Votare per ambiente e animali in Europa, un dovere che guarda al futuro

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Votare per ambiente e animali in Europa, un dovere che guarda al futuro, ai diritti dei bambini di oggi. L‘Europa nei prossimi anni sarà centrale per le politiche ambientali e nelle scelte che riguardano un numero sempre più grande di stati. Queste elezioni costituiranno uno spartiacque fra presente e futuro e saranno proprio i prossimi cinque anni a fare la differenza. Questo voto stabilirà se ci sarà un’Europa attenta all’ambiente e al ripristino dei territori oppure vincerà una visione con soltanto l’economia al centro, priva di visione di lungo periodo.

Un momento, quello che viviamo, denso di problematiche su tanti, troppi argomenti. Un periodo in cui il mondo pare essere in bilico fra salvezza e baratro, come forse mai prima, con una consapevolezza che spesso sembra assente. Con i cittadini sempre più delusi e distaccati dalla politica, senza capacità di ritrovare la voglia di partecipazione. Eppure non si può vincere da soli, non si possono ottenere risultati senza sentirsi una comunità, senza provare il bisogno di essere una parte della società.

L’Europa nei prossimi anni sarà il centro delle politiche di agricole e di tutela ambientale, di scelte che dovranno arrivare a intercettare il futuro, ben oltre ai confini di ogni singola nazione. Questa però non è la sola considerazione che rende importanti, anzi strategiche, le prossime elezioni: abbiamo bisogno di allontanare lo spettro di un’Europa con meno diritti, senza visione di lungo periodo, non in grado di essere realmente una nazione.


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Votare per ambiente e animali in Europa, per sconfiggere le politiche di corto periodo

La scelta di andare a votare, rompendo il trend di costante crescita dell’astensione, sarebbe un segnale anche per il governo del nostro paese. Un esecutivo che non sta facendo politiche utili al cambiamento di rotta, a una maggior difesa dell’ambiente e degli animali selvatici. Andare a votare significa anche sbarrare la via a chi vorrebbe cacciare tutto l’anno, aumentando il numero delle specie che si possono abbattere e riducendo i controlli. Il voto non è solo per l’Europa, ma anche per dire a chiare lettere che la maggioranza degli italiani non vuole trasformare l’economia in un’arma spianata contro l’ambiente.

L’astensionismo non è un voto di protesta, l’astensione si traduce nel disinteresse per il futuro dell’Italia e per le scelte che l’Europa prenderà nei prossimi cinque anni. Cinque anni che saranno fondamentali per arrivare a un cambiamento, per mantenere la promessa di tutelare almeno un terzo del territorio. Per dare concretezza a politiche che superino la visione nazionale, ma che siano pensate e attuate nell’interesse di tutti i cittadini europei.

Difendere l’ambiente e concretizzare scelte di salvaguardia avrà un costo al quale tutti dovremmo far fronte. Questa è una realtà ineludibile, spesso usata come spauracchio nei confronti dell’opinione pubblica, alla quale però si mente con costanza. Le scelte di tutela ambientale dell’Europa sono sempre sotto il tiro di questo governo per i loro costi, dimenticando di dire quanto siano costati i disastri ambientali causati dai cambiamenti climatici. Una visione miope che porta a ostacolare perfino la transizione verso scelte alimentari più sostenibili.

La tutela ambientale e la riduzione delle emissioni non sono opzioni su cui poter scegliere, ma obblighi da attuare

Il tempo delle scelte si è esaurito e non si può più nascondere la realtà, non è più tempo di difendere comportamenti che sono diventati indifendibili. Se prima ridurre il consumo di carne e di suolo era una questione che riguardava aspetti etici ora è diventata una scelta non più rimandabile. Non è tollerabile che il ministro dell’agricoltura Lollobrigida si metta di traverso per bloccare la carne coltivata, dimostrando così di avere a cuore più gli interessi dei suoi elettori che non la collettività.

Abbiamo bisogno di un’Europa forte, in grado di contrastare le scelte egoistiche dei singoli stati, nel nome di un superiore interesse europeo. Capace di ricordare che le democrazie occidentali, seppur con declinazioni diverse, hanno fatto scelte rispettose dei diritti dei cittadini e delle minoranze. Valori che non sono negoziabili e che devono costituire la chiave di volta delle future scelte politiche. Motivo per il quale occorre un parlamento europeo dove l’estrema destra non sia maggioranza.

I partiti di governo in Italia hanno dimostrato fin troppe volte il loro disinteresse, quando non la manifesta ostilità, verso le questioni ambientali. Introducendo reati contro chi manifesta, utilizzando in modo strumentale le forze di polizia, agevolando i cacciatori e la parte peggiore del mondo agricolo. Usando due pesi e due misure per contrastare le proteste dei trattori e quelle degli ambientalisti. Creando una deriva autoritaria che sta diventando preoccupante, un ostacolo al nostro futuro e allo sviluppo. Per queste ragioni andare a votare è un dovere e non soltanto un diritto! Per riprenderci un paese costituito da cittadini e per non creare un regno di sudditi.

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Animali, temi etici e violenza: quando la tifoseria da stadio non aiuta la convivenza

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Animali, temi etici e violenza: quando la tifoseria da stadio non aiuta la convivenza ma aumenta la diffidenza delle persone attente verso l’argomento significa aver già perso. Chi usa i social per comunicare ben conosce quanto sia respingente una comunicazione ostile e quanto spesso si debba rinunciare a rispondere malamente alle provocazioni. Sia chiaro non per buonismo, non sarebbe proprio il caso di usarlo con chi è arrogante e maleducato, ma solo per evitare che la contrapposizione verbale porti le persone normopensanti ad abbandonare il terreno. Trasformando i social da luoghi di comunicazione a teatri di lotta libera.

Le note vicende degli orsi trentini sono un esempio tristissimo, ma perfettamente calzante, dei danni compiuti dalle tifoserie emotive. Se ancora qualcuno riesce a credere che con qualche insulto a Fugatti la questione sia risolvibile forse la colpa è anche di chi non cancella questi commenti. Parimenti se vogliamo difendere la convivenza non si può dire “non toccate gli orsi”, ma bisogna anche argomentare la questione. Per non lasciare campo libero a quanti pensano che difendere un singolo orso sia inutile e controproducente perchè bisogna salvaguardare la popolazione ursina e non il singolo individuo.

Bisogna provare a ccontrastare le idee, non a combattere le persone, ma per farlo occorre un minimo di preparazione. Quando manca, e non possiamo essere informati sull’intero scibile, sarebbe meglio non lanciarsi in elucubrazioni fantasiose e, men che mai, in insulti. Personalmente non concordo che la via intelligente sia la rimozione di un orso, salvo casi davvero estremi che non rientrano fra quelli accaduti. Questo pensiero si basa sulla convinzione che la rimozione sia solo un palliativo e non insegni la convivenza. Rende concreta l’idea di un uomo padrone, che sposta e risolve, non che convive e cerca di comprendere come evitare il danno.

Animali, temi etici e violenza: certi interventi portano più acqua ai mulini degli intolleranti che non alle buone cause

Ci sono temi che scaldano gli animi più di altri e quelli che riguardano i grandi carnivori, come lupi e orsi, sono certamente fra questi. Io ne scrivo spesso, per proporre un angolo di visione, che difenderò con tenacia, ma senza avere la presunzione di avere la verità in tasca. Ho illustrato i motivi per cui ritengo che l’ipotesi di Fugatti e del ministro Pichetto di trasferire gli orsi altrove sia surreale. Spingendomi anche a dire che la competenza non pare star proprio di casa nelle due istituzioni. Come appare evidente quando affermano, per esempio, che il numero massimo di orsi previsto dal progetto LIFE Ursus fosse di 50 esemplari. Un dato smentito da tutte le altre istituzioni e dagli addetti ai lavori.

L’incompetenza porta alla supponenza, al contrario di quanto facciano conoscenza e intelligenza: non è un caso che Socrate affermasse l’importanza del “so di non sapere”. Avere il senso del limite aiuta le cause etiche, riducendo il rischio di dire o scrivere stupidaggini, specie se dette per giunta con l’arroganza dell’ignoranza. Un vero peccato poi quando questo atteggiamento scomposto, che è anche un poco urticante, viene usato anche da persone di spessore. Causando danni inutili e ben pochi vantaggi se non quelli che possono derivare dalla bulimia del proprio ego.

Bisognerebbe capire anche da che parte stia la violenza e in cosa si traduca effettivamente. Un esempio molto attuale: le attività messe in atto dalla squadra di Ultima Generazione. Che possono sembrare violente ma che in realtà sono soltanto il grido disperato che cerca di toccare il cuore delle persone, contro una politica sorda alle grida della realtà del nostro tempo. Colorare con una sostanza innocua l’acqua di una fontana non è un gesto di violenza, solo l’ultima risorsa contro scelte irresponsabili. Mettendoci la faccia, senza violenza contro le persone e senza fare danni alle cose, anche se certo si può obiettare che ripulire la fontana o il portone del Senato costa.

Bisogna saper dividere la violenza degli atti e dei contenuti dalla manifestazione, seppur colorita e colorata, di un dissenso pacifico

Sono certo che qualcuno troverà inquietante questo doppio binario, ma credo che ci sia più violenza in certi atti compiuti dai pubblici amministratori che nelle proteste di Ultima Generazione. Apprezzo sempre il coraggio di chi non si nasconde, né dietro le istituzioni che rappresenta né dietro maschere o travisamenti. Francamente vorrei che si capisse la differenza della disperazione giovanile, perché vien fin troppo facile etichettarli come pericolosi delinquenti. In un mondo dove pochissimi detengono la ricchezza e moltissimi pagheranno a caro prezzo le scelte irresponsabili fatte da altri.

Per cercare di fare buona informazione, per gettare uno spunto di riflessione sul tavolo non è detto che non si possano fare scelte di campo discutibili. Come questa di difendere le scelte barricadere dei ragazzi di Ultima Generazione, che certo può non essere condivisa, ma almeno è motivata, civilmente illustrata e pronta anche a essere rifiutata in toto. Credo però che sia importante saper riconoscere la violenza, dividerla dalla protesta civile senza usare uno spiacevole doppiopesismo. Diversamente sarebbe come spegnere la possibilità di protestare e di manifestare. Al massimo si può chiedergli conto dei costi causati dalla protesta, a patto poi che lo stesso sia fatto con tutti, a cominciare dai danni causati dalle tifoserie calcistiche.

In un tempo in cui poco è l’ascolto e ancor meno la partecipazione popolare l’importanza dell’informazione è fondamentale. L’importanza di tutto quello che fa deviare dal pensiero unico, lasciando spazio al ragionamento e alla coscienza civile. Un mondo senza valori etici, senza persone che combattono per questi valori, sarebbe davvero un brutto mondo. Peggiore di quello che abbiamo creato, noi delle generazioni che protestavano per tutto e poi si sono assopite sul divano della comodità, facendo attivismo sui social, credendoli spesso una palestra di arti marziali piuttosto che una piazza virtuale.

COP27 un pericoloso fallimento planetario: poco coraggio, molta incoscienza

COP27 pericoloso fallimento planetario

COP27, un pericoloso fallimento planetario che rischia, per il poco coraggio dimostrato dagli Stati, di far esplodere il pianeta. Nonostante si sia chiusa con due giorni di ritardo la conferenza di Sharm El Sheikh, riunione planetaria che doveva fissare nuovi e coraggiosi obiettivi per contrastare i cambiamenti climatici si è conclusa con un nulla di fatto. Unica nota positiva, a cui però manca concretezza, è il fondo Loss & Damage deciso per compensare i paesi poveri dai danni subiti, finanziato agli Stati che sono maggiori produttori di emissioni clima alteranti.

Quella che è apparsa subito chiaro è stata la volontà di non decidere provvedimenti che potessero mettere in pericolo le economie dei paesi più industrializzati, già in crisi a causa della guerra in Ucraina. Quindi l’economia e gli interessi della grande finanza, sono riusciti, ancora una volta a prevalere sul buon senso e sull’urgenza, scontentando ONU e Commissione Europea. Una conferenza decisamente tutta in salita, sia per la discussa sede in Egitto, un paese che non rispetta i diritti umani, che per la risaputa quanto disattesa necessità di agire.

Siamo arrivati a una situazione paradossale ma diffusa, che porta a curare gli effetti del problema senza dimostrare la volontà di occuparsi seriamente delle cause. Come dimostra l’unico provvedimento di rilievo che è stato adottato, cercando di porre rimedio ai danni subiti dai paesi delle aree più povere, come l’Africa sub sahariana. Ora ci vorranno ulteriori dodici mesi per arrivare a una nuova conferenza, un tempo sarà sempre troppo lungo rispetto alle urgenze.

COP27, un pericoloso fallimento planetario nell’indifferenza dei protagonisti, incapaci di vere scelte

In un articolo pubblicato da Repubblica si da notizia di scontri durissimi fra i partecipanti, divisi fra paesi ricchi e poveri da una profonda frattura. Nella consapevolezza che saranno proprio questi ultimi a pagare il prezzo più alto dai cambiamenti climatici, come già sta succedendo ora. Alluvioni, siccità e carestie stanno colpendo duramente il Sud del mondo in modo molto più preoccupante e micidiale di quanto stia succedendo nei paesi ricchi.

“A Sharm abbiamo visto un esplicito tentativo da parte di imprese e paesi produttori di gas e petrolio di rallentare una transizione necessaria e ormai inevitabile”, dice Giulia Giordano, responsabile dei programmi internazionali del think thank italiano Ecco.

Tratto da Repubblica

Questi erano gli obiettivi, quasi completamente disattesi, dell’Unione Europea per COP27:

  • mitigazione: mantenere l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali
  • adattamento: stabilire un programma d’azione globale rafforzato in materia di adattamento
  • finanziamenti: esaminare i progressi compiuti in relazione alla messa a disposizione di 100 miliardi di USD all’anno entro il 2025 per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici
  • collaborazione: assicurare un’adeguata rappresentazione di tutti i pertinenti portatori di interessi nella COP 27, soprattutto delle comunità vulnerabili

Qualcuno dovrà spiegare alle giovani generazioni le motivazioni del disastro

Questi giorni sono l’esemplificazione del paradosso che stiamo vivendo, sotto il profilo climatico ma anche dell’equità e dei diritti. La COP27 fatta in Egitto, uno stato dove è impossibile parlare di equità e diritti e i mondiali di calcio che si aprono in Qatar, uno regime illiberale, dove anche gli stadi all’aperto sono dotati di impianti per il condizionamento. Uno Stato, il Qatar, con un’impronta ecologica incompatibile con l’attuale situazione climatica. Eppure, per un gioco delle parti, sono proprio questi due paesi ad avere ottenuto l’attenzione del mondo.

La politica, sia quella europea che quella nazionale, che mai come ora sta andando in direzione contraria alla mitigazione dei cambiamenti climatici, hanno grandissime responsabilità. Per le quali dovranno rendere conto alle giovani generazioni alle quali stanno rubando letteralmente il futuro.

Jova Beach Party 2022: il messaggio che arriva purtroppo è color verde acido

Jova Beach Party 2022

Jova Beach Party 2022 è un happening itinerante sulle spiagge italiane che ha suscitato polemiche già prima di partire. In fondo un po’ l’esatta replica di quello che era successo nel tour precedente del 2019, prima che la pandemia fermasse tutto. Ieri sera a Lignano la prima data che ha visto arrivare al Jova Village, rigorosamente sulla spiaggia, decine di migliaia d persone. Qualcuno dirà che le polemiche sono strumentali, che quest’ambientalismo estremo ha stufato, specie quando se la prende con spettacolo e divertimento. Però proteste e dissensi anche quest’anno non sono così sommessi.

Nonostante la presenza di una grande associazione ambientalista come il WWF come garante, una scelta che sembrerebbe aver fatto imbestialire molte sezioni e attivisti del panda. Che forse non hanno capito il valore aggiunto di una manifestazione come questa, proprio come non lo riesce a capire chi scrive. In primo luogo perché una spiaggia, per quanto sfruttata e bistrattata come quella di Lignano (ma è solo la prima), è quello che viene definito un ecosistema costiero. A differenza di uno stadio o di un palazzetto per lo sport che certo non ospita molta biodiversità e che, per questo, è il luogo giusto per certi eventi.

Nelle altre spiagge che saranno sede del Jova Beach Party 2022 le polemiche stanno montando da mesi, con accuse, da dimostrare, di una certa noncuranza verso le problematiche ambientali. Così quello che doveva essere il monumento estivo alla difesa dell’ambiente, sensibilizzando il pubblico del “ragazzo fortunato”, sta incassando una serie di critiche. Anche da alcune sezioni del WWF, della LIPU e di Italia Nostra. Come riportato da alcuni giornali, anche se i più su questo argomento glissano.

Il Jova Beach Party 2022 promette di ripulire le spiagge, non solo quelle toccate dal concerto, ma questo forse non basta

L’organizzazione del tour parla di scelte attentissime sotto il profilo ecologico e della sostenibilità, grazie all’uso di prodotti riciclabili, di materiali che avranno una seconda vita. Non c’è ragione, al momento di dubitare che sia così, ma il messaggio green è stato da molti etichettato come un’operazione di greenwashing. Portando il colore del verde verso la tonalità del verde acido. Un concerto in spiaggia, in un ambiente antropizzato ma naturale, sta alla tutela ambientale quanto l’Autodromo di Monza verso l’omonimo Parco.

Certo puliranno le spiagge dopo il concerto, ma ci si chiede quanti dei rifiuti, seppur sostenibili, saranno finiti in mare nel frattempo. Quarantamila persone sono un esercito composito e non tutti, per una questione statistica, saranno accorsi per prendere lezioni di ecologia. Molti resteranno distratti come sono arrivati e certo saperli in uno stadio avrebbe lasciato tutti più tranquilli. Forse è proprio questa la nota stonata: voler parlare di ecologia e organizzare un rave in spiaggia.

Il messaggio non funziona: se lo si organizza con attenzione un concerto può essere fatto ovunque, anche nelle aree naturali. Una scelta che aveva già suscitato polemiche per il concerto di Vasco a Trento, con tutti i suoi annessi e connessi, orso M49 compreso. In un momento in cui non esiste un solo prodotto o catena che non parli di sostenibilità, di attenzione, mistificando in fondo il messaggio che viene lanciato con foga verde verso le orecchie del pubblico. Che deve fare una gran fatica per capire se questo corrisponde al vero. Ma fin troppo spesso il valore del messaggio, quello vero, finisce prima di iniziare,

La sostenibilità deve essere reale per non trarre in inganno: ci vuole etica nelle scelte e nella comunicazione

Il Jova Beach Party 2022 vuole essere un grande laboratorio di divertimento e sensibilizzazione sull’ambiente e quindi sui diritti. Il vero ombelico del mondo ora è l’equità climatica, l’accesso all’acqua pulita, la suddivisione delle risorse. Per rendere queste cose possibili, per farle uscire dal libro dei sogni occorre imboccare la strada dei cambiamenti, della finanza etica, della riduzione delle emissioni clima alteranti. Quindi il tour avrà solo sponsor in linea con questo pensiero?

Sembra di no, anche qui qualcosa si mette di traverso nell’ingranaggio. Scrive nel suo articolo Linda Maggiori, impegnata nella difesa delle tematiche ambientali, come partner, oltre al Wwf c’è anche la Banca Intesa San Paolo, “banca fossile numero uno in Italia”, nonché tra le top 5 delle banche che più finanziano il traffico di armi. Aggiungo che fra i partner c’è anche Fileni, un’azienda che alleva animali per scopi alimentari. Alcuni bio altri no, promettendo grande attenzione verso l’ambiente, la sostenibilità e i suoi lavoratori. Sarà un messaggio interamente veritiero, ma non stona in un momento nel quale si chiede di consumare meno carne?

Il messaggio in bottiglia, che ci si può augurare che venga trovato su una delle tante spiagge toccate dal tour, è che dal green al greenwashing il passo è breve. Un’artista come Jovanotti, che si pone come il guru del divertimento ambientalista, potrebbe davvero essere un’importante cassa di risonanza del messaggio per un mondo diverso. A patto di avere maggiore attenzione e di tornare a fare musica nei luoghi giusti.

Guerra, agricoltura, allevamenti e ambiente: una miscela esplosiva destinata a rallentare tutti i cambiamenti

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Guerra, agricoltura, allevamenti e ambiente: tutti gli ingredienti di una miscela esplosiva pronta a detonare sull’intera umanità. I conflitti non sono soltanto crudeli e disumani, ma sono capaci di innescare reazioni a catena difficilmente prevedibili. I danni che deriveranno da questo conflitto europeo sono ancora incerti, anche se gli scenari stanno delineando che nulla sarà più come prima. L’Europa dovrà rivedere politiche economiche, energetiche e agricole e questo andrà a incidere in modo pesante sull’economia dei cittadini e sulle misure per contrastare il cambiamento climatico.

Dopo le prime scene apocalittiche di una guerra che si pensava non dovesse accadere, si è subito capito che questi missili avrebbero cambiato per sempre le scelte e i mercati. Mettendo a nudo che le nostre politiche, ma non solo le nostre, basate sulla certezza che non ci sarebbe mai stato un conflitto ai nostri confini. Da decenni l’Europa non è più autonoma né sotto il profilo alimentare, né sotto quello energetico. Senza grano e mais proveniente dall’Ucraina non abbiamo, ad esempio, risorse sufficienti per gli uomini e per gli animali. E senza il gas russo rischiamo di dover tornare all’uso del carbone. Un danno sotto il profilo ambientale di non poco conto, considerando che questa situazione non riguarderà solo l’Italia.

In questo momento la PAC (politica agricola comunitaria) ha infatti deciso di sbloccare a livello europeo 4 milioni di ettari di terreni agricoli che erano lasciati a riposo. Quindi campi non sottoposti a coltivazione per evitare eccessi nella produzione. Questa scelta aveva portato a lasciare incolti nel nostro paese circa 200.000 ettari, che ora saranno nuovamente utilizzati per produrre grano, mais, girasoli e quant’altro. Accrescendo così l’estensione dei terreni inevitabilmente sottratti alla naturalizzazione. Per coltivare cereali in buona parte destinati all’alimentazione degli animali da allevamento.

Guerra, agricoltura, allevamenti e ambiente: quattro parole che giocate sullo stesso tavolo daranno vita a un cambiamento delle priorità

Per dirla con le parole di Papa Francesco i politici sono quelli che decidono, i poveri sono quelli che muoiono, in silenzio come hanno quasi sempre fatto. Le crisi economiche e ambientali sono sempre pagate prima di tutto dai poveri, che hanno minori mezzi per affrontarne le conseguenze. Passando dall’essere disperati, senza casa né futuro, a diventare corpi senza possibilità di avere nutrimento. Come accadrà presto in Africa, dove il grano dell’Ucraina è una risorsa irrinunciabile, proprio in un continente stremato da siccità e devastato da altre guerre. Eppure nessuno ha alzato una voce autorevole per dire che le proteine vanno usate per sfamare le persone, non per l’alimentazione degli animali negli allevamenti intensivi.

Una realtà, questa guerra, che rischia già da sola di creare fenomeni migratori senza precedenti, capaci di strangolare il vecchio mondo e non soltanto quello. Se al rischio alimentare, già agitato a gran voce dalle Nazioni Unite, si aggiungerà un pesante rallentamento nella lotta ai cambiamenti climatici si sarà dato vita alla tempesta perfetta. Ogni centimetro di innalzamento di mari e oceani sarà causa di un effetto domino gravissimo. Le due pressioni unite daranno luogo a grandissime migrazioni, al cui confronto l’attuale dramma dei profughi ucraini costituirà, con i suoi quattro milioni di sfollati, solo un antipasto.

Questa guerra insensata e vergognosa, come tutte le guerre e più di altre, ci ha messo di fronte alla fragilità di un sistema economico basato su scelte errate. Decisioni solo apparentemente solide e ragionevoli. Basate sul profitto e non sulla lungimiranza, tant’è che solo ora che si vorrebbero cambiare ci si accorge dei tempi necessari per farlo. In momenti eccezionali come questi ci vorrebbero, a livello planetario, uomini adeguati allo scenario. Invece ci troviamo guidati da mestieranti, dei quali forse non ci si fida ma che per essere cambiati hanno bisogno di tempi. Un paradosso, forse, ma tanto reale da non far nemmeno sorridere.

Cambiare alimentazione è una scelta: se vogliamo ridurre emissioni, usare meglio le proteine bisogna chiudere gli allevamenti intensivi

Decisione non semplice, ma sempre più inevitabile, non per accontentare gli animalisti e gli ecologisti ma per poter continuare a dare un senso alla parola futuro. Senza poter pensare nemmeno per un attimo di ritardare decisioni che vadano nella giusta direzione per il contrasto ai cambiamenti climatici. Dobbiamo abolire le guerre, come dice Francesco, per evitare l’autodistruzione, ma occorre anche che sia garantita l’equità climatica, la suddivisione delle ricchezze, l’accesso all’acqua pulita. Condizioni senza le quali la povertà dilagherà come un ciclone, terremotando la fragile architettura sociale.

Ora è il tempo in cui occorre stare attenti a non restare affascinati dalle sirene di certa informazione. Che racconta dell’importanza degli allevamenti per produrre concimi (quelli chimici hanno avuto un’impennata dei costi) o biogas. Produzioni che sono sempre state giudicate residuali, ma che ora vengono agitate come il rimedio. La scelta di proseguire su questa strada si rivelerebbe in breve pericolosa e inutile. Ora è il tempo di fare scelte coraggiose, a tutto campo, che siano diverse da quella globalizzazione che in pochi decenni sta distruggendo il pianeta.