L’agnello e la compassione intermittente: storia crudele del mancato rispetto e della pietà relativa

agnello compassione intermittente

L’agnello e la compassione intermittente, quella che molti provano solo a Pasqua e non verso gli animali in genere. Eppure compassione e rispetto sono due sentimenti che potrebbero contribuire molto al miglioramento della nostra specie. Stati d’animo spesso sbandierati, talvolta raccontati ma non davvero provati, alcune volte suscitati solo da alcune specie, da alcune razze o da colori della pelle. Una sorta di intermittenza emotiva, un circuito altalenante e selettivo. Tant’è che non tutti gli animali generano gli stessi sentimenti.

Si potrebbe dire che compassione e empatia sono stati d’animo che abbiamo reso selettivi. Sulla base della tenerezza, del pericolo che incutono o del ribrezzo che suscitano. Quindi, se questo è il punto, questi sentimenti non devono essere visti come virtuosi, considerando che non coprono il senso della la vita come tale, ma solo quello di alcune creature. E talvolta nemmeno quelle. Durante il periodo pasquale molti si indignano per l’uccisione degli agnelli, per poi dimenticarsene, per non fare nulla per dar loro una sorte diversa.

Il claim pasquale diventa una sorta di inno alla vita degli agnelli, meno dei capretti, molto meno per i maialini e via via a scendere. Sino all’ultimo anello della catena rappresentato da pesci e affini. Mangiare agnelli a Pasqua, per chi consuma carne, non diventa così riprovevole: non vedendo differenza nella scelta e non comprendendone le motivazioni. Che invece ci sono e dovrebbero essere viste e comprese anche da quanti la carne la consumano. La limitazione del danno passa attraverso la conoscenza, non dalla difesa a oltranza dei propri piaceri o delle tradizioni.

L’agnello e la compassione intermittente: quella suscitata da alcuni animali e non da altri, senza pensare alle condizioni di vita e alla sofferenza

Come per tutti gli argomenti anche qui possono esistere concetti assoluti, come fare scelte vegane, e altri relativi come scegliere di consumare meno carne e pesce, cercando di evitare le provenienze da allevamenti intensivi. Scelte di buon senso che, come tutte le decisioni mediate, spesso non piacciono a nessuno. Non ai vegani, che le giudicano troppo facili e non risolutive, non a chi pensa che gli animali siano allevati per finire in pentola. Eppure oggi sono queste scelte a fare la differenza.

Nel cibarsi di animali ci possono essere decisioni che potrebbero migliorare le cose: un agnello resta sempre un cucciolo, ma se non venisse trasportato come se si trattasse di un carico di bulloni sarebbe certo meglio. Invece è proprio questo che avviene: animali strappati alle madri, fatti viaggiare in condizioni disumane e macellati peggio del solito. L’aumento della richiesta è come il sonno della ragione, genera mostri. Con pochi, pochissimi controlli su trasporto e macellazione. Un motivo universale per non mangiare agnelli e capretti.

Bisogna spendersi di più per informare le persone, per far loro capire come il mancato rispetto e una pietà ondivaga non vadano bene. Con una comunicazione che abbia il coraggio di non parlare solo alla pancia delle persone ma anche alla loro testa. L’emozione è passeggera, può crescere di fronte a una foto e scomparire leggendo un menù: il cervello crea spesso dicotomie. Per questo bisogna parlare alla testa: le convinzioni sono meno temporanee delle emozioni.

Diffondendo la cultura del rispetto si crea consapevolezza e non solo emozione: le due cose unite amplificano il risultato

La comunicazione sceglie spesso le frasi emotive, quelle che fanno scattare il click o la donazione. Se si privilegia la ragione il risultato è più difficile da raggiungere rispetto all’emozione. Un esempio che conosco bene: quando ho tolto la pubblicità dal blog ho detto che era per rispetto dei lettori, stimolando a offrire una piccola cifra per sostenere questo sforzo. Il risultato dopo molti mesi è che ho ricevuto offerte per ben 2,5 euro. Eppure il rispetto del lettore è un argomento forte, quando viene compreso. Ma va benissimo così.

Troppo spesso le scelte le decide il marketing perché tutti si occupano di raccogliere fondi, anche le cause più nobili. Ma credo occorra mediare fra la corretta informazione, quella che fa crescere la consapevolezza, e la pura raccolta di fondi. Che va benissimo per situazioni emergenziali come la guerra, dove non c’è il bisogno di convincere alcuno che i conflitti siano di per se orribili, dove basta raggiungere l’obiettivo economico e avere la coerenza di rispettarlo.

Quando lo scopo, invece, è quello di raccontare situazioni per essere artefici di un cambiamento allora il comportamento deve essere diverso. Il cardine dell’operazione deve diventare l’errore di consumare animali provenienti da situazioni crudeli, non la raccolta fondi che passa a essere una subordinata. In questo modo si avranno forse meno donazioni, ma si sarà contribuito a creare nuove convinzioni. Quelle che servono a cambiare la società, quelle che ci potrebbero traghettare verso una collettività più attenta ai diritti. Diversamente si crea il marketing che accresce la temporanea illusione di aver combattuto un errore tragico; non quello di mangiare agnello (o non solo) ma quello di far viaggiare anime animali anziché carni, come si chiede da tempo.

Diritti animali e coerenza: fra bugie del marketing e scorciatoie etiche di alcuni difensori

Diritti animali e coerenza
Riccio africano – animale selvatico esotico da non acquistare e tantomeno liberare in natura

Diritti animali e coerenza, un binomio spesso difficile da far suonare in modo armonico, che troppe volte produce dissonanze difficili da accettare. Sulle quali spesso e volentieri si sorvola, quasi come se parlarne rappresentasse un tabù. Un problema che non riguarda solo gli acquisti di animali da “cattività”, termine forse più adatto rispetto alla definizione “da compagnia”. Dove inizia e dove finisce il confine fra rispetto dei diritti e amore, fra commercio e abbinamenti di interessi contrastanti?

Il commercio di animali, purché rispetti le varie normative su tutela delle specie minacciate e sicurezza pubblica, è un’attività legale, come mi ha fatto recentemente notare sui social una nota catena di negozi, con annesso pet shop. Questo è verissimo, ma lo è altrettanto il fatto che non tutto quello che è legale abbia un valore etico almeno neutro. Far allevare animali non domestici, esotici e/o selvatici, con l’unico scopo di farli vivere in cattività non rappresenta un valore eticamente accettabile. Generazioni e generazioni di prigionieri nati per soddisfare i bisogni di qualcuno ma desinati a condurre un’esistenza misera.

Eppure sul commercio di animali, quando non parliamo di traffici illegali, dai cuccioli della trattaa agli animali protetti dalla CITES, si alzano ben poche voci. Molte associazioni sono abbastanza “tiepide” su questi argomenti, forse perché i destinatari della critica spesso coincidono con una larga fetta dei propri sostenitori. In altri casi ci sono realtà che in qualche modo fiancheggiano i commercianti di animali, organizzando raccolte di cibo nei loro punti vendita. Esattamente per lo stesso motivo di affinità: chi entra in un garden con annesso pet shop è probabilmente portato a guardare con simpatia chi si occupa di randagi.

Diritti e coerenza, se sono riconosciuti come un valore, non possono essere immolati sull’altare della necessità

Dietro il commercio di animali da cattività si nasconde un mondo fatto di sofferenze. Sia che si tratti di animali catturati in natura, per fortuna oramai sempre meno, che di quelli allevati per questo scopo. Per capirlo basta vedere le condizioni di esposizione e vendita nella stragrande maggioranza dei negozi: con la scusa che si tratta di situazioni temporanee spesso gli animai in vendita sono tenuti in modo trascurato, privi della possibilità di potersi comportare secondo le loro necessità etologiche.

Manca però una sensibilizzazione dei “consumatori”, termine che ben si adatta a chi compra animali da pochi euro come criceti, canarini, pesci rossi, tartarughine. Specie che costano poco, chiedono poco e muoiono spesso, per la gioia di allevatori e commercianti. Che grazie a questo rapido turn-over possono vendere sempre nuovi esemplari. Per non parlare delle condizioni di vita a cui gli animali da cattività sono sottoposti nelle case.

Il più venduto e il meno considerato è sicuramente il pesce rosso, animale simbolo della sofferenza muta. Molte persone che hanno acquistato in passato questi animali spesso confessano di essersi pentiti della scelta, avendo compreso la sofferenza. Ci sono invece altre persone che ancora pensano che il loro presunto amore possa lenire ogni sofferenza, ma questa purtroppo è davvero un’illusione per tutte le specie non domestiche come cani e gatti.

La sottile linea rossa che divide la necessità dall’adesione, l’acquisto di prodotti dalla sponsorizzazione

Questa è un altra tematica delicata, in molti casi un vero e proprio nervo scoperto, che espone l’etica a sollecitazioni innaturali, piegandola più alle necessità economiche che alle scelte etiche. Come avviene per esempio quando diritti degli animali e case farmaceutiche, che notoriamente fanno sperimentazione sugli animali, vanno stranamente sottobraccio. Un fatto eticamente difficile, se non difficilissimo da digerire.

I farmaci sono necessari alla cura degli animali e questo è un dato di fatto innegabile. Diversa però è la posizione del cliente, per necessità, da chi accetta di essere sponsorizzato da una casa farmaceutica. Sono due comportamenti eticamente differenti che meritano di essere distinti, ma anche di successivi e futuri approfondimenti. Credo che non ci possano essere buon scopi da condividere con cattivi alleati, diversamente l’etica diventa ad assetto variabile, priva di punti di riferimento.

In fondo sarebbe un po’ come se un’associazione umanitaria servisse nelle sue mense pasti confezionati con prodotti che derivano dallo sfruttamento dei lavoratori, dal caporalato. Un fatto che apparirebbe così stridente da finire sulle prime pagine dei giornali. E nessuno troverebbe disdicevole che qualcuno abbia fatto emergere una realtà così grave. Certo il caporalato è illegale e la sperimentazione sugli animali ancora no, ma il burrone etico non è diverso.

Allevamenti di animali da pelliccia: ci vuole il coraggio di scelte definitive contro virus e crudeltà

Allevamenti di animali da pelliccia

Gli allevamenti di animali da pelliccia vanno chiusi per sempre, come hanno già fatto diversi paesi europei. Ben venga l’ordinanza del Ministro della Salute Roberto Speranza, che vieta l’allevamento sino alla fine dell’anno. Ma occorrono scelte più coraggiose e, soprattutto, definitive. Non soltanto per motivazioni legate alla pandemia ma anche per ragioni etiche che non possono più essere nascoste sotto il tappeto dell’economia. Bisogna avere il coraggio di chiudere questi pericolosi laboratori di sofferenza animale, senza possibilità di ritorno.

Cani falchi tigri e trafficanti

Certo la pandemia e i focolai scoppiati negli allevamenti hanno aiutato a sollevare il problema. Che riguarda gli allevamenti di tutti gli animali selvatici, sotto il duplice profilo sanitario e etico. Ma quando si inizia a rinviare anche le scelte più facili, quelle che contrastano con interessi economici trascurabili, ci si domanda cosa verrà fatto con quelle impegnative. L’opinione pubblica è contraria agli allevamenti di animali da pelliccia. Con una maggioranza alta e solida. Quindi una scelta in questa direzione potrebbe trovare quasi soltanto applausi a scena aperta. Eppure, come per i circhi, non si arriva a stringere.

Una direzione, quella di chiudere gli allevamenti, peraltro intrapresa già da moltissimi paesi europei. In tempi in cui il pericolo sanitario era considerato solo dagli scienziati, rimasti per anni senza ascolto. Regno Unito e Svizzera lo hanno deciso dal 2000 e da allora molti altri hanno seguito il loro esempio. Austria, Slovenia, Macedonia e Lussemburgo. Con l’Olanda che ha anticipato il divieto, inizialmente previsto per il 2022 a quest’anno. Molti altri lo faranno entro breve, avendo già assunto decisioni in tal senso.

Se si dimostra prudenza nell’adottare provvedimenti popolari cosa succederà di fronte agli argomenti più complessi?

Una domanda non di poco conto questa, perché parlando di transizione ecologica sarà necessario fare scelte. Che potranno non piacere a tutti, ma vanno considerate urgenti e non rinviabili, sia sotto il profilo etico e che per una reale chiusura dell’Antropocene. Ci sono argomenti, come allevamenti e agricoltura intensiva che apriranno fronti ben più impegnativi di quello dei visoni. Per i quali sarà necessario dimostrare coraggio e coerenza: quella di affermare che se non passiamo a un’agricoltura sostenibile non ci sarà futuro.

Inutile e fuorviante far credere che il problema per l’agricoltura siano i lupi, a meno che non si stia parlando di quelli di Wall Street. Il vero problema è che il sistema agricolo, che non è sano sotto il profilo della salute, non starebbe in piedi senza sovvenzioni pubbliche. Quella macchina mostruosa che abbiamo creato inquina, non rende, produce ricchezza per pochi e sfruttamento per troppi. Come hanno dimostrato molte inchieste televisive, quelle serie, che hanno illustrato come ai due estremi della catena ci siano produttori e consumatori. Mentre il centro che si ingrossa e si ingrassa è quello della grande distribuzione.

I contadini vivono grazie alle sovvenzioni e troppe volte si ha notizia che sfruttano la manodopera, mentre i consumatori sono drogati di sconti che portano a acquistare spesso prodotti senza qualità. Questo sarà il terreno su cui si combatterà la battaglia più impegnativa. Quella che ha diversi e giganteschi fronti, che andrebbero smontati e rimontati pezzo per pezzo. Non avendo nulla di etico da mettere sul tavolo dovranno trovare altre sponde per cercare di impedire che ci sia una reale transizione ecologica, che non sarà mai tale se non avrà una grande considerazione per l’etica.

Le cose sono buone se sono gradevoli, ma per essere tali non devono puzzare di sfruttamento dell’ambiente e degli esseri viventi

Troppe volte si tende a separare gli argomenti, per evitare che trattarli seguendo un filo conduttore li renda troppo semplici da comprendere. Gli allevamenti di animali da pelliccia, per restare in tema, furono salutati come salvifici perché avrebbero smesso di compromettere le specie selvatiche. Basta prelievi in natura e il gioco sembrava fatto. Ma poteva essere così soltanto nascondendo l’altra metà della questione: la sofferenza degli allevamenti, il pericolo sanitario, la crudeltà.

Gli allevamenti intensivi di animali da reddito furono proposti come lo strumento innovativo per consentire a tutti di poter mangiare carne, di avere un’alimentazione con il giusto apporto di proteine. Una realtà ottenibile producendo carne a bassissimo prezzo, che si poteva produrre soltanto abbassando nel contempo anche il livello di vita degli animali. Costringendoli a vivere in spazi ristretti, vivendo meno e ingrassando sempre più rapidamente. Grazie a farmaci che poi i consumatori si ritrovavano nel piatto. E i maiali felici delle pubblicità dei salumifici erano la patina che il marketing stendeva per anestetizzare i consumatori.

Bisogna iniziare a guardare tutte le cose con una visione unitaria: un pianeta, una salute ma anche una sola etica. Diversamente questa pessima finanza riuscirà a convincere le persone che il problema non sono le pandemie, ma gli ambientalisti. Insieme a chi difende i diritti umani e degli animali e agli scienziati che da anni e anni lanciano allarmi. Definiti spesso come Cassandre allarmiste e foriere di sventura. Sino a quando la pandemia si è materializzata come l’iceberg di fronte al Titanic.

I crimini contro gli animali si combattono insegnando il rispetto per le vite degli altri

crimini contro gli animali si combattono

I crimini contro gli animali si combattono con la prevenzione: la sola repressione è il fallimento del nostro debito di formare le nuove generazioni. Quando si arriva a colpire i responsabili di azioni crudeli contro gli animali (e non solo) ci si avvicina alla giustizia. Senza riuscire a riparare davvero un danno già commesso. Nulla restituirà vita e dignità a un essere vivente che ne è stato privato, nulla cancellerà la sofferenza dalla sua anima.

Cani falchi tigri e trafficanti

Appare evidente che sia necessario punire i responsabili dei crimini contro gli animali, come i responsabili di ogni reato, di qualsiasi forma di violenza e sopruso. Senza distinzione di specie perché, come detto più volte, il vero nemico è la violenza, senza dare un valore più o meno alto che vari a seconda delle specie su cui è esercitata. E nemmeno sul genere, perché l’essenza negativa della violenza non cambia se la vittima sia maschio oppure femmina.

Per questo è molto importante educare alla gentilezza, al rispetto e alla sensibilità verso gli altri. Sembrano spesso concetti scontati, elementari, quasi certezze della quali non si debba nemmeno parlare. Ma purtroppo non è così perché la nostra società gronda violenza, esercitata, raccontata, messa in mostra. Sia con comportamenti verbali che con un sottile compiacimento nell’esibire il baratro morale che dimostrano certe azioni. Che sarebbe meglio illustrare che non far vedere a ogni costo: la narrazione è più potente, in certi casi, dell’immagine. Ci costringe a arrivare sino in fondo al baratro, non ci da scuse per distogliere lo sguardo.

Molti crimini contro gli animali si combattono esaltando il valore dell’empatia, non esibendo la violenza della crudeltà

Non credo che sia vero che le persone abbiano bisogno di osservare le immagini di uno dei tanti inferni per capirne gli orrori. Liliana Segre, donna che rappresenta un patrimonio culturale cresciuto sull’orlo di un baratro atroce, commuove molto più con il suo racconto di quanto non faccia un’immagine di corpi ammassati. Nella sua voce percepiamo la vita nella sua essenza, l’atrocità e la sofferenza, ma anche una pace dell’anima che ha rifiutato ogni violenza. Compresa quella della vendetta, del voler esercitare la legge del taglione.

Se molti difensori dei diritti degli animali imparassero a toccare il cuore delle persone, rifiutando insulti e violenza, forse qualche passo in più nella cultura del rispetto lo si sarebbe fatto. Invece, per dar libero sfogo alla loro irruente violenza, che è certo diversa ma non per questo migliore, rischiano di non avere ascolto alcuno, se non nelle camere dell’eco (quelle che gli anglosassoni chiamano echo chamber). Luoghi frequentati da simili ma disertati da persone che rifuggono gli odiatori, la violenza verbale e quella visiva.

Il mondo non è mai diventato un luogo migliore dove stare dopo che si è commesso un linciaggio. Niente è cambiato nel sentire di quanti lo hanno commesso né degli spettatori. Si è solo rafforzato l’erroneo compiacimento che sorregge la logica che alla base “dell’occhio per occhio, dente per dente”. Che non è mai servita per far apprezzare la bellezza del rispetto, ma solo a dar valore allo sfogo dei peggiori istinti del nostro lato oscuro dell’anima, intesa in senso laico come essenza dello spirito.

La punizione per un crimine non cambia gli accadimenti ma punisce i responsabili, senza poter cancellare il danno causato

Dopo anni passati a combattere i crimini contro gli animali, cercando di non perdere mai di vista il valore di tutti gli esseri viventi, penso che la condanna dei responsabili rappresenti comunque una sconfitta. Necessaria, auspicabile, giusta ma comunque mai rappresentabile come una vittoria. Ha vinto la giustizia (forse) ma se il fatto è stato commesso ha perso la società. Che ha investito poco in prevenzione e forse ancor meno nella repressione.

Arrestare un bracconiere non riporta in vita gli animali, denunciare un aguzzino non cancellerà mai le sofferenze che ha inferto. E lo Stato troppo spesso non si preoccupa nemmeno di confiscare il profitto che certi reati garantiscono ai criminali. Eppure spesso leggiamo che la giustizia ha trionfato, ma quasi mai discutiamo e proviamo a capire di quanto la prevenzione abbia fallito. Questa domanda in questi giorni me la sono fatta spesso pensando a M49, agli orsi del Casteller: (mal)trattati come fossero cose. non considerati nella loro essenza, nella capacità di provare, solo per fare un esempio, il tormento della paura. Eppure anche in questo caso la prevenzione avrebbe avuto un miglior risultato, con minor sofferenza.

Credo che dovrebbe giungere il tempo in cui il benessere sarà considerato come lo stare bene, in equilibrio con l’ambiente che circonda un essere vivente. Un tempo in cui saranno finalmente applicate senza deroghe le 5 libertà scritte da Roger Brambell e in cui si pensi con più determinazione al diritto alla felicità. Un tempo che veda l’estinzione dei forcaioli e la riproduzione a profusione del buon senso, della compassione e dell’empatia.

Per tutelare gli animali occorre più gente formata, non emozionata.

tutelare gli animali

Esiste l’emisfero dell’emozione, dell’empatia, quello che ci porta, istintivamente a correre in soccorso di un debole, a provare sofferenza per il suo stato. Quello che contribuisce a far crescere nella nostra anima, nel nostro lato emotivo, il bisogno di fare qualcosa per migliorare la sua condizione.

Lì inizia la porta che serve aprire per tutelare gli animali. Questa partenza primigenia è quella che che suscita l’emozione, quella che mette in moto la nostra “macchina dei sentimenti” e ci porta a mettere in atto un’azione.

In questo ganglio vitale delle nostre emozioni si apre qualcosa di simile a uno scambio ferroviario, quello che condizionerà il taglio che avrà il nostro aiuto e, in fondo, anche le motivazioni che lo sorreggono.

Il nostro essere partecipi potrà scegliere un percorso emozionale, un percorso di aiuto razionale oppure potrà prendere il lato più triste, quello dell’auto-gratificazione, dell’apparenza, della ricerca dell’altrui approvazione.

Forse, anche se non sempre, è l’empatia a far muovere i primi passi verso una direzione oppure l’altra, alcune volte invece è il calcolo, considerando che un comportamento empatico verso gli animali è oggi socialmente utile, reputazionale direbbe un uomo del marketing.

Per tutelare gli animali serve però anche conoscenza

Appare evidente che l’avanzamento dei diritti degli animali non può passare né attraverso la nostra soddisfazione di un bisogno, né tanto meno da affermazioni che nella loro essenza negano il concetto che vorremmo affermare. Proviamo a soffermarci sulla difesa, ad esempio, di altre creature tenute in cattività (dal latino captivus = prigioniero): i detenuti.

Secondo voi qualcuno potrebbe difendere i loro diritti trattandoli non come esseri senzienti, ma utilizzando per loro appellativi ridicoli come quelli che noi usiamo per gli animali: pelosetti, cucciolotti, nasini umidi, oppure parlerebbe della loro dipartita invocando il ponte dell’arcobaleno? Probabilmente no.

Sono certo con questo articolo di alienarmi le simpatie di molti che non mi conoscono, solo perché quelli che mi conoscono sanno come la penso da sempre.

Abbiamo fatto lotte per inserire gli animali nel trattato di Lisbona, per farli riconoscere come esseri senzienti, per poi dimenticarci che un essere senziente, capace di provare emozioni e sofferenza non può essere trattato  come se fosse un peluche animato.

Bisogna rendersi conto che troppo spesso noi perseguiamo più l’appagamento delle nostre emozioni che non la ricerca dei diritti. Questo ergerci sempre a fratelli maggiori, capaci di discernere il bene e il male e di sapere cosa sia giusto per loro, forse ci ha fatto perdere l’orizzonte della realtà.

Un essere vivente è tale se gli viene riconosciuta la dignità di questo status. Se perde la dignità, se diventa un oggetto di salvamento, di eccessive attenzioni che snaturano la sua personalità e la sua essenza, noi abbiamo solo contribuito a farne una vittima con diverse tipologia di sofferenza.

I cani da borsetta non fanno una bella vita

Pensiamo ai chihuahua delle signore che li fanno vivere nelle borsette, poveri cani neotenici che devono avere per tutta la vita quest’aspetto da eterni cuccioli.

Animali così lontani dal poter vivere la vita di un cane vero, spesso soffocati dal troppo amore di persone certamente buone, ma magari troppo opprimenti. Così li costringono a sfiorare i pavimenti e li fanno sporcare in casa sulle traverse assorbenti, pensate per questo scopo, talvolta tutelandoli come  figli non normodotati.

Cani che oramai provengono solo dall’Est Europa, dove se queste persone volessero davvero vedere come vengono allevati, senza infingimenti, comprerebbe forse un peluche, ma certamente non un cucciolo della tratta, rendendosi complice di mille maltrattamenti.

Fino a che alcuni animalisti plaudiranno al terremoto in Nepal, che ha punito a loro parere i sacrifici animali alla dea Gadhimai o insulteranno tutti gli antagonisti dei diritti degli animali, a mio personale giudizio, faranno fatica ad affermare le proprie idee.

Bisogna essere convincenti, non respingenti antagonisti

Non basta snocciolare dati sull’importanza di essere vegetariani, bisogna avere capacità di formare e di informare, di contrastare senza irritare, di difendere diritti senza sfociare nel patetico, nel pietistico e men che mai nell’aggressivo.

Basta e avanza il reale per far capire alle persone quanto i nostri comportamenti causino sofferenza agli animali, quanto la nostra ingordigia devasti il pianeta. Quanto la nostra scarsa attenzione agli habitat ed ai diritti all’esistenza, di tutte le creature, ci condurrà in ginocchio.

Per farlo dobbiamo conoscere, e questo pensiero lo faccio ogni volta che mi reco in tribunale per testimoniare nelle cause contro chi gli animali li maltratta davvero o tengo un corso per le forze di polizia.

Se non cercassi di essere professionale, credibile, talvolta senza riuscirci come vorrei,  non solo avrei perso la mia essenza di persona che ha deciso di occuparsi di diritti animali. Avrei tradito la promessa di impegnarmi per ottenere una maggior tutela.

Sono da sempre convinto che la morte di un essere vivente sia il problema minore, residuale, rispetto a una vita di patimenti e sofferenza e contro questa credo sia un dovere battersi.

Per essere convincenti occorre essere preparati, competenti

Chi si occupa di carcerati, di tortura, di privazioni non pensa che le carceri debbano essere chiuse: chiede almeno che siano in linea con i diritti della persona, con il rispetto dovuto, con l’eliminazione della sofferenza gratuita, inutile, crudele.

In Italia siamo ancora lontani dall’attuare le “5 libertà” di Brambell, scritte nel 1967 per gli animali da reddito del Regno Unito. Libertà da noi nemmeno considerate, spesso, neanche per gli animali da compagnia.

Molti movimenti di tutela dei diritti animali spesso non sono ancora al passo con le realtà estere, non riescono ad esprimere politiche di largo respiro, al di là dell’esuberante orgoglio di qualche dirigente. Ancora lunga è la strada, ma con umiltà e buona volontà la possiamo percorrere, al solo scopo di migliorare le condizioni degli animali.

Dobbiamo però credere alla sua importanza e riconoscerci nell’importanza di questo percorso. Certo perderemo qualche sostenitore per strada, ma è un rischio accettabile, anzi, forse non è nemmeno un rischio, ma solo un vantaggio.