Il commercio dei rapaci vola anche sulla rete, generando guadagni e sofferenza grazie alla vendita ancora legale di specie selvatiche. Un mercato che non considera la sofferenza, che non valuta preventivamente gli acquirenti e che non pone limite alla detenzione di animali purché allevati. Il commercio di specie selvatiche, nonostante se ne parli poco, è molto più diffuso di quello che si creda e riguarda anche i grandi uccelli da preda come le aquile o i gufi reali. Per rendersene conto basta fare qualche ricerca in rete e ci si accorge subito di quanto il fenomeno sia reale e ben radicato.
Allevatori di animali selvatici e sicuramente qualche trafficante offrono ogni genere di rapace, ma ovviamente non soltanto, in modo perfettamente legale. Il governo non ha ancora emesso una lista positiva volta a limitare il numero delle specie detenibili, nonostante sia un provvedimento atteso da tempo. In questo vuoto normativo il confine sono i cosiddetti "animali pericolosi", che non possono essere legalmente detenuti dai privati, e le specie di cattura protette. Tutto il resto può essere acquistato, e venduto, senza particolari obblighi.
Falchi, aquile, gufi e civette sono venduti sui siti internet a prezzi decisamente abbordabili, per chi voglia avere in casa un animale da esibire agli amici. Sui siti che li vendono potrete leggere come si tratti di specie che hanno bisogno di poche cure, che una volta cibate non cercano né rapporto con l'uomo né sembrano avere, per un errore di valutazione, altre necessità. Forse perché per gli uccelli che teniamo prigionieri il volo non sembra mai essere una necessità vitale, ma solo una facoltà concedibile. Una sorta di regalo che gli uomini (sic) possono fare o negare ai loro animali domestici (che domestici non sono!)
Il commercio dei rapaci vola sulla rete, mentre moltissimi uccelli restano rinchiusi in gabbia
Tenere gli uccelli rinchiusi in gabbia è una consuetudine che appartiene all'uomo da secoli, dalla quale la nostra specie fa fatica a affrancarsi. Pur provando invidia nei confronti del popolo dei cieli, capace di librarsi nell'aria, non riusciamo a provare pena verso questi esseri viventi tenuti in gabbia, privati del volo. Non abbiamo ancora sviluppato la sensibilità per comprendere che privare gli uccelli del volo sia da assimilare a un'azione crudele, a un maltrattamento. Incatenati ancora a quell'amore a senso unico che lega e imprigiona il nostro rapporto con moltissime altre specie.
Teniamo prigionieri dai pappagalli ai falchi, dalle civette ai canarini senza farci troppe domande. Non vogliamo conoscere i loro bisogni, vogliamo solo godere della loro presenza, in un rapporto monodirezionale che ci illudiamo possa essere di reciproco amore. Un cattività alla quale condanniamo con disinvoltura moltissimi animali da gabbia, come petauri, criceti, cavie, gerbilli ma anche suricati, ricci africani e furetti, solo per citarne alcuni. L'etologia ha fatto passi da giganti in questi decenni ma non è riuscita a fare breccia nelle logiche di quanti non vogliono conoscere gli animali, ma li vogliono solo possedere.
Il rapporto con gli animali deve evolvere ma questo è il classico caso del gatto che si morde la coda
Il mercato dei pets, come tutti i mercati del mondo, genera profitti, muove soldi (tanti), crea convenienze e nicchie professionali. Cercare di limitare questo immenso mercato (parliamo di 65 milioni di animali che vivono nelle case degli italiani) è un'impresa tanto necessaria quanto ardua, Necessaria sotto il profilo etico, perché una buona parte di questi prigionieri "non convenzionali" vive in condizioni di sofferenza, difficile da mettere in pratica a causa di un valore economico enorme. Il solo mercato del cibo per gli animali non convenzionali muove, solo nella grande distribuzione, 13,4 milioni di euro.
Secondo Assalco, l'associazione di categoria che monitora il mercato, sono prigionieri nelle nostre case quasi 16 milioni di animali non convenzionali, pesci esclusi, Numeri che creano un'idea precisa della vastità di questo settore e della grande difficoltà di riuscire a imporre misure atte a tutelare davvero il benessere degli animali. Un fronte questo sul quale non possono combattere le sole associazioni protezionistiche, senza trovare aiuto nel mondo della divulgazione, della veterinaria e dell'etologia e, ovviamente non ultimo, della politica.
Le conoscenze, per poter affermare che una buona parte degli animali commerciati e detenuti nelle case italiane soffra, sono disponibili. Ora serve la volontà di lavorare per un cambiamento culturale che possa portare a una radicale revisione delle modalità con cui ci rapportiamo con gli altri animali. E' tempo che la tutela dei diritti degli animali sia attuata a tutto campo, smettendo di far finta che il problema della sofferenza di tantissime specie tenute in cattività non sia reale. In un mercato spesso non così diverso, pur trattandosi di esseri viventi, da quello del fast fashion!
Caccia, circo, commercio animali: può andare solo di male in peggio con un governo che non ha alcuna attenzione verso i diritti degli animali e per la tutela dell'ambiente. Fra una manciata di settimane, esattamente il 18 agosto, scadranno i termini previsti dalla legge delega per approvare norme che portino alla progressiva eliminazione degli animali dai circhi. Se nulla accadrà, come pare molto probabile, per la seconda volta sarà necessario ricominciare tutto da capo. La storia dell'eliminazione degli animali dai circhi parte infatti dall'oramai lontano 2017, quando prima il governo Franceschini e poi quello Conte lasciarono scadere i termini della riforma.
Nonostante le richieste delle associazioni sarà difficile che l'attuale esecutivo voglia dare seguito a una normativa che preveda l'eliminazione degli animali dai circhi. Non tanto e non soltanto perché i circensi pur essendo pochi votano ma per una questione ideologica, che vede assolutamente legittima ogni forma di sfruttamento degli animali. Lo dimostrano ogni giorno le dichiarazioni fatte dai vari ministri su allevamenti, caccia, clima e molte altre questioni. Una situazione che, oramai, rende impossibile parlare di questi temi senza schierarsi politicamente. Questa è la prima volta, dalla nascita della repubblica, che un esecutivo risulta così schierato contro la tutela dell'ambiente e dei diritti di tutti gli esseri viventi.
Su caccia, circo e commercio animali andrebbero prese decisioni in sintonia con la normativa europea
Se ora FdI ha compiuto un passo indietro sugli emendamenti "caccia selvaggia" è soltanto perchè in questo momento il governo è sotto attacco. Con il presidente Mattarella che lancia un pesante monito sulla difesa della democrazia, che non può essere asservita alle necessità di governo. Mai come in questi giorni abbiamo assistito a una presenza molto importante di messaggi del Quirinale sui social. Questa situazione deve aver convinto la presidente Meloni a fare, almeno su materie accessorie come la caccia, un passo indietro. Per non andare contro al volere dei cittadini che la caccia, a grande maggioranza, la vorrebbero abolire.
In questo momento non è possibile difendere i diritti degli animali e la tutela dell'ambiente senza schierarsi, Senza dire senza mezzi termini che questo governo è palesemente contrario a riconoscere i diritti degli animali, e non soltanto. L'esecutivo Meloni difende l'allevamento intensivo, sostiene la caccia come se chi la pratica fosse una risorsa fondamentale per il nostro paese. Avversando i metodi alternativi come la carne coltivata e l'elenco potrebbe essere molto lungo. Un governo che risulta senza visione complessiva del problema ambientale, più intento a garantire almeno lo status quo a alcune categorie che non la tutela dei diritti, da quelli delle persone a quelli degli animali non umani!
Quella sofferenza muta degli animali selvatici costretti a vivere nelle nostre case
Da molti mesi, esattamente dalla pubblicazione del decreto Legislativo 135/2022, si è in attesa dell'emanazione della cosiddetta "lista negativa", quella che indicherà le specie che non possono essere oggetto di commercio. Per motivi di prudenza, per evitare la possibilità di ripetere invasioni come quelle dei parrocchetti, degli ibis sacri, delle nutrie e degli scoiattoli grigi ma anche per altre ragioni. Il commercio e la detenzione di animali selvatici rappresenta un rischio per la salute, per la trasmissione di possibili zoonosi, ma anche una causa di sofferenza per gli animali.
Privare un uccello della possibilità di volare per tenerlo in gabbia è un atto crudele
Il commercio di animali esotici selvatici continua imperterrito, come se la pandemia non ci fosse mai stata. Un'attività pericolosa per la natura e anche per la nostra salute, che non viene contrastata grazie a un fatturato milionario. In parte perfettamente legale e conforme alle normative in vigore, in parte illegale quando coinvolge animali di specie protette. Catturate e spedite con falsi documenti, mescolate con specie lecite o più semplicemente fatte arrivare sul territorio europeo senza passare dalle frontiere. Come abbiamo descritto nel libro "Cani, fachi, tigrii e trafficanti".
Una realtà fotografata anche nella trasmissione "Indovina chi viene a cena" di Sabrina Giannini, che ha mostrato i controlli su queste importazioni. Filmando quello che succede a Fiumicino in una qualsiasi giornata di lavoro del nucleo CITES della Guardia di Finanza. Che nonostante l'impegno non riesce a verificare più del 10% di animali e derivati in transito. Animali vivi destinato al mercato dei collezionisti, che li custodiranno tutta la loro pessima vita in condizioni di assente benessere. Proprio come è avvenuto il trasporto delle genette riprese all'aeroporto dalla trasmissione di Rai3, in condizioni di maltrattamento che avrebbero dovuto far scattare una denuncia e non solo un controllo sull'importazione.
Eppure, nonostante la pandemia, e nonostante la certezza che i virus che ci colpiscono ciclicamente siano veicolati all'uomo attraverso gli animali, il traffico non si arresta. Continua solo sotto traccia, perché durante questi lunghi mesi molti problemi sono scomparsi dal radar dell'informazione. L'emergenza sanitaria e quella climatica hanno fatto saltare molti argomenti dai palinsesti, quasi si trattasse di problemi risolti. Ma purtroppo non è così, si tratta di problematiche accantonate, ma che non hanno trovato soluzione. Come la reale chiusura dei wet market nei paesi del Sud Est asiatico, che la trasmissione ha dimostrato non essere mai avvenuta, e comunque non ovunque.
Il commercio di animali esotici selvatici continua imperterrito, nonostante i rischi sanitari e i maltrattamenti causati
Una parte di questi animali derivano da allevamenti, mentre una parte continua ad arrivare dalle catture in natura. Secondo i dettami previsti delle norme CITES, quando gli animali appartengono a specie protette o solo rispettando i vincoli sanitari negli altri casi. Un commercio ingiustificato, che ha come scopo quello di permettere a persone con poco criterio di tenere una genetta in gabbia, o un pitone a vita dentro una teca. Per il solo piacere di averlo, senza preoccuparsi del benessere dei prigionieri. Animali che vengono inghiottiti dalle abitazioni dei proprietari e che, salvo rarissimi casi, non saranno mai controllati.
Da questo serbatoio oscuro, sempre in bilico fra legalità e illegalità, potrebbero uscire nuovi virus o mutazioni di quelli che già ci hanno cambiato la vita. E non rassicura sapere che le "partite" di questi animali, una volta giunte nel nostro paese sono sottoposte a quindici giorni di quarantena. Secondo una pratica che l'epidemia di Sars-Covid19 dovrebbe aver scardinato per la sua inutilità, se fatta per la tutela della salute umana. I virus convivono con molti animali selvatici, in equilibrio, ma quando fanno il salto di specie allora diventano pericolosi, mortali, pandemici. E la quarantena diventa un provvedimento inutile.
Quanto tempo ancora ci vorrà per ritenere immorale e vietato costringere animali non domestici in cattività, per puro diletto?
Il commercio di animali selvatici, siano allevati o di cattura, li espone a inutili sofferenze, mette in pericolo la biodiversità, rischia di causare problemi seri alla salute umana. Eppure, considerando che muove milioni e milioni di euro, non si è mai arrivato alla decisione di vietarlo. Un paradosso in un momento come questo, dove ci dovrebbe essere la massima attenzione verso ambiente e salute. In un periodo nel quale l'attenzione dell'opinione pubblica verso i diritti degli animali è in costante crescita. Ma tutto questo non è sufficiente a fermare il business di questo assurdo traffico.
Il commercio di specie animali selvatiche, anche se non protette perché in pericolo di estinzione, oppure non consentite in quanto pericolose, dovrebbe essere comunque vietato. Per buon senso laddove non basti il rispetto, per evitare inutili maltrattamenti agli animali, proprio quelli che abbiamo ritenuto esseri senzienti per poi continuare a comportarci esattamente come prima.
La vita da pet non pare sempre fantastica, nonostante quello che raccontano i commercianti e gli organizzatori di mostre. Anzi sgomberiamo il campo da dubbi: la vita di molti animali da compagnia è veramente orrenda. Senza possibilità di mettere in atto nulla o quasi di quello che sarebbero i comportamenti naturali, i cosiddetti bisogni etologici.
My Fantastic Pets , una di queste mostre, settimana scorsa era a Pordenone, e poi ci saranno altre tappe di questo discutibile roadshow, legale ma poco accettabile sotto il profilo etico. In contrasto con il claim del sito che recita "Una fiera dedicata a tutte le specie animali, per imparare a rispettarle e prendersi cura di loro". Senza spiegare dove ci possa essere rispetto nel tenere un camaleonte in una teca o un pesce rosso in una boccia.
In rete ci sono foto che fanno ben capire quale sia la traduzione nella pratica del concetto di rispetto: vaschette di plastica contenenti animali pronti per essere ceduti, esposti come le insalate da asporto all'autogrill (non si potrebbe, ma si sa che gli espositori di animali vivi sono riottosi nell'osservar le regole).
Sicuramente sono più contenti organizzatori ed espositori di quanto non lo siano gli animali. A Pordenone dicono di aver avuto 10.000 visitatori, che corrispondono a 80/100 mila euro di soli biglietti. Più tutto l'indotto e le vendite che vengono fatte in queste manifestazioni, grazie anche alla favola che gli animali, pur di vivere nelle nostre case, farebbero qualsiasi cosa. Certo bisognerebbe poterlo chiedere a un criceto o a un pappagallo. Ma anche al gufo esposto in mostra dai falconieri, legato e senza vie di fuga.
Le mostre sono legali ma le informazioni che mandano sono fuorvianti.
Gli organizzatori hanno dichiarato di non comprendere le proteste degli animalisti. Che vengono sempre visti come un manipolo di esagitati, anche se questa definizione potrebbe essere, al massimo, calzante solo per una parte del variegato arcipelago, quella magari più emotiva del necessario (e del giusto). Quella che non ha ancora capito che insultare fa più danni agli animali di quanto immagini. Naturalmente gli organizzatori non potrebbero dire che chi contesta queste mostre abbia ragione, però un po' di onestà intellettuale sarebbe gradita.
Tutte queste foto di animali belli e felici non corrispondono al vero, proprio come sono false le immagini dei maiali contenti di diventar salami, sui camion dei salumifici. Gli animali che vengono costretti a vivere rinchiusi in gabbie nelle nostre case non possono essere felici e poco importa che siano d'allevamento. Un animale selvatico resta tale e non diventa domestico solo perché è nato in cattività. Rispettare un animale significa non tenerlo prigioniero, non privarlo dei suoi comportamenti naturali.
Il senso della manifestazione del resto appare ben chiaro nel video tratto dalla pagina Facebook degli organizzatori della mostra. Un'attività lecita ma diseducativa, che non insegna il rispetto verso gli animali ma li equipara a oggetti da desiderare, acquistare, tenere prigionieri. Che insegna ai più giovani a non considerare la sofferenza ma solo l'esistenza in vita, quale parametro di felice esistenza. Ma la semplice equazione vita=benessere e ben lontana dalla corretta definizione scientifica.
Non tutto quel che è social corrisponde al vero
Sui social arrivano solo le foto "presentabili" ma qualcuna di quelle impresentabili mi sono state messe gentilmente a disposizione e io le pubblico con piacere.
Vero è che chi esercita un'attività consentita dalla legge ha il sacrosanto diritto di farlo. Cultura e comune sentimento di compassione e empatia verso i viventi dovrebbero però far capire, a un legislatore distratto sui diritti animali, come non sia più tempo per certe attività. Nel frattempo vengano fate rispettare con rigore le regole: ci sono e i pets non sono oggetti inanimati, ma esseri viventi.
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