Diritti animali e coerenza: fra bugie del marketing e scorciatoie etiche di alcuni difensori

Diritti animali e coerenza
Riccio africano – animale selvatico esotico da non acquistare e tantomeno liberare in natura

Diritti animali e coerenza, un binomio spesso difficile da far suonare in modo armonico, che troppe volte produce dissonanze difficili da accettare. Sulle quali spesso e volentieri si sorvola, quasi come se parlarne rappresentasse un tabù. Un problema che non riguarda solo gli acquisti di animali da “cattività”, termine forse più adatto rispetto alla definizione “da compagnia”. Dove inizia e dove finisce il confine fra rispetto dei diritti e amore, fra commercio e abbinamenti di interessi contrastanti?

Il commercio di animali, purché rispetti le varie normative su tutela delle specie minacciate e sicurezza pubblica, è un’attività legale, come mi ha fatto recentemente notare sui social una nota catena di negozi, con annesso pet shop. Questo è verissimo, ma lo è altrettanto il fatto che non tutto quello che è legale abbia un valore etico almeno neutro. Far allevare animali non domestici, esotici e/o selvatici, con l’unico scopo di farli vivere in cattività non rappresenta un valore eticamente accettabile. Generazioni e generazioni di prigionieri nati per soddisfare i bisogni di qualcuno ma desinati a condurre un’esistenza misera.

Eppure sul commercio di animali, quando non parliamo di traffici illegali, dai cuccioli della trattaa agli animali protetti dalla CITES, si alzano ben poche voci. Molte associazioni sono abbastanza “tiepide” su questi argomenti, forse perché i destinatari della critica spesso coincidono con una larga fetta dei propri sostenitori. In altri casi ci sono realtà che in qualche modo fiancheggiano i commercianti di animali, organizzando raccolte di cibo nei loro punti vendita. Esattamente per lo stesso motivo di affinità: chi entra in un garden con annesso pet shop è probabilmente portato a guardare con simpatia chi si occupa di randagi.

Diritti e coerenza, se sono riconosciuti come un valore, non possono essere immolati sull’altare della necessità

Dietro il commercio di animali da cattività si nasconde un mondo fatto di sofferenze. Sia che si tratti di animali catturati in natura, per fortuna oramai sempre meno, che di quelli allevati per questo scopo. Per capirlo basta vedere le condizioni di esposizione e vendita nella stragrande maggioranza dei negozi: con la scusa che si tratta di situazioni temporanee spesso gli animai in vendita sono tenuti in modo trascurato, privi della possibilità di potersi comportare secondo le loro necessità etologiche.

Manca però una sensibilizzazione dei “consumatori”, termine che ben si adatta a chi compra animali da pochi euro come criceti, canarini, pesci rossi, tartarughine. Specie che costano poco, chiedono poco e muoiono spesso, per la gioia di allevatori e commercianti. Che grazie a questo rapido turn-over possono vendere sempre nuovi esemplari. Per non parlare delle condizioni di vita a cui gli animali da cattività sono sottoposti nelle case.

Il più venduto e il meno considerato è sicuramente il pesce rosso, animale simbolo della sofferenza muta. Molte persone che hanno acquistato in passato questi animali spesso confessano di essersi pentiti della scelta, avendo compreso la sofferenza. Ci sono invece altre persone che ancora pensano che il loro presunto amore possa lenire ogni sofferenza, ma questa purtroppo è davvero un’illusione per tutte le specie non domestiche come cani e gatti.

La sottile linea rossa che divide la necessità dall’adesione, l’acquisto di prodotti dalla sponsorizzazione

Questa è un altra tematica delicata, in molti casi un vero e proprio nervo scoperto, che espone l’etica a sollecitazioni innaturali, piegandola più alle necessità economiche che alle scelte etiche. Come avviene per esempio quando diritti degli animali e case farmaceutiche, che notoriamente fanno sperimentazione sugli animali, vanno stranamente sottobraccio. Un fatto eticamente difficile, se non difficilissimo da digerire.

I farmaci sono necessari alla cura degli animali e questo è un dato di fatto innegabile. Diversa però è la posizione del cliente, per necessità, da chi accetta di essere sponsorizzato da una casa farmaceutica. Sono due comportamenti eticamente differenti che meritano di essere distinti, ma anche di successivi e futuri approfondimenti. Credo che non ci possano essere buon scopi da condividere con cattivi alleati, diversamente l’etica diventa ad assetto variabile, priva di punti di riferimento.

In fondo sarebbe un po’ come se un’associazione umanitaria servisse nelle sue mense pasti confezionati con prodotti che derivano dallo sfruttamento dei lavoratori, dal caporalato. Un fatto che apparirebbe così stridente da finire sulle prime pagine dei giornali. E nessuno troverebbe disdicevole che qualcuno abbia fatto emergere una realtà così grave. Certo il caporalato è illegale e la sperimentazione sugli animali ancora no, ma il burrone etico non è diverso.

Manifesto per un animalismo democratico: un viaggio filosofico all’interno delle battaglie per i diritti degli animali

Manifesto per un animalismo democratico

Il Manifesto per un animalismo democratico scritto da Simone Pollo è un saggio interessante, che pone sul tavolo diversi quesiti. Domande che da tempo animano l’animalismo in Italia, ma non solo, in tutte le sue variegate componenti. In effetti intorno al riconoscimento dei diritti agli animali non umani si sono create differenti correnti di pensiero. Alcune molto radicali, che mettono sullo stesso piano i diritti degli animali umani e non umani, altre più portate a lottare per ottenere una riduzione progressiva del danno. Mosse dalla consapevolezza che un cambiamento della società, imposto, sia difficile da poter realizzare.

Cani falchi tigri e trafficanti

Il saggio si fonda sul presupposto che tutti i cambiamenti debbano ruotare intorno alla condivisione democratica. Che non deve essere assoluta, ma ampiamente riconosciuta nella società come valore positivo. L’autore, che insegna bioetica all’Università La Sapienza di Roma, ha scritto questo trattato scientifico, ricco di riferimenti e citazioni, per far riflettere su un possibile percorso. Che non porta a un riconoscimento generalizzato di diritti, ma pone alla base un concetto chiaro: i cambiamenti avvengono quando la società é pronta a riceverli.

I diritti degli animali, specie quelli che comporterebbero cambiamenti molto radicali, devono crescere nella coscienza collettiva. Che secondo il suo autore non può riconoscere, oggi, una parità di considerazione fra i diritti degli uomini, spesso negati, e quelli degli animali. Confutando, ad esempio, che i camion carichi di animali da macello possano essere equiparabili ai vagoni piombati che trasportavano i deportati della Shoa.

Il Manifesto per un animalismo democratico è un libro che farà discutere, e molto, le varie anime del movimento animalista

Simone Pollo non può certo essere accusato di aver cercato scorciatoie, né linguistiche, né di pensiero, esponendo la sua teoria sino ad arrivare alle conclusioni. Queste ultime si possono poi più o meno condividere, ma hanno il pregio di essere molto stimolanti per la crescita del dibattito su questi temi. Ponendo un confine che certo resta difficile da travalicare: se la società non è pronta a riconoscere determinati valori come universali, questi non potranno essere assimilati tramite imposizione.

Prima di arrivare a un mondo virtuosamente vegano sarà necessario modificare idee e abitudini. Un percorso che non sarà breve. Al di là delle imposizioni pratiche che verranno dal pianeta, questa evoluzione non potrà essere compiuta interamente nel giro di qualche decennio. Diversa è invece la possibilità di affermare, già ora, diritti in altri settori. Realizzando cambiamenti anche normativi, su obiettivi oramai largamente condivisi. Come l’abolizione della caccia e lo sfruttamento degli animali nei circhi.

Un testo che scava all’interno di concetti e definizioni, arrivando a scardinare paradigmi che rappresentato luoghi comuni.

Un bracciante miseramente pagato e senza protezioni sindacali può a buon diritto essere considerato come ridotto in schiavitù, anche se di fatto nessuno ha la sua proprietà giuridicamente riconosciuta. Per converso, un cane che vive in una famiglia, circondato di affetto e cure, ed è di fatto considerato un membro di quella stessa famiglia non è uno schiavo solo per il fatto che per la legge è di proprietà di un essere umano.

Tratto da Manifesto per un animalismo democratico

Il riconoscimento dei diritti degli animali deve essere considerato l’ineludibile punto di arrivo di una società democratica

E’ innegabile il divario fra i diritti desiderabili, che si vorrebbero vedere riconosciuti agli animali, e quelli reali, che spesso si fermano subito dopo la loro enunciazione. Considerando peraltro che gli animali non hanno possibilità di poterli difendere in modo autonomo. Realtà assimilabile, secondo l’autore, a quella delle minoranze umane così scarsamente rappresentate da aver necessità di trovare dei difensori, per poter ottenere ascolto.

Un libro da leggere con attenzione, visto che pur avendo un testo molto scorrevole tratta argomenti etici complessi, con un angolo di visione alternativo e mai banale. Una promessa che già traspare chiaramente nel titolo. Annunciando da subito e in modo chiaro come il riconoscimento dei diritti debba passare dalla democrazia. Come è stato per l’abolizione della schiavitù umana.

Carocci Editore – brossura – 124 pagine – 12,00 Euro

Le buone pratiche salvano gli animali

le buone pratiche salvano gli animaliLe buone pratiche salvano gli animali, come quelle messe in atto da un gatto mentre si pulisce meticolosamente il pelo. Energie spese solo per ottenere risultati utili, mai per compiacere sostenitori e pubblico.

Quale che sia il nostro campo d’intervento esiste sempre un dovere fondamentale che deve connotare l’azione: fare formazione e informazione corretta, creare metodi di lavoro validi, agire nell’interesse del bene tutelato, dimenticare il consenso del pubblico come metro di valutazione dell’attività.

Per questo le buone pratiche salvano gli animali e non le dichiarazioni fatte a effetto. Quelle  fatte per colpire senza essere però efficaci per risolvere, utili solo per compiacere.

Troppe volte chi opera in un settore, sia un semplice cittadino che fa attività nel sociale che una realtà più complessa e aggregata come un’associazione, può avere la tendenza a scivolare verso una sorta di populismo nei confronti dell’obiettivo da raggiungere.

In questo modo l’obiettivo resta dichiaratamente lo stesso ma i metodi per raggiungerlo non sono più efficaci: anziché tener conto delle metodiche e delle buone pratiche questi sono stati piegati ai desideri del pubblico. Proprio come molte volte lo sono le decisioni dei genitori che accondiscendono a tutte le richieste per sentirsi amati o per non doversi sforzare nell’argomentare le decisioni che sorreggono un “no, non va bene”.

Non basta la buona volontà per risolvere

Troppo spesso si parte da una visione tanto falsa quanto ingannevole e foriera di guai: tutte le persone che fanno qualcosa nell’ambito di un problema rappresentano energie positive che aiuteranno a pervenire alla sua risoluzione.

L’affermazione è purtroppo da ritenersi falsa perché saranno solo i soggetti che si impegneranno per realizzare corrette prassi d’intervento, ragionate e non attuate solo per una spinta emotiva, che contribuiranno realmente alla risoluzione di una problematica.

Le altre saranno realtà composte da persone in qualche caso piene di buona volontà, in qualche caso paghe di accontentare il proprio “io” ma comunque non realmente efficaci per fare risultato.

Proviamo a ragionare su un esempio che sia lontano da questioni troppo spinose come le adozioni irresponsabili dei cani, che come ho scritto più volte, non contribuiranno mai a risolvere il problema del randagismo ma semmai, invece, potranno essere un motivo della sua crescita.

Diversamente il rischio che l’emotività suscitata dall’argomento prevalga sul ragionamento diventa molto alto, specie quando si tratta di cani e gatti; meglio così sgombrare il campo e parlare proprio di tutti gli altri animali.

Amare gli animali non è lo stesso che rispettarli

Parliamo del commercio dei “captivi”, dei prigionieri, quelli destinati a entrare nelle nostre case come animali da compagnia, pessimo termine che peraltro nulla dice sui sentimenti di quanti la compagnia non l’han cercata ma la subiscono. Il commercio dei pet raggiunge cifre che parlano di milioni di animali venduti ogni anno, come desumibile dal rapporto Zoomark per il 2015 che fornisce dati importanti.

sono le buone pratiche che salvano gli animali

Tratto dal rapporto Assalco – Zoomark 2015

Nelle case degli italiani, a fronte di una stima costante nel tempo di circa 60 milioni di animali presenti, soltanto 14 milioni di questi son cani e gatti perché poi ci sono anche 13 milioni di uccelli prigionieri in gabbia, 1,7 milioni di piccoli mammiferi e 1,3 milioni di rettili, per non parlare di 30 milioni di pesci.

Tutti tenuti rigorosamente in un ambiente che non è il loro e che nel 80% dei casi (almeno) non tiene conto del loro benessere. Questi ospiti forzati delle nostre case creano però, per il solo segmento del cibo, un mercato da 18 milioni di euro relativo all’anno 2015.

Chi tiene questi animali spesso non si fa troppe domande, anzi, ma è convinto che questo “possesso” esprima amore per gli animali, senza chiedersi quanti ne muoiono negli allevamenti, nei trasporti, nei negozi, nelle case.

Senza domandarsi quanto la loro vita sia accettabile, insomma senza chiedersi molto e in questo, purtroppo, anche chi gli animali li difende è spesso carente in informazioni, non fa campagne sulla cattività e la sofferenza, non cerca di dissuadere le persone dall’acquisto.

Certo i circhi o le pellicce sono forme di sfruttamento degli animali molto più cruente, hanno maggior presa sull’opinione pubblica e non toccano interessi in fondo così rilevanti. Ma nemmeno il commercio di animali si rivela una pratica “gentile” per quanti conoscono a fondo questa realtà.

Toccare certi temi è un po’ un tabù, non piace, tocca troppi interessi: chi ha animali spesso sostiene quanti gli animali li difendono, anche se non si occupa della sofferenza di quelli che ha comprato, mentre chi produce cibo per gli animali non convenzionali vende anche alimenti per cani e gatti, costantemente elargiti in aiuti indispensabili per tanti canili e rifugi.

Quindi questi argomenti troppo spesso finiscono sotto il tappeto del salotto, come si fa quando i problemi non li si vogliono affrontare. Lasciandoli decantare, facendo finta che non esistano, come fanno i gatti quando si nascondono ma lasciano però fuori la coda.

In questo caso la coda significa però sofferenza e un dovere di educazione, formazione e informazione per chi si occupa di diritti degli animali. Per questo sono le buone pratiche che salvano gli animali grazie ai approcci corretti.

Il nocciolo non è quello, o non solo quello, della morte ma l’aspetto ben più importante della qualità della vita, nel breve o lungo passaggio sul pianeta di ogni essere vivente. Un pesce rosso, per assurdo, è molto più fortunato di un pappagallo, in genere muore prima; mentre il pappagallo sarà costretto a fare una vita terribile che potrà durare anche un secolo.

Credo che riflettere sulla complessità del problema sia un dovere e una buona pratica da studiare sarebbe iniziare a stilare una lista di specie animali delle quali vietare il commercio come pet. La riduzione del danno deve essere l’obiettivo primario anche perché dietro il sommo bene ci son troppi ripari e nascondigli.

Comprare un animale non significa salvarlo

 

 

Comprare un animale non è salvarlo

Comprare un animale non significa salvarlo, servirà soltanto ad alimentare una catena economica utile a perpetuare un mercato che metterà in vendita centinaia di migliaia di vite.

Entrando in uno dei tanti garden che vendono animali, da quelli tenuti meglio ai più scadenti per quanto riguarda le condizioni di detenzione, ci si rende subito conto della quantità di specie presenti nelle vetrine e del fatto che lo spazio vitale a loro disposizione sia molto spesso esiguo, con un’igiene delle gabbie o delle teche che raramente da l’impressione di una grande attenzione al benessere degli animali.

Questo discorso vale anche per cani e gatti, ma decresce molto rapidamente quando si arriva a vedere le gabbie dei cosiddetti animali domestici non convenzionali: conigli, criceti, degu, cavie, pappagalli e delle tante specie insolite che servono da punto di attrazione della clientela: gufi, civette, tucani, cani della prateria, falchi di Harris per arrivare anche ai falsi bradipi. Per fortuna da tempo in Italia non sono più vendibili scimmie, grandi carnivori e tanti altri animali entrati nella lista di quelli pericolosi per l’incolumità pubblica, riducendo l’elenco delle specie commerciabili.

La strategia dei venditori però sembra chiara: avere in vetrina cuccioli, possibilmente molto piccoli anche se sarebbe proibito, ma purtroppo la determinazione dell’età non è mai una certezza inconfutabile, oltre ad altri che attraggono i clienti, specie se hanno dei bambini.  I cuccioli di cane e gatto servono per il loro aspetto tenero che stimola il senso di protezione, l’affetto istintivo e che costituiscono le principali cause degli acquisti di impulso; gli altri animali, che non possiedono la stessa attrattività dei cuccioli, devono far percepire al visitatore, sempre visto come un potenziale cliente, un po di disagio per le condizioni di cattività, in modo da stimolare l’empatia e la compassione verso di loro. In questo modo chi li acquista si sentirà protagonista di un’azione positiva per aver compiuto il loro salvataggio, mentre in realtà sarà soltanto l’involontario anello di una catena senza fine che alimenta il commercio. Le condizioni di vendita degli animali nei negozi sono tali  a causa di normative facilmente aggirabili, che prevedono pene esigue anche in caso di contestazione, con una generale disattenzione degli organi di controllo di fronte a queste situazioni e con la complicità del cosiddetto utilizzatore finale, che solo a posteriori e neanche sempre, si rende conto di aver contribuito ad alimentare un’attività che è fonte di costante esposizione degli animali a comportamenti innaturali, a una vita non compatibile con i loro bisogni etologici sino ad arrivare a veri e propri maltrattamenti.

Non è facile decidere di non comprare un animale in difficoltà, quando questa opportunità rappresenta l’unica possibile per poterlo magari curare, ma è altrettanto vero che questo stimolo è il motore di molti acquisti e uno dei volani che fa girare il commercio. La riduzione della domanda, il mancato ritorno economico derivante da comportamenti non virtuosi nei confronti degli animali è l’unica strada per arrivare ad ottenere una drastica riduzione del loro commercio. Per questo è importante fare delle scelte da parte del consumatore, alcune delle quali sono davvero a costo zero anche sotto il profilo emotivo: comperare cibo e accessori per gli animali di casa solo in negozi che non vendono animali e fate acquisti solo nei garden che non hanno un reparto con il piccolo zoo. In molti garden il reparto degli animali diventa meta di gite domenicali di famiglie che portano i bambini a vederli, trasmettendo così ai figli il modo peggiore per avere un approccio positivo con la natura, andando a vedere esseri viventi in cattività, tenuti in condizioni irrispettose, senza nessun contatto con la realtà comportamentale della loro specie, per quanto concerne gli animali non domestici. In questo modo i bambini impareranno che tenere un gufo reale in una gabbia sia una cosa normale, accettabile e passerà il messaggio diseducativo che l’importante è vedere un animale, non conoscere le sue esigenze e i suoi comportamenti naturali.

Abbiamo bisogno di avere regole diverse per la vendita degli animali che sono tenuti nelle nostre case, fatte di maggiori garanzie per il loro benessere, di maggiori informazioni agli acquirenti, ma anche di divieti che escludano molte specie oggi commerciabili dal novero di quelle di cui è consentita la vendita, per la loro difficoltà di essere tenute in modo almeno adeguato in cattività. Già è grave quello che accade in tantissimi negozi, ma nessuno sa cosa accade realmente nelle case di chi li ha acquistati e, in questo caso, gli animali hanno davvero poche possibilità di ricevere una reale tutela.

 

 

Adottare un animale è una scelta etica

Adottare un animale è una scelta etica

Pochi giorni addietro il Dalai Lama ha detto quanto sia inutile pregare il proprio dio per risolvere i guasti causati dall’uomo, che invece ha il dovere di risolvere il problema causato, senza poter sperare nell’intervento divino.

Difficile non condividere questa affermazione per la sua indubbia adesione alla realtà: noi siamo i responsabili di tanti disastri, a cominciare da quelli ambientali, e abbiamo il dovere di modificare le condizioni che li hanno originati.

Questo discorso vale anche per la gestione degli animali da compagnia, per il randagismo e per il contrasto al commercio ed alla lunga scia di morti che produce giorno dopo giorno.

Iniziamo allora ad uscire da un infingimento che da troppo tempo ci portiamo dietro: non tutte le persone che hanno animali si comportano rispettando le loro necessità, pensando alle loro condizioni di vita, pensando al fatto che una riproduzione incontrollata incrementa il randagismo e  che l’acquisto di animali presso i negozi alimenta spesso un traffico che comporta grandi sofferenze per gli animali.

Non si possono poi dimenticare i danni provocati dai cosiddetti acquisti di impulso, quando basta vedere un coniglietto in una vetrina per decidere di comprarlo senza conoscere nulla, ma proprio nulla, delle sue necessità oppure quando si decide di acquistare un cane di una determinata razza solo perchè di moda, finanziando i trafficanti di cuccioli.

Non tutte le persone che hanno animali sono davvero amanti degli animali, spesso sono persone che hanno soltanto il bisogno di ricevere l’amore degli animali, senza preoccuparsi del loro benessere e senza essere capaci darlo.

Così facendo molti animali diventano in breve tempo indesiderati e le persone se ne disfano, come fossero un vecchio indumento inutile: i canili e i gattili sono pieni di animali che aspettano solo di essere adottati, ristretti in recinti e gabbie con la sola colpa di essere considerati un prodotto di scarto, un surplus.

Le associazioni ricoverano anche altri tipi di animali che vengono abbandonati e che con un poco di buonsenso non avrebbero dovuto mai essere commercializzati e acquistati: conigli, pappagallini, criceti, gerbilli, colombe ornamentali, tartarughe palustri e tanti altri,  dando vita a un’Arca di Noe delle specie vendute nei negozi di animali e nei garden.

Adottare un animale è una scelta etica che contribuisce a dare una casa a uno dei tanti ospiti dei centri di accoglienza, ma anche a consentire di liberare uno spazio che potrà essere usato per accogliere un altro animale in difficoltà.

Nei canili italiani ci sono centinaia di migliaia di cani, alcuni dei quali sono rinchiusi da anni, mentre altrettanti vengono fatti nascere, alimentano la tratta dei cuccioli, arricchiscono i trafficanti e si lasciano dietro una scia di sofferenza che non accenna a diminuire.

Per questo in tutto il mondo l’hashtag #adoptdontshop è diventato uno fra i più usati nelle campagne di sensibilizzazione che promuovono le adozioni, come quella della Humane Society da cui è tratta la foto.

Prima di decidere di adottare un animale siate ancora una volta responsabile e chiedetevi se avete tempo e risorse economiche da dedicare all’animale che avete scelto di aiutare e se la sua presenza è compatibile con la vostra vita.

Mentre comprare un animale spesso è un capriccio, l’adozione deve essere pensata. Sappiate però che gli animali che vivono nei rifugi sono disponibili a contrarre i loro bisogni, pur di trovare qualcuno con cui dividere la vita e per lasciarsi alle spalle una gabbia o un recinto, che per quanto belli siano non saranno mai in grado di sostituire una famiglia umana.

Fatevi un regalo aiutando un animale, regalatevi questo gesto etico e responsabile, date una speranza a qualcuno dei tantissimi prigionieri per causa nostra.

Ricordando sempre che gli animali si adottano ma non si regalano, mai. Un animale regalato ha un altissimo tasso di probabilità di essere poi abbandonato in quanto non desiderato: facili doni, facili abbandoni.

E se poi ancora non siete convinti che l’adozione sia una buona scelta guardate questo video: