando in primo piano solo provvedimenti acchiappa like, tradotti in voti. Se una volta la politica mediava fra gli interessi dei partiti e quelle dei cittadini ora, con lo scollamento fra politica e votanti, la ricerca del consenso sta superando ogni limite. Un fenomeno amplificato e moltiplicato dall’astensionismo, che lascia le decisioni in mano a una parte ridotta di elettorato.

Se si vuole il cambiamento reale, senza bacchette magiche ma con l’idea di un lavoro di periodo, occorre partecipare. Le elezioni sono alle porte e in Europa il vento che spira è quello che sostiene sovranismo e politiche di difesa degli interessi locali, come se il mondo si potesse rimpicciolire. In questo modo i diritti degli animali e la tutela ambientale, due pilastri della transizione ecologica in un’ottica “One Health”, restano bloccati. Inchiodati dalla spasmodica ricerca di consenso, che premierà quelle coalizioni che privilegeranno nelle loron politiche alcune categorie, a scapito dei diritti collettivi.

Il percorso, tortuoso, dell’approvazione della Nature Restoration Law ha dimostrato come troppi governi, compreso il nostro, siano legati a covenienze piuttosto che a visione di periodo. Le elezioni alle porte hanno frenato l’adozione di provvedimenti più stringenti e con tempistiche certe. Con il nostro ministro dell’Ambiente che ha fatto di tutto per ottenere un ridimensionamento dell’accordo, oggi presentato come un successo. Forse lo sarà per la politica ma non per cittadini e biodiversità, che subiranno la visione miope delle politiche europee.

Le elezioni alle porte spaventano le coalizioni e la partita si gioca, anche, su diritti animali e tutela ambientale

Per arrivare alla scelta di compromesso, sulla Natural Restoration Law, passata in Commissione Ambiente dell’Europarlamento il 29 novembre si è dovuto scendere a compromessi che hanno depotenziato la portata e la visione di periodo. Certo sempre meglio di niente, ma non si può dimenticarsi di quanti hanno affossato il precedente progetto. Se queste forze in primavera arrivassero a conquistare la maggioranza dei seggi nel Parlamento Europeo il rischio di nuove dilazioni è concreto.

L’attuale impianto normativo, frutto di compromessi, prevede che entro il 2030, una scadenza molto vicina, i paesi dell’Unione procedano a ripristinare almeno il 20% della superficie terrestre e marina. Per arrivare entro il 2050 al ripristino di tutti gli habitat naturali che abbiano necessità di essere recuperati. Con la necessità di un ultimo passaggio nell’assemblea plenaria per la definitiva approvazione, che dovrebbe avvenire entro la fine di febbraio. Non dimenticando che i tempi fissati per completare le azioni potranno essere rimodulati, che poi significa semplicemente allungati.

La Commissione Europea si era impegnata, nel 2020, a rivedere tutta la normativa che riguarda la questione allevamenti e trasporti di animali. Un’attività che avrebbe dovuto chiudersi, grazie alle pressioni fatte da cittadini e associazioni, entro questa legislatura. Invece nulla è stato deciso e l’intero pacchetto dovrà essere riesaminato dal nuovo parlamento, che potrebbe avere una composizione molto diversa da quella attuale.

I cittadini devono scendere in campo con lo strumento più efficace che possiedono, il voto!

In queste elezioni si giocheranno diverse partite, che potranno cambiare radicalmente la composizione dell’europarlamento ma anche i rapporti di forza nazionali. Su cui si baseranno ancora di più le decisioni del governo più filovenatorio e legato al mondo agricolo della storia repubblicana. In buona sintesi la realtà è che non si possono più difendere i diritti degli animali e la tutela ambientale senza schierarsi, senza fare politica come cittadini. La neutralità di questi anni, sfociata in un’indifferenza collettiva verso la politica non ha pagato.

Il rischio, più che concreto, è che a votare vada sempre più chi ha un beneficio personale, tradotto in norme e sussidi, piuttosto che quanti hanno una visione più lungimirante e collettiva. I primi infatti trovano un immediato ritorno dalle loro scelte, mentre i secondi non essendo disposti a aspettare gli esiti di una trasformazione, sempre più restano a casa, lasciando che siano altri a decidere per loro.

I risultati di questa non scelta sono sotto gli occhi di tutti. Uno dei ministeri fondamentali, quello dell’ambiente, è stato dato a un politico che nulla conosce in questo settore, più impegnato a non disturbare il manovratore che a far adottare provvedimenti utili. Un ministro trasparente, quasi sconosciuto agli italiani nonostante l’importanza del dicastero, ma che ha avuto il suo ruolo nel far depotenziare la Nature Restoration Law europea. Prima di scegliere di non votare sarebbe bene pensare al debito che abbiamo nei confronti delle prossime generazioni, punite da politiche cialtrone e senza orizzonte.

Mentre in Italia la politica punta sui cacciatori per ottenere premi elettorali

Con l’arroganza che contraddistingue chi difende la caccia l’Italia cerca di modificare, in peggio, l’attuale normativa che tutela (poco) la fauna selvatica. Così l’onorevole Bruzzone (Lega) ha presentato una proposta di legge (la 1548 presentata alla Camera dei deputati) per fare a pezzi direttive internazionali e tutela minima. Uno scempio che non sarà contrastato dal ministro dell’Ambiente e che potrebbe anche vedere la luce prima delle elezioni europee.

Tanta arroganza e mancanza di visione contenuta nell’ennesimo attacco alla biodiversità è possibile solo grazie alla situazione politica italiana. Dove governa una coalizione votata dalla maggioranza degli elettori, che non rappresentano però la maggioranza dei cittadini a causa dell’astensionismo. Se gli italiani non scenderanno dalla posizione di comfort dell’astensionismo, per cercare di cambiare la realtà, e se i partiti progressisti non smetteranno di dividersi, proponendo politiche ambientali irrilevanti sarà la fine. Inutile lamentarsi dopo di danni che sono stati consentiti dal nostro comportamento irresponsabile.

La difficile convivenza con gli orsi in Trentino è come la punta dell’iceberg

difficile convivenza orsi Trentino

La difficile convivenza con gli orsi in Trentino è come la punta dell’iceberg, che rivela una parte del problema, nascondendo la volontà di dominare la natura. Per meglio comprendere la questione bisogna sgombrare il piano della comunicazione dalla narrazione spesso troppo emotiva, viziata da alcuni falsi miti. Un lungo elenco di affermazioni che si può sintetizzare nell’affermazione, priva di senso, relativa all’eccessivo numero di orsi, ma anche di lupi. Come se l’enunciazione di questo concetto potesse dimostrare la volontà di convivere con i grandi carnivori, purché il loro numero non sia superiore a X. E sotto X si nasconde l’intero iceberg.

I problemi di convivenza non sono dati dai numeri, ma dai comportamenti e far credere il contrario è come nascondere il problema. Se in Trentino ci fosse una popolazione di 50 orsi qualcuno si sentirebbe di garantire che non ci sarebbe la possibilità di incidenti con gli umani? Ma se anche i lupi fossero la metà qualche scienziato potrebbe affermare che sparirebbero le predazioni sugli animali domestici? La risposta è evidentemente negativa, perchè non è una questione di risorse, sovrabbondanti in natura per entrambe le specie, ma di gestione, di regole, di volontà. Eliminare uno, due, dieci orsi soltanto perché questo tranquillizzerebbe la comunità non è la chiave di volta per risolvere il problema.

Continuando a coltivare il falso mito che sia la gestione umana a creare i presupposti della convivenza, si sottrae al discorso la responsabilità dei nostri comportamenti. Si altera il ragionamento spostando sul numero e sulla densità, il problema, ma questa è una scorciatoia per saltare alla conclusione di un ragionamento complesso. Che deve includere la nostra presenza sul territorio, il comportamento un po’ arrogante che ci porta a credere, fin da piccoli, che l’uomo sia il titolare di ogni diritto. Capace di piegare la natura ai suoi bisogni, unico dominatore di un mondo asservito ai nostri bisogni.

La difficile convivenza con gli orsi in Trentino e con i lupi nell’intero stivale rivela la nostra incapacità di creare equilibrio

Molti studiosi cercano di far comprendere il concetto, peraltro non così difficile, che la vita sul pianeta sia fatta di relazioni e di interazioni. Un concetto dal quale non possiamo sottrarci, nemmeno usando tutta la demagogia di questo mondo. Però la polarizzazione del conflitto spesso serve proprio a chi questo ragionamento non lo vuole proprio sentire. Aiutando i politici a assumere il ruolo di paladini di un equilibrio che quasi sempre non hanno idea di come ricreare. Il punto, infatti, non è la gestione ma la divisione, il rispetto degli ambienti, la comprensione del fatto che una parte del territorio appartiene al mondo naturale.

Il punto ora pare la divisione fra quanti vogliono abbattere o imprigionare gli orsi e quanti sostengono che non devono essere toccati. Che descritta così ricorda gli scontri fra tifoserie. Ma non bisogna cadere in questo tranello, che permette di liquidare il problema classificandolo come scelta irrazionalmente emotiva. La chiave di ogni ragionamento sta nel fatto che, tranne l’uomo, gli animali si trovano in equilibrio con l’ambiente che li ospita. Senza questo equilibrio tutto è perduto, sul medio periodo e noi siamo parte di quel tutto.

Certo ci sono le esigenze produttive, esistono le ragioni economiche ma esiste come interesse umano prevalente il poter vivere sul pianeta. Affrontando il problema in modo concreto, urgente e certamente con un grosso prezzo da pagare, non hai predatori, non agli animali ma al ciclo della vita e all’equilibrio. Per questo da tempo il grido d’allarme degli scienziati afferma, inascoltato, che sia necessario proteggere integralmente un terzo di terre emerse e oceani.

Proteggere un terzo di terre emerse e oceani è una necessità, non certamente un capriccio

Guardate con attenzione questo video, non è prodotto da un’associaziuone ambientalista ma dalle Nazioni Unite. Non è un capriccio di pochi, ma è una necessità oramai diventata innegabile.

Abbiamo bisogno di lasciare che almeno un terzo del pianeta sia considerato anbiente naturale intangibile e non possiamo pensare di proteggere il territorio peggiore. Occorre capire che dobbiamo ripiegare, riconsiderare e pensare in modo diverso: non sono orsi e lupi a casa nostra ma siamo noi che abbiamo invaso i loro territori. Un concetto che noi uomini facciamo fatica ad accettare anche quando si tratta dei diritti dei nostri simili. I risultati di questo potere egoistico e straripante è sotto gli occhi di tutti. Pochi però vogliono capire ragioni e cause, ma se scavassero non troverebbero equità e pace, ma denaro e potere.

Per questo, anche per questo, diventa urgente comprendere, analizzare e cercare di capire. Non fermandosi ai titoli ma cercando i contenuti, provando a capire anche quello che non ci piace, come la gravità e l’urgenza di cambiare modelli di vita. Il problema non è l’orso che sbrana un cinghiale o un tenero capriolo, il problema siamo noi che sbraniamo il pianeta e i nostri simili. Serve sottrarre, non aggiungere: meno allevamenti, meno energie fossili, meno arroganza, meno pregiudizi. L’unico ingrediente da aggiungere senza limiti è il rispetto.

Trasporto animali vivi, una sofferenza inutile che l’Italia non vuole cancellare

trasporto animali vivi

Trasporto animali vivi, una sofferenza inutile inflitta solo per profitto che sarebbe facilmente evitabile consentendo il solo trasporto delle carni. Una scelta che contribuirebbe a ridurre i maltrattamenti inflitti agli animali allevati per scopi alimentari, eliminando l’ultimo carico di maltrattamenti costituito dal trasporto. Con animali costretti a viaggiare, stipati su camion, vagoni ferroviari o navi, per essere trasferiti per finire all’ingrasso o al macello.

Mentre l’Europa si interroga sulla necessità di fissare parametri molto più restrittivi sui trasporti di animali vivi, nell’ambito della revisione della normativa posta a tutela degli animali d’allevamento, l’Italia si impunta. Confermando ancora una volta la scarsa attenzione ai diritti degli animali di questo governo, che non può più essere vista come un disinteresse per agevolare taluni settori, ma come una scelta di campo. Gli animali non sono considerati esseri viventi, meritevoli di tutele in quanto senzienti, ma solo punti di PIL privi di diritto. Un concetto applicato a quelli selvatici come a quelli allevati per scopi alimentari.

Protagonista dell’ennesima impuntatura dell’animalsovranismo è stata l’Onorevole Maria Teresa Bellucci, Vice ministra del lavoro e delle Politiche sociali. Intervenuta in aula in vece del ministro Lollobrigida, per rispondere a un’interrogazione dell’onorevole Susanna Cherchi, del M5S, che chiedeva un ripensamento sulle scelte annunciate a favore del trasporto di animali vivi. Che vanno in direzione opposta a quella auspicata dall’Europa per aumentare le tutele, raccontando per l’ennesima volta come l’Italia sia più avanti di altri paesi europei, in una narrazione trita e ritrita quanto falsa.

Il trasporto degli animali vivi è una vergogna, proprio per essere giustificato solo dal profitto, senza alcuna altra motivazione sostenibile

L’idea è che spesso questo governo tratti temi che non conosce a sufficienza, affermando come tutto sia sotto controllo in un settore dove i controlli sono davvero pochi. Scarsi negli allevamenti dovee spesso sono anche poco efficaci, e quasi assenti sulle strade dove il controllo dei mezzi di trasporto con animali viene considerata un’attività complessa e fastidiosa. Messa in atto più per poter fornire dati per le statistiche che non per arginare comportamrenti inaccettabili. Nonostante la buona volontà della Polizia Stradale.

Il vice ministro Bellucci, nel rispondere all’interrogazione, si è vantata che l’Italia da tempo vieta il trasporto di animali vivi quando le temperature superano i 30 C°. Senza dire però quanti sono stati i controlli effettuati nei giorni di fermo e quanti in proprzione rispetto ai movimenti registrati. Un dato non difficile da reperire stante che ogni trasferimento di animali vivi deve essere aiutorizzato con un modello rilasciato dal Servizio Veterinario pubblico. Omettendo anche di dire che quando le temperature esterne superano i 25 C° all’interno dei camion in caso di rallentamenti o soste, possono raggiungere senza difficoltà livelli molto, molto più alti, trasformando i camion in un inferno.

Questo video è tratto dal canale You Tube di Animal Equality ed è interessante ascoltare le dichiarazioni rese all’aula. Raccontando quello che prevede la norma e le diverse forme di attuazione dei controlli, ma senza entrare nel dettaglio delll’effettivo rispetto della normativa. Dimenticandosi parlare di benessere rappresenta l’ennesima alterazione semantica, cercando di addomesticare il significato reale di benessere animale mentre sarebbe più corretto ed opportuno parlare di riduzione del maltrattamento.

Mastodon