Abbattere l’orso M62 è una scelta che sigilla il fallimento doloso di un progetto pagato dalla collettività

Abbattere l'orso M62

Abbattere l’orso M62, un fatto che pare ineluttabile, pone il sigillo dell’amministrazione trentina sul fallimento del progetto di reintroduzione degli orsi. Forse non sotto il profilo della conservazione della specie, considerando che la popolazione ha avuto un incremento, ma sulla gestione complessiva. Sulla totale assenza di misure preventive per ridurre i conflitti e sull’informazione ai residenti per costruire consenso, anziché stendere praterie d’odio.

Cani falchi tigri e trafficanti

Per fare una valutazione serena del fallimento occorre separare i diversi piani che lo compongono, cercando di non cadere nella trappola emotiva della simpatia. Sicuramente in questa vicenda è difficile non sentirsi accanto all’orso, a tutti gli orsi, privati del loro territorio, costretti in un grande recinto dal quale faticano a uscire. Vessati da amministrazioni che prima li hanno voluti e poi li hanno usati come strumento politico per ottenere consensi. Ma se il ragionamento seguisse questa strada potrebbe essere facilmente etichettato come sentimentalismo o animalismo estremo.

Nella storia di questo progetto se qualcuno ha cavalcato l’emozione non sono stati certo gli animalisti, ma quelli che hanno usato l’argomento orsi, e predatori in generale, per fomentare la popolazione. Suonando la grancassa dell’allarmismo, del populismo più becero che vuole il Trentino dei trentini e chiama alle armi contro le scelte nazionali. Inventando pericoli inesistenti, ben prima che si manifestino e diventino reali. Un piano di comunicazione ben strutturato e pensato per raccogliere voti, per nascondere sotto il tappeto le inefficienze.

Abbattere l’orso M62 metterà la pietra tombale sulla convivenza, agitando lo spettro di pericoli imminenti

Il Trentino non è una terra emersa di recente, che ha cambiato panorama e orografia del territorio. Il Trentino è da sempre terra molto antropizzata, con un’agricoltura che ha coltivato ogni spazio coltivabile a mele e vigneti, con uno sviluppo turistico che ha fatto costruire piste da sci su ogni crinale. Con infrastrutture che hanno tracciato sul territorio un reticolo di ostacoli insormontabili per gli animali, limitandone gli spostamenti e mettendo in pericolo anche la circolazione stradale.

Per non parlare della caccia, che viene vista come un’attività immodificabile e intoccabile. Ma anche per l’allevamento negli alpeggi, da troppo tempo lasciati incustoditi per contenere i costi e aumentare i guadagni. Un’agricoltura drogata dalle sovvenzioni europee, senza le quali sarebbe più che in ginocchio. Altro che lupi, altro che orsi. In questo racconto, che ritengo obiettivo e difficilmente contestabile, si introduce il LIFE che ha portato a reintrodurre dalla vicina Slovenia gli orsi.

Non voglio far credere di essere un esperto, cerco solo di seguire un filo conduttore neutro, fatto di osservazioni e ripulito dall’emotività. Gli orsi sloveni non erano destinati a fare del Trentino un santuario per gli orsi, ma dovevano ripopolare il territorio centro orientale dell’ arco alpino. Questo fatto è accaduto? No! La motivazione pare essere nel comportamento dei plantigradi, che specie per quanto riguarda le femmine sono poco inclini a spostarsi sul territorio. Un comportamento denominato “filopatria”, cioè la tendenza a restare nei territori dove sono nate.

I lupi attraversano l’intero stivale e colonizzano sempre nuovi territori, ma gli orsi non lo fanno

Se guardiamo il comportamento e la capacità di dispersione dei lupi e lo mettiamo in relazione con quello degli orsi, siamo facilmente in grado di capire la differenza. I primi sono partiti per la riconquista dalle terre centro meridionali, dove si erano acquartierati per superare le persecuzioni, arrivando alle Alpi per poi collegarsi con le popolazioni francesi. Gli orsi non hanno raggiunto il Trentino dalla Slovenia. Ce li abbiamo dovuti mettere, trasportandoli. Eppure si trovavano a un tiro di schioppo, e mai paragone fu più appropriato, purtroppo.

A questo fatto, noto, bisogna aggiungere che per le ragioni espresse in precedenza, il territorio del Trentino rappresenta per gli animali una trappola da cui è difficile uscire, in assenza dei corridoi faunistici. Complicando gli spostamenti dei selvatici: una carenza che rappresenta un problema e non agevola la mobilità, non solo delle femmine di orso già poco inclini ai viaggi. E già questo è il primo punto fallimentare sotto il profilo dell’efficacia del progetto.

Gli orsi, voluti prima ma osteggiati quasi subito, gettano scompiglio fra gli allevatori, abituati a lasciare gli animali nelle malghe incustodite. Senza protezioni adeguate, senza recinti elettrici che siano effettivamente in grado di difendere gli animali dai predatori. Ma la politica non vuole dire agli allevatori che i tempi sono cambiati, che per l’equilibrio naturale bisogna convivere e condividere. Gli amministratori cavalcano la protesta e così gli originari padroni del territorio vanno limitati, imprigionati, abbattuti.

Costa meno fatica fomentare l’odio che progettare la convivenza

Non solo la realtà del periodo e la necessità di ricreare un equilibrio vien rifiutata, ma anche i rifiuti vengono lasciati alla mercé della fauna selvatica, orsi compresi. E sono proprio i rifiuti la causa della classificazione dell’orso M62 come problematico. La mancanza dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti, studiati e testati per non essere accessibili agli orsi, rappresenta per i plantigradi un’attrattiva molto forte. Come già successo con il fratello di M62, l’orso M57 tuttora detenuto a Casteller per aver avuto una scaramuccia con un umano, proprio vicino ai cassonetti dei rifiti.

Solo in queste settimane la PAT sta tentando di nascondere vent’anni di ritardi, mettendo nuovi contenitori, spesso nemmeno idonei a impedire l’accesso degli orsi ai rifiuti. Quindi se un orso si avvicina troppo ai centri urbani per questo motivo ritengo che dovrebbero essere classificati come problematici solo gli amministratori che hanno causato il problema.

Colposamente hanno agevolato comportamenti indesiderati, al pari degli allevatori che lasciano gli animali incustoditi. Per coprire ritardi e inefficienze, ma anche per evitare critiche sulle condizioni di cattività degli orsi, si decide che sia meglio abbattere quelli problematici. Una scorciatoia, che prevede la scelta di affrontare le critiche che esploderanno ma che, complice anche l’estate, dureranno probabilmente meno di quelle causate dalla carcerazione. Dire cosa sia meglio effettivamente per gli orsi, fra morte e prigionia a vita, è davvero difficile. Sicuramente la scelta migliore sarebbe lasciarli nei boschi.

Quale futuro per la pacifica coesistenza fra uomini e animali

Quando si è deciso di abbattere l’orso M62 è stato sancito il fallimento della convivenza, della possibilità di creare le condizioni per tutelare umani e animali nel loro insieme. Secondo una visione olistica della gestione ambientale e faunistica. Un danno che potrebbe essere irreparabile. Causato non dagli orsi ma da amministratori incapaci di assolvere ai loro compiti. Che seppur con diverse appartenenze politiche hanno mantenuto comportamenti ricchi di analogie.

Difficile poter prevedere cosa succederà dopo quest’ultima decisione, difficile anche credere che ci saranno prese di posizione a livello nazionale. Forse sarà brutto pensare che un orso conti poco rispetto al governo, di cui la Lega è parte, ma bisogna anche guardare la realtà delle cose. In politica nulla avviene per caso e non sarà certo Matteo Salvini a fare pressioni su Fugatti perché si fermi.

La coesistenza tanto sbandierata, la necessità di seguire politiche realmente di tutela dell’ambiente, di arretramento della presenza umana da molte aree naturali, al momento in Italia è come una quinta teatrale. Nasconde la realtà e non promette nulla di buono per il futuro.

Scegliere di convivere con gli animali selvatici non è una scelta, ma una necessità

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Scegliere di convivere con gli animali selvatici non rappresenta soltanto un’opzione, ma una necessità per il mantenimento degli equilibri. Un comportamento che deve essere attuato per tutelare la fauna, ma certamente non solo per questo motivo. La creazione di un rapporto armonico con la natura è inevitabilmente la via maestra per tutelare la nostra sopravvivenza. Se non arriviamo a comprendere l’importanza della convivenza rischiamo di non avere un futuro, sicuramente di non averlo sereno. Un errore che sconteranno le nuove generazioni.

Cani falchi tigri e trafficanti

Orsi, e lupi, rappresentano un banco di prova per una rivoluzione culturale, che non può più anteporre gli interessi umani a ogni altra considerazione. Rappresentano una sfida, quanto lo è sempre stato il rapporto in generale con i predatori. Per questo il cambiamento di passo può prendere avvio proprio da questo rapporto conflittuale da molto, troppo tempo. Iniziare con le situazioni più problematiche rappresenta un buon viatico per una risoluzione molto più ampia dei problemi ambientali. Per evitare che i cambiamenti siano ancora una volta di facciata e non contemplino soluzioni che mirino al cuore delle questioni sul tavolo.

Quando si parla di convivenza occorre ricordare la biunivocità del termine: convivere significa dividere spazi e diritti, creando situazioni armoniche. L’idea che questa situazione possa essere basata sul predominio degli interessi umani rappresenterebbe un errore irrimediabile. Abbiamo bisogno di reinventare un mondo nel quale la nostra specie non pensi di poter risolvere costantemente i problemi creando conflitti. Lo abbiamo fatto con gli uomini, quasi mai riuscendo a raggiungere gli scopi prefissati, lo facciamo da sempre con il regno animale.

Scegliere di convivere con gli animali selvatici significa avere la volontà di restituire territori

Con il piano di #GenerationRestoration è stato chiesto a livello mondiale di restituire alla natura circa un terzo delle terre emerse e degli oceani. Per quanto riguarda le terre non possiamo pensare di restituire e rigenerare solo quelle improduttive, ma dobbiamo fare valutazioni più ampie. Che devono comprendere soluzioni intelligenti, prive di pregiudizi, sulla condivisione dei territori. Fino a poco prima dell’inizio della sesta estinzione di massa l’uomo era abituato a difendere le sue proprietà dagli altri animali, con recinti, vigilando sugli animali al pascolo. Poi dalla difesa l’uomo è passato all’attacco e con ogni sistema possibile ha provato a sterminare i predatori.

Abbandono delle campagne, diversificazione dello sfruttamento della montagna, intensificazione degli allevamenti intensivi e delle popolazioni di prede hanno consentito nuove ricolonizzazioni del territorio. Unitamente alla messa in atto di progetti di ripopolamento, come quello avvenuto per gli orsi in Tentino. Mentre il ritorno del lupo è stato graduale e del tutto spontaneo. Ma dal tempo della riconquista dei territori con lupi e orsi sembra essersi aperto un conflitto permanente che non ha né vinti, né vincitori.

Il bracconaggio, gli investimenti stradali e le altre azioni che minano la convivenza con i carnivori non riescono, per fortuna, a mettere seriamente in pericolo le popolazioni. Questi animali godono di un livello di protezione, che seppur minimo, non consente più le stragi di un tempo. Quando tutti i predatori erano considerati nocivi e potevano essere uccisi con ogni mezzo e in ogni tempo. Ora però servono strategie nuove e diverse, non basate su abbattimenti e catture ma sulla restituzione di territori e sulla difesa delle aree sfruttate dall’uomo. Ma anche sulla diffusione delle attività di prevenzione, per evitare che i nostri errori nella gestione delle risorse alimentari, diventino una causa di conflitti.

Il Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha delegato la problematica all’ISPRA

Secondo un recente articolo comparso sull’Adige il ministro Cingolani ha lasciato la questione degli orsi trentini, ma non solo, in mano ai tecnici dell’ISPRA. Gli stessi che avevano già contribuito in modo rilevante alla gestione dei carnivori, ottenendo risultati non sempre lusinghieri, specie per quanto concerne le questioni degli orsi trentini. Dando, ad esempio, una valutazione positiva alla struttura del centro di Casteller, dove sono stati rinchiusi tutti gli orsi sopravvissuti alle catture. Una realtà oggetto di forti critiche non solo delle associazioni di protezione degli animali ma anche da parte dei Carabinieri della CITES, mandati a fare un’ispezione dall’allora ministro Sergio Costa.

Secondo quanto riportato dall’organo di stampa il ministro Cingolani ha proposto all’amministrazione del Trentino la creazione di una grande area recintata per la custodia degli orsi problematici. Dichiarando che l’idea degli abbattimenti degli orsi lo faccia inorridire. Mentre saperli in questo momento rinchiusi, senza reali motivi, nel centro di Casteller in condizioni di maltrattamento non pare suscitare le stesse emozioni rispetto agli eventuali abbattimenti. Senza considerare che per un orso di cattura la prigionia possa essere anche peggiore della morte.

Io ho un background un po’ diverso anche per origine professionale. A casa ho gatti, pappagalli, cani. A me gli animali piacciono moltissimo, ma mi rendo conto che in questi casi trovare un equilibrio fra la salvaguardia dell’animale, che ha diritto alla sua libertà, e la sicurezza delle persone è molto complesso. Mi dicevano al mio Dipartimento che la soluzione che è stata trovata è buona, quindi spero che sia buona. Io penso che la prima cosa è garantire che non ci siano rischi per le persone. Dall’altra, però, anche agli animali va creato un habitat più ampio dove siano liberi di muoversi, ma con la sicurezza per noi bipedi che ci viviamo intorno.

Dichiarazioni attribuite al ministro Roberto Cingolani pubblicate sull’Adige nell’articolo linkato.

Prima di progettare nuovi centri di detenzione sarebbe molto meglio investire in prevenzione

Se si vogliono trovare dei rimedi efficaci occorre modificare le politiche, considerando che quelle attuali hanno dato cattivi risultati. Senza essere riuscite a incidere sul problema. Sarebbe quindi necessario creare una to do list, basata sulle priorità reali e non su quelle elettorali. La prima delle quali è la messa in sicurezza dei rifiuti su tutto il territorio frequentato dagli orsi, con una zona di rispetto di almeno una decina di chilometri. Il secondo punto da attuare è la creazione di corridoi faunistici sicuri, per consentire alla fauna di potersi spostare. Il terzo e non meno importante sono le campagne di informazione, che devono essere efficaci e capillari.

Tutti sanno che nel progetto originario gli orsi liberati in Trentino avrebbero dovuto ripopolare l’intero arco alpino. Un’ipotesi che è restata tale anche per l’assenza dei corridoi faunistici. Un progetto dovrebbe prima attuare le necessità preliminari e, solo dopo averlo fatto, dovrebbe essere avviato. Per evitare che tutte le attività non portate a termine rappresentino un ostacolo insormontabile all’effettiva realizzazione, nonostante i molti fondi impegnati dalla Comunità Europea e, dunque, dalla collettività. Ma così non è stato.

Gli errori di percorso costituiscono una mina difficile da disinnescare, capace di far saltare in aria tutti i progetti di tutela ambientale e faunistica. Se riusciremo a comprendere gli errori del passato, chiamandoli con il loro nome, avremo migliori possibilità di non ripeterli in futuro. Gestendo i progetti di convivenza secondo modalità realistiche e possibili.

Abbattimento lupi al via in Trentino Alto Adige: la nuova strada delle province autonome per la gestione dei carnivori

Abbattimento lupi Trentino Alto Adige

Abbattimento lupi al via in Trentino Alto Adige, già partita la richiesta di parere a ISPRA. Le due province autonome ritornano all’attacco di lupi e orsi, che in caso creino problemi alla popolazione, potranno essere uccisi. Almeno secondo i piani delle due amministrazioni, forti di un’autonomia che su alcuni temi dovrebbe essere rivista. Una strada non nuova quella che cercano di attuare le due amministrazioni, che era stata già tentata nel 2018.

Cani falchi tigri e trafficanti

Trento e Bolzano invocano le misure previste dalla Direttiva Habitat, che prevede l’abbattimento di singoli animali “problematici”, qualora non sussistano alternative valide. Come la rimozione che è stata attuata per imprigionare gli orsi a Casteller. Su questo argomento le due amministrazioni, che si sostengono a vicenda su questi temi, suonano come un disco rotto. Riproponendo sempre la stessa musica, senza varianti.

Inutile ripercorrere le tappe delle precedenti decisioni o il dramma della cattività infame degli orsi a Casteller. Non sembrano possibili spiragli di ragionamento, aperture a una diversa modalità di gestione. Da questa strada, tracciata da tempo, le amministrazioni non si spostano, ampiamente sostenute da cacciatori e agricoltori. A costo di essere condannate, osteggiate e di finire sui giornali di mezzo mondo. Granitiche, immobili e sorde.

Abbattimento lupi al via in Trentino Alto Adige: l’ennesima provocazione o la sensazione che si sia aperta una breccia?

Difficile non pensare alle motivazioni temporali di questa decisione, illustrata nei dettagli in un comunicato stampa congiunto che il giornale L’Adige ha ripreso senza troppe modifiche. Le nuove linee guida sulla gestione dei grandi carnivori, pensate e approvate d’intesa fra Trento e Bolzano, probabilmente erano già pronte? Tenute in un cassetto in attesa che mutassero le condizioni politiche? Non lo si può dire con certezza, ma è certo che il ministro Costa non abbia nemmeno fatto a tempo a chiudere la porta, a causa dell’avvicendamento del governo, che già le richieste di parere a ISPRA sul piano di gestione erano pronte per essere inoltrate.

Eppure si continua a sostenere che devono essere riviste le politiche di gestione della fauna, il nostro rapporto con il mondo selvatico. Rimodulando completamente il modo di fare agricoltura, allevamento e l’utilizzo degli ambienti naturali, secondo un principio di condivisione, ben diverso da quello di occupazione. Ma siamo sicuri che la politica abbia davvero compreso il messaggio che gli ha trasmesso la scienza? Che davvero voglia attuare scelte diverse dal passato, più rispettose e compatibili?

La risposta, nel migliore dei casi, è incerta ma questa attesa sicuramente preoccupa. In un paese che ha scelto, con un colpo di spugna, di cancellare il Ministero dell’Ambiente. Apparentemente per avere la possibilità di fare di più e meglio, unendo gli sforzi in un’unica direzione con il Ministero per la Transizione Ecologica. Un ministero monstre che accorpa molte competenze, dando potere di indirizzo a un manager con grandi capacità sul fronte tecnologico, ma con scarse conoscenze su quello ambientale. Con particolare riferimento alla tutela dell’ambiente non solo sotto il profilo del cambiamento climatico, ma anche della difesa della biodiversità e della tutela degli animali.

La squadra che all’Ambiente aveva lavorato con il ministro Costa è stata (pare) integralmente cambiata

Una scelta che va chiaramente in una direzione di discontinuità, tanto che risulterebbe che ai vertici dei settori siano stati rimessi gli uomini del ministro precedente: Gian Luca Galletti. Un nome la cui rievocazione fa accapponare ancora la pelle a chi si occupa da tempo di ambiente e di diritti degli animali. Un politico giudicato da moltissimi come il peggior ministro dell’Ambiente dalla data della sua istituzione, nel lontano 1986. Un giudizio soggettivo, ma motivato da una serie di posizioni, come quella di consentire il nuoto con i delfini nei delfinari.

Se l’ipotesi che le scelte fatte dal Trentino Alto Adige fossero motivate da questo cambiamento di passo ci sarebbe molto di cui preoccuparsi. Questa certezza forse non l’avremo mai, ma il fatto che questo nuovo ministero non convinca molti è di dominio pubblico. Saremo ovviamente tutti pronti a ricrederci quando sentiremo il ministro Roberto Cingolani prendere posizioni nette anche su questi argomenti, ma per il momento restano molte perplessità.

Il momento è importante e le scelte fatte ora andranno a impattare in modo molto forte sul futuro del nostro paese, che già è in una situazione di grosso stress ambientale. Se è vero infatti che abbiamo molte aree protette è altrettanto vero che la nostra gestione del capitale naturale non può essere un grande esempio di lungimiranza. Avendo sempre scelto di abdicare alla tutela dell’ambiente rispetto a scelte più vantaggiose, seppur molto miopi, per l’economia e la finanza. La vicenda dell’ILVA di Taranto, solo per fare un esempio, avrebbe dovuto insegnarci da tempo qualcosa.

Trentino vuole gestire orsi, ma anche lupi, con abbattimenti o catture

Trentino vuole gestire orsi

Il Trentino vuole gestire orsi e lupi, ancora una volta seguendo le stesse logiche: rimozione o abbattimento. Sognando forse di poter imitare la vicina Slovenia che proprio in questi giorni ha messo in vendita, per i cacciatori 115 orsi e diversi lupi. Usando il solito sistema per far fruttare il capitale naturale, facendo imbestialire le associazioni di protezione.

Dopo M49, rinchiuso nella struttura di Casteller dopo la seconda cattura avvenuta pochi mesi fa, nel mirino ora c’è un altro e non ben identificato orso. Colpevole di aver avuto una scaramuccia, in condizioni ancora tutte da chiarire, con due residenti che hanno riportato lievi feriti e molto spavento. Non si conoscono ancora le esatte cause dell’aggressione, ma potrebbe essere stata un’azione di difesa verso i cuccioli.

Le femmine di orso, se questo fosse il caso, sono molto protettive con i loro piccoli, sapendo che si trovano in costante pericolo. Non per l’aggressione degli umani, ma per quella dei maschi di orso che tendono a uccidere i piccoli per far andare nuovamente in estro la femmina. Una dimostrazione di quanto la natura non sia un cartone animato di Disney, ma abbia sempre dei pian perfetti per la conservazione della specie.

Il Trentino vuole gestire gli orsi ma le modalità sono sempre le stesse

L’incontro fra gli escursionisti e l’orso è avvenuto sul monte Peller in Val di Non, intorno alle sei di sera. Secondo quanto dichiarato da padre e figlio l’orso sarebbe sbucato da un cespuglio travolgendo il figlio. Dopo l’intervento del padre, subito andato in soccorso del figlio, l’orso avrebbe rivolto a quest’ultimo le sue attenzioni procurandogli lievi ferite e una frattura. Molto probabilmente il plantigrado ha ritenuto una minaccia i due camminatori e si è comportato di conseguenza, senza avere intenzioni letali perché, ovviamente, fra un orso e un uomo non c’è partita.

Da questo episodio è ricominciata la situazione di allerta, con lo scopo di ricercare e catturare l’orso che al momento non ha un’identificazione chiara, che potrà avvenire solo dopo l’esecuzione dei test genetici. Secondo il governatore del Trentino Maurizio Fugatti l’orso responsabile va subito catturato o abbattuto. Applicando quanto previsto dal PACOBACE (Piano d’azione interregionale per la conservazione dell’orso bruno nelle Alpi centro-orientali).

Il punto è che questo non è un orso problematico, ma solo un orso che probabilmente è stato disturbato e colto di sorpresa dagli escursionisti. Che consapevolmente o inconsapevolmente hanno invaso il suo territorio. Se poi si trattasse effettivamente di un’orsa con i cuccioli il comportamento sarebbe assolutamente normale. E non dovrebbe bastare questo episodio per poterne decretare cattura e/o abbattimento.

Per convivere con la fauna, non solo con gli orsi, occorre rispettare i territori e prendere le necessarie precauzioni

Se i lupi in Italia si sono ripesi i loro spazi, in assoluta autonomia e senza interventi umani se non quelli derivanti dallo spopolamento delle montagne e dall’aumento degli ungulati, la stessa cosa non si può dire con gli orsi. Che in Trentino sono stati reintrodotti, con finanziamenti europei, per una scelta approvata dal governo della regione e dalla popolazione. Consapevoli che si parlava di animali di grandi dimensioni, già portati in passato sulla soglia dell’estinzione come è accaduto per quasi tutti i predatori.

Come avviene nei grandi parchi degli Stati Uniti gli escursionisti devono essere formati su come comportarsi con gli orsi, facendo particolare attenzione nei mesi che vanno dalla tarda primavera all’estate, quando le orse girano con i cuccioli e i maschi hanno un livello di testosterone molto alto. Chi gira per sentieri lo fa in gruppo, con abiti ad alta visibilità, facendo rumore e con le bombole di spray al peperoncino anti orso. Insomma si comporta come un ospite che decide di attraversare un territorio che non è il suo.

Considerato che le persone aggredite sono locali e che, ascoltando i servizi delle TV locali, pochi sono quelli che gli orsi li hanno visti davvero significa che manca informazione. Eppure la formazione e l’informazione della popolazione sono fra le attività previste da tutti i progetti LIFE, compreso quello che ha portato alla reintroduzione dell’orso. Come sono stati usati i fondi, come mai non è stata fatta reale formazione? Ancora, perché non vengono dotati gli escursionisti di spray anti orso (con l’obbligo di restituire le bombole dopo le escursioni per ragioni di sicurezza pubblica)?

Si vuole veramente gestire una pacifica convivenza o si preferisce alimentare la paura?

La convivenza per essere serena, deve essere costruita con cura. Si devono creare i presupposti perché questa si realizzi: la base deve poggiare sulla necessità del riconoscimento che il territorio non è una proprietà esclusiva dell’uomo. Bisogna imparare a condividere gli ambienti, tollerando qualche sacrificio per mantenere l’ambiente in equilibrio. Un predicato che si sperava avesse cominciato a farsi strada durante la pandemia. Che per troppe cose sembra essere passata con una lunga teoria di morti ma insegnando poche cose.

Ogni anno nel nostro paese muoiono circa 20 persone a causa delle punture di vespe, calabroni e affini. Non si registrano invece da decenni attacchi mortali a danno dell’uomo da parte dei grandi carnivori. Da cosa deriva quindi questa paura, quando gli stessi trentini hanno avuto davvero pochi incontri, in rapporto con la popolazione, con gli orsi? Dalla leggenda creata ad arte dalla componente venatoria, che spesso è intimamente connessa con quella agricola, degli allevatori.

Supportata ad arte dalla politica di un partito come la Lega, che non ha mai fatto mistero di essere legata a filo doppio con questo mondo. Che facendo la voce grossa contro gli orsi e contro i lupi, sa che riuscirà a raggranellare voti proprio in quel bacino elettorale. Motivo per il quale è più vantaggioso alimentare la paura che diffondere la conoscenza. Come dovrebbe essere, in quanto compito primario di ogni buon amministratore, al di là del colore politico.

Breaking News del 26/06/2020 – Il governatore Fugatti ha firmato l’ordinanza di abbattimento. Le associazioni la impugneranno al TAR e il ministro dell’ambiente, Sergio Costa, cercherà di fare il possibile per impedirlo.

Vogliono poter abbattere i lupi

Abbattere i lupi è la priorità

Per le regioni del Nord Est, ma non solo, abbattere i lupi è la priorità seguita in subordine dalla loro cattura e captivazione.

I governatori vogliono che sia modificata la legge perché chiedono di poter gestire i grandi carnivori, orso e lupo, a loro giudizio. Senza interferenze e senza divieti.

La richiesta è emersa forte e chiara e ha anticipato il deposito dell’oramai famoso “Piano lupo” che il ministro Costa dovrebbe depositare a breve. Una sorta di aut aut preventivo che le regioni hanno voluto far sapere al governo.

Il governatore del Trentino Fugatti ha convocato a Trento i rappresentanti di questa santa alleanza contro i carnivori e alla chiamata hanno risposto in tanti: Veneto, Friuli, Lombardia, Valle d’Aosta e Liguria, oltre alla provincia autonoma di Bolzano. Con il Piemonte che ha mantenuto le distanze, dando comunque il suo assenso alla linea stabilita.

La sintesi della richiesta al governo centrale è quella di poter essere autorizzati a gestire direttamente le popolazioni dei grandi carnivori, scegliendo se, come e quando reagire a un pericolo reale o supposto. In nome dell’autonomia e della difesa del patrimonio zootecnico. Ma anche degli ungulati selvatici, a cui tengono molto i cacciatori.

L’alternativa all’abbattimento potrebbe essere quella di catturare e tenere in cattività tutti quegli esemplari che, a giudizio dei funzionari regionali certo non immuni alle pressioni di cacciatori e allevatori, possano rappresentare un pericolo. Come se salvar loro la vita potesse essere in fondo un segno di attenzione verso i grandi carnivori.

Dimenticando che costringere in un recinto un lupo, abituato a percorrere decine di chilometri al giorno, sarebbe forse più crudele che abbatterlo. Per un selvatico il valore della vita non è certo quello che gli attribuiscono gli uomini e conta molto di più la sua qualità. Il poter mettere in atto i comportamenti che l’evoluzione gli ha consegnato.

Bisognerà aspettare il deposito del “Piano lupo” da parte del ministro dell’ambiente Costa, che ha già dichiarato che l’abbattimento non sarà previsto e si spera nemmeno la cattura. Ma quale sarà la posizione della Lega, partito da sempre favorevole agli abbattimenti controllati?

E soprattutto quale saranno gli equilibri e le scelte del governo, considerando che le elezioni europee sono alla porte e i partiti sovranisti non vorranno certo rischiare voti per qualche lupo o qualche orso. Davvero difficile poter fare delle previsioni in questo periodo.

Quella che appare certa è la volontà delle regioni del Nord, Trentino in testa, di approfittare di questo momento politico per riuscire a strappare concessioni, che autorizzino l’abbattimento dei grandi carnivori ogni volta che andranno in contrasto con l’uomo. Quindi praticamente ogni giorno, se non cambieranno logica e modalità di convivenza.