Cani, canili e randagismo: la sofferenza di molti genera ricchezza per pochi

Cani, canili e randagismo

Cani, canili e randagismo: la sofferenza di molti genera ricchezza per pochi, grazie a meccanismi ben oliati che garantiscono un fiume di soldi sicuri, con pochi controlli. Fra truffatori, truffati, persone per bene e associazioni in mezzo ci sono sempre loro: i cani, involontari protagonisti di una storia purtroppo infinita. Animali che dovrebbero essere tutelati da una legge decisamente datata, la 281 del 1991, ma che in troppi casi finiscono inghiottiti da un gorgo dove si mescolano illeciti guadagni e inaccettabili maltrattamenti.

Nella puntata "Bastardi senza gloria" Sabrina Giannini, con il consueto e battagliero piglio, racconta nella sua trasmissione storie di maltrattamenti e segregazione. Racconti che colpiscono ma che non sono, purtroppo, nuovi episodi rilevati in contesti eccezionali, ma storie ortdinarie che i cani subiscono. E più si scende lungo lo stivale e più la situazione peggiora, si complica, lascia spazio a comportamenti che non è esagerato definire criminali. Grazie anche a pochi controlli, spesso realizzati secondo il metodo "così fan tutti!". Situazioni incancrenite da decenni di tolleranza, agevolate spesso dalla mancanza di visione e di alternative.

Ancor'oggi in molti sono convinti che il randagismo si possa combattere solo con i canili. Usando un paradosso è come se si pensasse di risolvere il problema della procreazione consapevole aumentando il numero degli orfanotrofi. I canili sono il punto di caduta, la certificazione del fallimento di una prevenzione scarsa che porta a saturare le strutture di animali indesiderati, non voluti. Un mix fra capricci di irresponsabili e cattiva gestione di cani dei quali avremmo dovuto occuparci, prima di farli finire dentro una gabbia.

Cani, canili e randagismo: strutture con migliaia di cani diventano miniere d'oro per chi gestisce la sofferenza

I cani rinchiusi nei canili sono come i detenuti nelle prigioni: esseri viventi con diritti attenuati, spesso del tutto inesistenti. La differenza sta nell'assenza di colpa dei detenuti, che per i cani è sempre una certezza, e per il fatto che per molti di loro l'uscita dal canile sarà solo dentro ai sacchi neri, con destinazione inceneritore. Moltissimi canili sono strutture private che guadagnano per ogni giorno di permanenza degli ospiti e, al pari degli alberghi, pochi sono i gestori contenti quando gli ospiti terminano il soggiorno. Così spesso i volontari delle associazioni vengono visti come il fumo negli occhi, specie se agevolano le adozioni, diminuendo il guadagno dei gestori.

Nella puntata "Bastardi senza gloria" Sabrina Giannini ci fa fare un viaggio, breve ma intenso, in canili lager e in strutture gestite con attenzione. Presentandoci veterinari che assistono e curano e altri che delinquono, tanto da trovarsi imputati per maltrattamento di animali e altri reati. Mentre la politica non cerca di moralizzare e normalizzare un settore gestito scandalosamente ma punta il dito sulle associazioni che disturbano il manovratore. E' accaduto in Abruzzo dove un consigliere regionale ha proposto di vietare l'ingresso di associazioni e volontari nei canili.

Ma il fenomeno che riempie i canili è complesso, non riguarda solo il randagismo ma anche il mondo degli acquisti d'impulso, di chi compra i cani con la stessa leggerezza con cui ordinerebbe un caffè al bar. Spesso questi cani, molossoidi e altre razze di difficile gestione, come i pastori belga Malinois che stanno entrando prepotentemente in classifica, una volta entrati nelle strutture non usciranno più. Detenuti a vita, anche in strutture pessime dove è già difficile parlare di sopravvivenza, senza possibilità di avere un fine pena. Vite che si consumano dietro le sbarre per scelte irresponsabili di qualche sapiens.

I servizi veterinari pubblici sono, ancora una volta, nell'occhio del ciclone

Accusare un intero comparto sarebbe sbagliato, perché nella sanità pubblica ci sono moltissimi validi professionisti, ma che qualcosa non funzioni nei servizi veterinari regionali è indubbio. Sono troppe le notizie che riguardano accertamenti non compiuti, verifiche non fatte o fatte male, vertici della sanità veterinaria regionale nominati per appartenenza politica e non per competenza. Il benessere degli animali, dai canili agli allevamenti, passa dal rispetto delle poche normative che li tutelano e dalla serietà dei controlli. E i canili tenuti in certe condizioni sono testimonianze di tutto quello che non viene rilevato durante le ispezioni.

Ma se i servizi veterinari sono spesso carenti lo stesso bisogna dire di molti comandi di Polizia Locale che, pur avendo convenzioni per la custodia dei randagi, non controllano o lo fanno in modo superficiale. Le polizie locali sono un importante presidio, indicato dalla normativa, per la tutela degli animali contro i maltrattamenti e il loro lavoro è fondamentale. A patto che riescano a staccare le loro attività di controllo tagliando il cordone ombelicale che, immotivatamente, li lega ai servizi veterinari regionali. Maggiore autonomia, compreso il ricorso anche all'impiego di veterinari liberi professionisti, si traduce in maggiori tutele per tutti.

Le cucciolate casalinghe vanno fermate per contrastare randagismo e abbandono

cucciolate casalinghe vanno fermate

Le cucciolate casalinghe vanno fermate per contrastare il randagismo e l'abbandono poiché sono proprio queste riproduzioni la causa principale. Qualcuno potrebbe obiettare che sono i tantissimi animali randagi che, grazie a accoppiamenti fuori controllo, aliimentano il serbatoio del randagismo, ma questo è un errore. Gli animali randagi, cani e gatti che siano, sono solo in parte responsabili del problema, che avrebbe dimensioni certo diverse senza le nuove nascite di animali che una casa ce l'hanno. Cani e gatti che quando non trovano una collocazione, vengono abbandonati sul territorio, creando così nuovi randagi.

Sono sempre i comportamenti delle persone a generare problemi e non certo quelli degli animali. Non soltanto amplificando i numeri del randagismo ma, anche, contribuendo a far rinchiudere migliaia di animali nelle strutture. Come dimostra l'enorme numero di molossoidi presenti nei canili italiani, da nord a sud, che non è fattore ascrivibile a cause diverse dall'irresponsabilità umana.

La maggioranza dei cani presenti nei canili del nord Italia, dove il randagismo non esiste fortunatamente quasi più, provengono da cessioni di proprietà e da falsi rivenimenti. Cani trasferiti da sud a nord per essere poi abbandonati nelle aree cani, segnalando un falso abbandono, pensando che quegli animali potranno avere maggior fortuna che al sud. Un errore macroscopico, che sarà pagato dai cani. Cani che resteranno impigliati nelle rete di canili e rifugi, con scarse, se non nulle, possibilità di adozione.

Le cessioni invece sono provocate dalle adozioni inconsapevoli, fatte da persone irresponsabili che adottano cani sulla rete senza garanzie. Pagandoli talvolta a caro prezzo, ingrossando il giro d'affari degli spostacani. Soggetti che spesso si travestono da benefattori, ricavando invece lauti guadagni sulle Postepay, grazie a persone di grande cuore ma con scarse conoscenze, che pensano che per adottare un cane basti un atto d'amore. Che dura sino a quando i cani, non socializzati o di complessa gestione, manifestano segni di aggressività o distruggono le case delle famiglie che li ospitano. Famiglie che dopo poco non li vogliono più, perché l'amore è cieco ma le difficoltà sono ben visibili.

Le cucciolate casalinghe vanno fermate per smettere di riempire i rifugi di cani indesiderati

L'idea che piazzare i cuccioli anche di un meticcio sia la cosa più semplice del mondo è irreale. Ci sono talmente tanti animali da adottare che farne nascere altri è veramente un'azione riprovevole. Seguendo leggende che narrano che i cuccioli vadano sempre a ruba o che una cagna debba provare la gioia della maternità. Concetti che potevano andare bene nella seconda metà del secolo scorso, quando mancavano studi e conoscenze ma non nel terzo millennio! Non serve far riprodurre cani, specie quando non sono di razza, fatto che in questa società malata di apparenza ha il suo peso, purtroppo.

Per chi ancora crede che il randagismo si autoalimenti, senza necessità di essere aiutato dalle nostre azioni, non c'è rimedio se non la corretta informazione, che può aiutare. Gli animali realmente randagi, che vivono senza avere necessità di un supporto umano, in Italia sono meno di quello che si possa pensare. A questo va aggiunto che il tasso di mortalità delle cucciolate, proprio come avviene per i selvatici, è molto alto. La natura si regola da sé, verrebbe da dire, semplificando ma nemmeno troppo. Potrà non piacere, ma se non impariamo a accettare che il mondo naturale non sarà mai un cartoon, non riusciremo mai a comprenderne le dinamiche.

Tanti si dichiarano amanti degli animali, ma ancora troppo pochi li rispettano veramente. Il frutto dell'amore, si sa, talvolta è avvelenato, ma il prezzo in questo caso lo pagano gli animali, quanto a sofferenza, mentre è a carico dei cittadini l'onere economico degli errori altrui. Dovendo mantenere centinaia di migliaia di animali nelle strutture, proprio a causa di errori di percorso e di riproduzioni indesiderate. Animali che spesso entrano giovani nelle strutture, che fin troppo spesso sono pessime, per uscirne soltanto dopo troppi anni. ma solo per andare all'inceneritore. Descrizione ruvida sicuramente, ma reale.

Centinaia di migliaia di cani acquistati ogni anno, scelti come se fossero gioielli griffati da esibire

I cani maggiormente di moda sono tutti brachicefali, cani allevati e selezionati per piacere, ma costretti a una vita di sofferenze proprio per essere inconsapevoli status symbol. Le razze più presenti nei canili, invece, sono molossoidi, costretti a vivere in pochi metri quadrati, vivi fuori ma morti dentro. Animali privati dei loro diritti, in entrambe i casi, per scelte umane. Se nascere deformi è una disgrazia, allevare animali deformi dovrebbe essere considerata una crudeltà. Proprio come far nascere molossoidi, che se perdono la lotteria della prima adozione azzeccata diventeranno detenuti, animali al 41 bis come i mafiosi o i terroristi, pu senza avere colpe.

Per questo le migliori adozioni non sono quelle del cuore ma quelle fatte con il cervello. Troppo spesso chi pensa di dare aiuto a un animale derelitto diventa, di fatto, il suo carnefice. Questi sono discorsi che piacciono poco a molti, ma che, invece, sarebbe ora che venissero fatti con crescente frequenza. Diversamente avremo sempre le strutture piene e continueremo a avere una parte della nostra società polarizzata fra adozioni irresponsabili e acquisti senza etica. E questa davvero non è una bella prospettiva, se non si vuole considerare solo la gioia dei trafficanti di cuccioli.

Se iniziassimo a guardare i cani come individui, dotati di personalità, diritti e bisogni forse si potrebbe sperare di spezzare le reni ai luoghi comuni. Quelli che dicono "almeno una volta deve fare i cuccioli" o che portano a credere che un bulldog sia un cane fortunato perché piace tanto ed è in testa alle classifiche di vendita. Fatto che toglie sempre più il fiato, ma solo ai cani tanto che i veterinari chiedono di fermarne la riproduzione da molto tempo. Quello che pare incredibile oggi è che, pur con tutte le informazioni disponibili , continui a crescere l'ignoranza, a scapito della necessaria conoscenza. Una colpa che in parte ricade anche su chi dovrebbe fare buona informazione e, invece, segue l'onda possente dei click.

Cani randagi e pubblica amministrazione, un rapporto fluido con applicazione normativa a tratti rigida

cani randagi pubblica amministrazione

Cani randagi e pubblica amministrazione, un rapporto fluido con un'applicazione normativa a tratti rigida, che sembra fatta apposta per mettere all'ultimo posto il benessere animale. Ultimamente la Regione Campania, con una folgorazione asincrona abbastanza tipica della pubblica amministrazione, pare essersi accorta che i cani randagi sono dei Comuni. Una "scoperta" che sembra essere causata dalla richiesta di uniformare la raccolta dei dati delle regioni, in attesa della tanto annunciata unificazione nazionale dell'anagrafe canina. Così da qualche tempo non si possono più iscrivere in anagrafe gli animali presi per strada dai cittadini, ma nemmeno soccorrerli.

Gli animali randagi vaganti sono una "proprietà" del Comune e non possono essere raccolti dai cittadini, senza commettere una violazione. Senza contare che gli animali vaganti senza proprietario, che rientrano nella categoria "randagi", devono essere catturati e portati in canile per prevenire la diffusione della rabbia, una zoonosi molto pericolosa. Fin qui i disposti normativi, che come spesso accade in Italia sono rigidamente e costantemente disattesi. Dando luogo a quel vaso di Pandora che rimane sempre aperto che si chiama "emergenza randagismo" dove a vagare pericolosamente non sono solo i cani ma anche l'applicazione delle norme. Talvolta disattese, talvolta applicate più rigidamente della legge del taglione.

Quando si dice che i cani sono dei Sindaci questo sta a significare che i sindaci, come ufficiali sanitari, hanno l'obbligo di far applicare la normativa che, in sintesi, consiste nel farli catturare per rinchiuderli in un canile. Con tutti i costi derivanti da questa operazione, solo teoricamente intelligente, che ha due conseguenze immediate: generare costi che gravano sui bilanci comunali e creare sofferenza agli animali, che spesso non usciranno più da queste prigioni. Con l'unico vantaggio che va in capo ai gestori privati dei tanti canili che svolgono il servizio in appalto, gonfiando spesso le tasche di soggetti di dubbia moralità e con più di qualche ombra sulla fedina penale.

Cani randagi e pubblica amministrazione: animali senza colpe, spesso condannati al regime di carcere duro con un fine pena mai

Il randagismo è una piaga e questa è una certezza difficile da poter mettere in discussione. Un fenomeno causato dall'uomo, grazie a un rapporto molto variegato e spesso del tutto irresponsabile con gli animali, che dal dopoguerra a oggi nessun governo è riuscito a sconfiggere. Il randagismo ha la stessa pervasività del crimine organizzato, che in parte alimenta, però nonostante questo si continua a contrastarlo poco e male.

Ora i volontari lamentano che non possono neanche più soccorrere un cane dalla strada. Un fatto che in un paese normale sarebbe sacrosanto: il cittadino non deve toccare gli animali randagi perché di loro si occupa la pubblica amministrazione. Ma l'Italia sotto questo profilo sono decenni che non è un paese normale. Così tocca che per soccorrere un cane investito al Sud, ma anche al Nord molto spesso, serva un miracolo, quando non se ne fanno carico associazioni e cittadini.

In mezzo a questo fuoco di sbarramento ci stanno loro, i randagi, spesso presi dalla strada e messi nei canili senza un motivo. Talvolta per troppo amore verso gli animali o per fare soldi facili. Mentre la pubblica amministrazione che dovrebbe sterilizzare, prevenire il randagismo con controlli e sanzioni, educando alla legalità anche in questo settore, si muove con la velocità del bradipo. Paga costi enormi per la custodia dei cani e spende poco e niente per prevenire il randagismo usando l'arma più importante: l'educazione. Una schizofrenia che pare davvero inguaribile.

Per contrastare il randagismo da anni si parla di un cambiamento normativo, che non arriva mai, ma sarà quella la soluzione?

Se le leggi fossero state applicate in modo serio di randagi in giro non dovrebbe essercene più di qualche migliaio, consapevoli del fatto che ci sarà sempre chi non rispetta le regole. In questo modo invece ci troviamo permanentemente in mezzo al guado, senza riuscire a raggiungere la riva. Senza aver compiuto significativi passi avanti nella gestione del fenomeno e con un numero enorme di animali ricoverati nelle strutture. Continuando ad affrontare il problema in questo modo assisteremo impotenti alla perpetuazione senza fine del randagismo.

Invece di colpire chi gli animali, nel bene o nel male, li vuole aiutare sarebbe importante combattere chi ha animali e non li registra in anagrafe, quanti non si occupano dei propri animali facendoli vagare non sterilizzati. Ma anche chi lucra sulle cucciolate casalinghe, sulle adozioni del cuore e su molte staffette, che alimentano il randagismo di ritorno al Nord. Questo è un mondo pieno di chiaroscuri, dove le situazioni si mescolano e dove non tutto quello che sembra mosso da buone intenzioni lo è davvero. Per questo è importante fare molta attenzione, premiando chi lavora con attenzione e rispetto.

La soluzione del problema non passa soltanto attraverso il cambiamento della legge 281, decisamente datata, ma dal rispetto di ruoli e regole. Serve rivedere l'intero fenomeno del randagismo e della gestione dei canili in modo scisso dalla questione sanitaria, come invece avviene oggi. Il benessere deve essere considerato prioritario, arrivando per questo a imporre dei cambiamenti nel nostro rapporto con gli animali. Visti non più come cose ma come individui senzienti e come tali portatori di diritti.

La morte di Simona Cavallaro poteva essere evitata?

morte di Simona Cavallaroo
Foto di repertorio

La morte di Simona Cavallaro, avvenuta in Calabria per uno sfortunato incontro con alcuni cani da guardiania, non dovrebbe essere considerato un incidente. Il decesso è stata causato da alcuni pastori maremmani che vigilavano su un gregge di pecore, che erano stati lasciati senza custodia. Come purtroppo spesso avviene non solo in Calabria ma in molte parti del paese.

Cani falchi tigri e trafficanti

La colpa non è dei cani e naturalmente nemmeno della ragazza, vittima dell'incoscienza di chi ha lasciato gli animali senza adeguata vigilanza. Una morte che oggi tutti dicono, a cominciare dal governatore della Calabria, potesse essere evitata. Un'affermazione che nulla toglie al dolore di quanti le volevano bene e che, invece, amplifica le responsabilità di chi doveva controllare. E che come spesso accade in Italia, non lo ha fatto oppure ha svolto i controlli in modo superficiale.

Dalle indagini svolte da Carabinieri e Polizia Locale i cani che avrebbero causato la morte della giovane erano posti a difesa di un gregge al pascolo in località Monte Fiorino. I cani da guardiania rappresentano un grande aiuto contro predazioni e furti, ma quanto accaduto mette l'accento su responsabilità, omissioni e comportamenti sconsiderati. Una situazione che viene evidenziata da anni dalle associazioni che si occupano di animali e non solo.

La morte di Simona Cavallaro è la conseguenza di decenni di omissioni e scarsi controlli, in una regione con una gestione del randagismo inesistente

Gli investigatori stanno accertando se i maremmani posti a protezione del gregge fossero stati regolarmente identificati e iscritti in anagrafe. In questo caso stiamo parlando di cani da lavoro, di un soggetto che alleva pecore e che, come tale, dovrebbe essere sottoposto a periodici controlli da parte dei servizi veterinari. Quindi tutti gli animali, pecore e cani, avrebbero dovuto essere di censiti nelle varie anagrafi per ottemperare alle leggi. Se così non fosse sarà ora necessario capire di chi siano le responsabilità e chi abbia omesso i controlli.

Un altro punto dolente riguarda la custodia degli animali al pascolo e dei cani adibiti alla loro vigilanza. L'abitudine di lasciare incustoditi gli animali lasciati liberi sui terreni dei pascoli, specie se affidati alla sorveglianza dei cani, è oramai considerato un comportamento normale. Che consente di abbassare i costi, di non avere personale che vigili sugli animali e, magari, di svolgere anche un'altra attività lavorativa. Così fare l'allevatore diventa un lavoro complementare, con tutte le problematiche che questo comporta.

In caso di incidenti agli animali o di problemi per le persone, come capitato alla povera Simona, nessuno si troverà sul posto per poter richiamare i cani. Animali che sanno svolgere benissimo il loro lavoro: quello di proteggere il gregge da qualsiasi tipo di accadimento esterno che venga interpretato come una minaccia. Quanto accaduto non è un caso fortuito, ma il frutto di un comportamento irresponsabile che è stato indirettamente la causa della morte della ragazza.

I cani dei pastori, lasciati senza controllo, sono una delle cause del randagismo dilagante in Calabria, combattuto con veleno e canili lager

Il vagantismo dei cani di proprietà, non sterilizzati e lasciati liberi di girare sul territorio, amplifica in modo incontrollato il randagismo. Un fattore ben noto a chi si occupa di studiare il fenomeno, ma che sembra essere completamente sconosciuto a chi dovrebbe occuparsi di contrastarlo. Eppure le amministrazioni pubbliche sono sempre in prima linea nel lamentarsi per i costi causati dalla proliferazione dei cani randagi. Senza però mettere in atto azioni concludenti, che siano diverse dal rinchiudere i randagi nei canili.

La Calabria è una delle peggiori regioni d'Italia nel combattere il randagismo e una delle prime ad avere il triste primato di avvelenamenti e canili lager. Che spesso finiscono sotto sequestro da parte dei Carabinieri Forestali, per le tragiche condizioni di custodia degli animali. Una vergogna che pare senza argini, considerando che di questo problema si parla da decenni, proprio come delle infiltrazioni criminali nella gestione dei canili e in molte altre attività ambientali.

Appare quindi fuori luogo la dichiarazione del governatore della Calabria Spirlì, che solo ieri ha commentato la morte di Simona qualificandola come "una tragedia immane che poteva e doveva essere evitata. Non si può morire in questo modo, a vent’anni". Un commento che potrebbe essere accolto soltanto se ci fosse certezza che la regione Calabria avesse messo in campo tutti gli sforzi possibili per prevenire casi come quello accaduto. E, purtroppo, così non è.

La morte di Simona potrebbe essere vista come la conseguenza di altri reati e non come un drammatico incidente

La vita di Simona è stata spezzata per sempre e questa per adesso è la sola tragica certezza. La speranza che le cose possano cambiare, invece, sembra destinata a restare soltanto una speranza. Che difficilmente troverà concretezza, dal momento che anche su questa vicenda calerà il solito velo d'oblio. Che lascerà ancora una volta immutata la realtà calabrese per quanto riguarda la gestione dei pascoli, la responsabilità e il controllo dei pastori, la gestione di canili e randagismo.

L'opinione pubblica, non solo calabrese, vorrebbe vedere un maggiore impegno della politica, delle amministrazioni e dei servizi veterinari pubblici nel cambiare una realtà della quale la Calabria non può andare fiera. Un cambiamento che deve obbligatoriamente passare dall'accertamento delle responsabilità: è davvero ingiusto morire a vent'anni, solo per essere andati a camminare in un bosco.

Il pregiudizio è più pericoloso per l’uomo del lupo, lo dimostrano i dati scientifici

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Foto Wolf Apennine Center

In un mondo che si alimenta di fake news il pregiudizio fa più danni della realtà. Facendo percepire da troppi il lupo come un pericolo, basandosi anche sulla leggenda della sua reintroduzione, falsa ovviamente. Come falsa è quella che riguarda la sua pericolosità per l'uomo, considerando l'assenza di aggressioni dimostrate da oltre 150 anni. Purtroppo la favola di Cappuccetto Rosso e quelle create da certa stampa e dal mondo venatorio hanno alterato il modo di percepire il lupo.

Come è stato scritto e detto più volte il lupo, al pari di tutti gli altri animali, non è buono o cattivo. Fa soltanto la sua vita, quella per il quale l'evoluzione lo ha plasmato. Ponendolo al vertice della catena alimentare, che sin dai primordi è costituita da predatori e prede. Che sono restate in armonico equilibrio sino a quando noi uomini abbiamo smesso di essere cacciatori raccoglitori, molti millenni fa.

MirCo Lupo (Minimizzare l’Impatto del Randagismo canino sulla COnservazione del lupo in Italia) in questi anni si è occupato di studiare contrastare l'ibridazione fra lupi e cani. Un fenomeno preoccupante per il patrimonio genetico lupino. Che nasce da una pessima gestione del vagantismo dei cani di proprietà. Ora il progetto, che ha fatto molto per cercare di contrastare falsi miti ma anche di creare ponti fra le varie categorie interessate al problema, sta per terminare. Lasciando un vuoto di comunicazione e di divulgazione che dovrà essere riempito, in modo efficace e realistico.

Il pregiudizio dell'uomo che vede il lupo come pericoloso è duro a morire, mentre il bracconaggio imperversa

Secondo le stime dei ricercatori che hanno seguito in questi anni il progetto MirCO Lupo, gestito dal Parco nazionale dell'Appennino tosco Emiliano, il bracconaggio incide in modo pesante sulla popolazione del predatore, senza fortunatamente compromettere la sua esistenza. Il lupo è un animale adattabile, opportunista, intelligente e con grande mobilità sul territorio. Capace di avanzare se l'ambiente è favorevole, ma anche di ripiegare quando le condizioni non gli consentono scelta.

Lo ha già dimostrato nel dopoguerra, quando dopo essere stato perseguitato in ogni modo, anche mettendo taglie sulla sua testa che venivano incassate dai cosiddetti lupari, cacciatori pagati per sterminarli. In quegli anni bui per la specie il lupo si è rifugiato nelle foreste dell'Abruzzo e della Calabria, resiliente e paziente. Per poi tornare a colonizzare lo stivale. Quando l'abbandono della montagna e l'abbondanza di prede, che i cacciatori con ripopolamenti sconsiderati gli avevano messo a disposizione, avevano consentito la sua ripresa. Grazie anche alle misure di protezione che negli anni '70 vennero garantite alla sua specie, da allora ritenuta particolarmente protetta.

Ora il lupo vive in pianura come in montagna e si avvicina all'uomo quando questo crea le condizioni favorevoli. Magari aprendo una mensa per il predatore, che essendo versatile bilancia volentieri la sua dieta fra prede e carogne. Approfittando delle carcasse degli animali che troppi allevatori smaltiscono illegalmente. Ma anche mettendo fine alla vita di animali morenti che vengono buttati ancora vivi nelle concimaie, per risparmiare sui costi di abbattimento e smaltimento. Pratiche illegali, certo, ma chi conosce questo mondo sa quanto siano diffuse.

Si stima che il bracconaggio incida sulle cause di morte dei lupi per una percentuale che varia dal 20 al 30%

Sulla base di queste stime, ancora imperfette, i ricercatori ritengono che che il rinnovamento della popolazione dei lupi avvenga mediamente ogni tre anni. Ma l'incidenza del bracconaggio è sottostimata: essendo reato uccidere i lupi spesso i bracconieri applicano la regola delle tre "S": spara, scava, seppellisci. Sottraendo le prove sulle che testimonierebbero uccisioni illecite. Dimostrando che il pregiudizio dell'uomo è molto più pericoloso per il lupo, di quanto non lo sia il predatore per la nostra specie.

I tempi sono maturi per rivedere le necessità della comunicazione e guardare a ogni progetto come un singolo anello di una lunga catena. Comunicando l'importanza di vedere il nostro capitale naturale in modo olistico, interconnesso come in effetti lo è sul serio. Non serve la difesa di una specie se questa viene vista come una realtà a se stante. Occorre capire che l'ambiente deve essere mantenuto in equilibrio. Senza demandare la gestione alla politica e al mondo venatorio, troppo legati, troppo interessati, nel caso del lupo, a alimentare la paura verso i predatori.