Collari elettrici e maltrattamento animali: una materia in cui la giurisprudenza non contribuisce a far chiarezza

collari elettrici maltrattamento animali
Foto tratta dal sito internet della società PETCO

Collari elettrici e maltrattamento animali: un binomio che parrebbe essere chiaro, non soggetto a discussioni. Un congegno elettronico che somministra scosse dolorose, nella sensibilissima regione della gola di un cane, dovrebbe essere uno strumento vietato. Lo dice il buon senso, ma anche il tenore della normativa vigente in materia, nella parte in cui sono puniti gli atti intenzionali crudeli.

Cani falchi tigri e trafficanti

Si sta, invece, sempre più consolidando una giurisprudenza che è difficile da comprendere e da condividere. Dove l’utilizzo del collare a impulsi elettrici viene considerato al pari una detenzione di animale in condizioni incompatibili e produttiva di gravi sofferenze. Questa ipotesi però potrebbe essere fuorviante e lontana dall’ottenere la miglior tutela per i cani, nei confronti di una violenza consapevole.

Chi decide di usare questa tipologia di strumento coercitivo, anche se non ne avesse mai visto uno, si renderebbe conto delle conseguenze al primo utilizzo. Vedendo il proprio cane guaire di dolore dopo la prima scossa. Chi decide di usarlo lo fa in modo consapevole, voluto, senza preoccuparsi delle conseguenze sull’animale. Con l’unico fine, del tutto presunto, di ottenere velocemente l’addestramento del cane.

Collari elettrici e maltrattamento animali: l’utilizzo è vietato, ma solo se si dimostra la sofferenza del cane

Il collare a impulsi elettrici è uno strumento di tortura, tanto che in tutta Europa sono in atto campagne per impedirne la vendita. Negli Stati Uniti una delle maggiori catene di prodotti per animali, la Petco, ha deciso di cessare la loro commercializzazione, lanciando una campagna in difesa di un addestramento rispettoso. Usando l’hashtag #StopTheShock. In Italia, come in molti paesi della Comunità Europea, la vendita di questi strumenti resta invece consentita, nonostante il loro uso sia considerato illecito. Un paradosso giuridico e pratico che dovrebbe essere risolto dall’introduzione di un divieto di commercializzazione generalizzato.

Una recente sentenza della Terza Sezione della Corte di Cassazione ha assolto un imputato in quanto mancava la certezza che il collare fosse acceso e il cane non presentava le lesioni tipiche. L’imputazione era quella oramai consolidata di violazione dell’articolo 727 del codice penale. Per aver detenuto un animale in condizioni incompatibili e produttive di gravi sofferenza. Un reato contravvenzionale che viene applicato in questi casi a seguito della giurisprudenza prevalente in tal senso. Che non ha ancora individuato nell’utilizzo del collare un atto crudele intenzionale.

Eppure il dispositivo dell’articolo 544 ter C.P. che sanziona il maltrattamento di animali pare idoneo a punire un comportamento come quello di usare un collare a impulsi elettrici. Il cui utilizzo non è una necessità e sottopone l’animale a sevizie e comportamenti insopportabili, erogando scosse ad alto amperaggio in una regione così ricca di terminazioni nervose come la gola.

Dispositivo dell’articolo 544 ter del Codice penale: Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche( è punito con la reclusione da tre a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro.

Il concetto di sevizie verso gli animali non tiene ancora conto di molte conoscenze raggiunte sulla capacità di soffrire

La sentenza che manda assolto il proprietario del cane indica che non sia provato che il congegno elettrico fosse funzionante, visto che mancava il telecomando per azionarlo. Inoltre il cane non presentava lesioni sul collo che dimostrassero le sofferenze prodotte. Le ragioni per le quali il cane in questione possa essere stato portato a caccia indossando un collare non funzionante sembrano poco indagate.

Le motivazioni possono invece essere ricondotte al condizionamento subito in precedenza dal cane. Che associa in modo indelebile il collare al dolore delle scosse, anche quando non vengono erogate. Indossare il collare crea quindi un riflesso condizionato, come già ampiamente dimostrato da Pavlov. Al momento però la giurisprudenza costituita dalle sentenze della Cassazione, che talvolta ha identificato questo comportamento come delitto, è minoritaria.

In questi anni si è alzato il livello di attenzione verso i maltrattamenti, un fatto positivo che non ha però visto crescere in parallelo la valutazione della gravità dei comportamenti umani. Quasi come se alzare la soglia di quanto sia considerabile un maltrattamento grave serva a far scendere verso il basso la tutela reale. Sarebbe indispensabile, invece, che tutti i collari a impulsi elettrici venissero sequestrati sull’intero territorio nazionale e ne fosse per sempre vietata la vendita e l’impiego.

Lascia l’Ambiente Sergio Costa, un ministro che ha davvero servito con dignità e onore il suo paese

Lascia l'Ambiente Sergio Costa

Lascia l’Ambiente Sergio Costa, ultimo ministro di un dicastero che non c’é più. La caduta del precedente governo e l’avvento di quello di Mario Draghi hanno portato una rivoluzione. Facendo sparire il Ministero dell’Ambiente, della tutela del territorio e del mare, inglobando le competenze ne nuovo ministero della Transizione Ecologica. Una scelta che personalmente non mi convince, unificando materie competenze tanto vaste quanto complesse, che certo devono essere gestite in modo olistico, ma anche credo diverso da quello proposto oggi.

Il ministro Costa non ha sempre accontentato tutti i suoi sostenitori, che su molti argomenti lo avrebbero voluto più barricadero, ma questo, si sa, è normale. E’ naturale che non ci sia sempre stata condivisione per ogni azione, ma è difficile non apprezzare come abbia esercitato il ruolo, “senza perdere la tenerezza”. Costa ha svolto il suo compito in modo sobrio, comunicando con la giusta attenzione. Mostrando una passione e una sensibilità sui temi ambientali che gli si deve riconoscere oltre ogni possibile critica.

Grazie al ministro abbiamo avuto un coraggioso Piano Lupo, il recupero della plastica rimasta impigliata nelle reti da pesca, l’attenzione costante per la tutela ambientale. Avremmo voluto vederlo combattere con più grinta sul fronte degli orsi del Trentino, non solo facendo il tifo per l’orso M49 ribattezzato Papillon. Ma Costa è un ufficiale dei Carabinieri Forestali, un uomo dello Stato che conosce e rispetta ruoli e gerarchie. Ha mandato a ispezionare il centro di Casteller ISPRA e i Carabinieri del CITES, sono poi altri che hanno deciso di seppellire tutto sotto una coltre, imbarazzante, di silenzio.

Lascia l’Ambiente Sergio Costa e molti lo stanno già rimpiangendo, senza nulla togliere al suo successore

Il Ministero della Transizione Ecologica è stato istituito assorbendo le competenze che erano dell’Ambiente, in parte per accontentare la politica. Ma in altra parte per sottrarre alla politica un ministero così rilevante per l’attuazione del recovery plan europeo, che è stato affidato a un manager di livello come Roberto Cingolani. Con ottime competenze sotto il profilo della tecnologia, ma credo digiuno di politiche ambientali.

E’ pur vero che il Ministero dell’Ambiente ha ottimi funzionari, che poi sono quelli che fanno funzionare ogni ministero, ma è altrettanto vero che mancherà la visione politica di Costa. Sempre attento a intercettare anche i bisogni e i suggerimenti che venivano dal basso. Ma non è questo il punto, non il cuore del problema: il ministero dell’Ambiente era un vessillo da non ammainare.

Anche perché quello della Transizione Ecologica ha già nel suo nome una temporalità operativa. Quella di realizzare la transizione da un modello produttivo irrispettoso dell’ambiente a un altro tipo di sviluppo, basato su energie rinnovabili, economia circolare, filiera corta e altre scelte green. Mi chiedo quale sia il pensiero del nuovo ministro su allevamenti intensivi, deforestazione, tutela dell’ambiente. Per non parlare del rispetto dei diritti degli esseri viventi in senso generale.

I governi vanno giudicati per il lavoro che fanno e, per ora, siamo solo agli inizi di un percorso

Credo che nel nostro Paese ci siano già troppi che commentano e giudicano ancor prima di conoscere fatti e programmi. Per questo credo che sia importante lasciar lavorare il Governo, senza peraltro dimenticare che in questa fase nulla possiamo fare di intelligente e diverso. Se non sperare che laddove manchino conoscenze e competenze ci sia la volontà di chiedere, di circondarsi di persone capaci che sappiano di cosa parlano. Il mondo è interconnesso e se ogni attività fatta dall’altra parte del globo può produrre effetti da questa è altrettanto vero che lo sono anche tutte le questioni “ambientali” sul tappeto governativo.

Non si potrà mettere in piedi una reale transizione ecologica senza affrontare tutti i nodi che sono venuti al pettine, non facili da sciogliere, ma indispensabili da comprendere. Con il vincolo di doverli affrontare tutti in contemporanea. Una politica che tenga conto non solo della necessità di una veloce transizione energetica, ma anche dei nostri rapporti con l’ecosistema pianeta. Con scelte fatte secondo etica e non secondo i voleri della finanza, che ha creato una piramide fatta di disuguaglianza e eccessivo sfruttamento, per arricchirne pochissimi e affamarne moltissimi. Contribuendo a creare un’economia distruttiva e di rapina.

Nelle prossime settimane riusciremo a capire la direzione che intenderà prendere questo nuovo ministero sui temi ambientali e dei diritti, degli umani e degli animali. Nel frattempo vi invito a guardare il commiato del ministro Sergio Costa, fatto dalla sua pagina Facebook che per comodità viene inclusa qui. Un modo di salutare che testimonia senso di responsabilità e delle istituzioni. Qualità che servono per servire il paese con dignità e onore. Grazie generale Sergio Costa.

Cani, falchi, tigri e trafficanti – Storie di crimini contro gli animali e di persone che li combattono

Cani falchi tigri trafficanti

Cani, falchi, tigri e trafficanti è libro del quale non farò, per evidenti ragioni, la recensione. Volevo però raccontarvi come nasce questo progetto che abbraccia la mia vita, come persona che si è occupata di animali, da quando aveva solo 16 anni. Il mio impegno è iniziato proprio negli anni di piombo, in tempi difficili per l’Italia, che con i loro misteri non ci hanno mai lasciato del tutto. Creando un paese con molti, troppi, punti interrogativi che non hanno mai trovato risposta.

Quelli erano periodi in cui l’attenzione per i diritti degli animali, diversi da cani o gatti, si stava affacciando sul proscenio culturale della nostra società. Dando corpo alle richieste di una maggior protezione della fauna, si è rivoluzionato il suo status giuridico, trasformandola da res nullius (cosa di tutti) a bene pubblico. Nel 1977 fu promulgata la legge 968 che, fra le altre cose, stabilì che la fauna era un bene dello Stato.

Una legge che diede protezione a lupi e orsi, eliminò il concetto di animali nocivi, vietò l’uso di veleni, trappole e reti. Un vero balzo in avanti rispetto al vecchio testo unico che era del 1939, in pieno periodo fascista e a un passo dalla Seconda Guerra Mondiale. Negli stessi anni il fascismo sciolse tutte le associazioni, comprese quelle zoofile. Che furono fatte confluire nell’Ente Nazionale Fascista per la Protezione degli Animali, divenuto nel 1979 un’associazione privata di volontariato nella quale ho sempre militato.

La tutela dei diritti degli animali prese vita proprio negli anni settanta, per arrivare all’oggi con i suoi fallimenti

Furono tempi di grande fermento sociale e di grande attivismo. Un periodo dove l’impegno e la passione erano riconosciuti come un valore vero. Purtroppo le premesse non arrivarono sempre a trasformarsi dapprima in promesse e poi in realtà e il cammino per la tutela degli animali era ancora un sentiero impervio e pieno di ostacoli. Ma qualcosa era stato smosso, piccoli e grandi passi in avanti erano stati fatti.

Cani, falchi, tigri e trafficanti parte proprio da quegli anni per camminare nel tempo sino ad arrivare ai giorni della pandemia, a raccontarne le possibili origini. Parlando di un rapporto distorto con gli animali, dove sfruttamento e eccessi continuano purtroppo a fare danno. Da questa volontà di ripercorrere questi anni, in buona parte usando le indagini come partenza della narrazione, nasce il progetto del libro. Scritto con Paola d’Amico, giornalista del Corriere della Sera.

Raccontando, come in un libro giallo ma composto rigorosamente da storie vere, fatti e misfatti commessi a danno degli animali. Ma anche azioni che ne hanno salvati, che sono servite a modificare le impostazioni delle norme e le interpretazioni della magistratura. Modificando, anche se in modo ancora insufficiente, l’attenzione dell’opinione pubblica sui diritti negati.

Cani, falchi, tigri e trafficanti ha una prefazione di Cristina Cattaneo, medico forense umano

Qualcuno potrebbe stupirsi, ma uomini e animali da sempre sono uniti da un comune destino. Quello di vivere sul pianeta, ma anche quello di subire violenze e maltrattamenti. Atti che capita di vedere molto frequentemente a chi come Cristina Cattaneo, fa l’anatomo patologo. Impegnata da anni in casi scabrosi e importanti, che ha riconosciuto il tratto d’unione fra uomini e animali.

Molti di noi hanno già varcato la soglia verso la comprensione che la sofferenza e il “sentire” animale sono degni della stessa attenzione che quelli umani. Diversi sono gli articoli clinici e scientifici dell’ambito neurologico ed etologico che ormai supportano questa tendenza. Gli animali non umani sono per certi versi i più deboli della nostra società, sono i senza voce, e proprio per questo deve essere ancora più forte la spinta a tutelarli in particolare rispetto al crimine e alla violenza.

Dalla prefazione di Cristina Cattaneo

Tutelare gli animali è un atto che non può prescindere dall’avere le stesse attenzioni per gli uomini. Non ci può essere rispetto per i diritti dell’uno escludendo i diritti dell’altro. In anni passati scrivendo, indagando, soccorrendo sono arrivato ad avere una certezza granitica su questo argomento. Una certezza che non mi consente di tollerare razzismo, violenza e indifferenza. Che sono la chiave di tutti i mali che affliggono la nostra società.

Il cammino da percorrere è molto ancora e spero che Cani, falchi, tigri e trafficanti possa essere una piccola pietra d’inciampo

Dopo un tempo così lungo speso su questi temi e in parte anche per i diritti umani, posso sperare che la mia attività possa essere un piccolissimo tassello di un grande disegno. Un puzzle che parla di diritti degli animali, di equità climatica, del diritto alla felicità ma anche del dovere di garantire l’accesso all’acqua pulita. Per un mondo più equo, più sostenibile, in grado di garantire un futuro alle prossime generazioni.

Con lo stesso sentire, che ci accomuna, ha partecipato al progetto Paola D’Amico, giornalista e amica da molti anni con la quale ho condiviso l’organizzazione di convegni, la sensibilizzazione dei lettori e l’amore per la verità. Che talvolta è molto più dolorosa e sofferta di una bugia, ma ha il grande pregio di essere vera, non verosimile e di sensibilizzare.

Cani maltrattati e canile sequestrato a Corigliano

Cani maltrattati canile sequestrato

Cani maltrattati e canile sequestrato a Corigliano Calabro, dopo una lunga indagine condotta dai Carabinieri Forestali della Stazione di Rossano, coordinati dal procuratore capo Facciolla e dal sostituto Tedeschi. La Procura della Repubblica di Castrovillari aveva da tempo aperto un fascicolo sulla gestione del canile.

Anche in quest’inchiesta ci sono tutti i soliti ingredienti dei casi che riguardano canili e randagismo. Animali maltrattati, soldi mal spesi, gestione amministrativa non conforme e staffette che spostano i cani.

Storie di ordinaria mala gestio della questione randagismo, sul quale molti speculano e si arricchiscono, mentre i cani soffrono e non trovano sistemazioni adeguate. Chi specula su questo fenomeno ha bisogno di un randagismo senza fine, di un fenomeno che si riproduca in continuazione.

Il randagismo genera profitti e cani maltrattati, un binomio inscindibile

Cani maltrattati, canile sequestrato, esame di tutti gli atti amministrativi e dei riscontri dati da telecamere piazzate dai Carabinieri Forestali durante l’attività di indagine. In questo modo si sono potuti documentare abusi e reati commessi nell’ordinaria gestione.

Scrive la Procura nella sua nota: “Durante questi mesi d’indagine al fine di verificare la salute dei cani e l’idoneità della struttura, la Procura ha nominato un consulente tecnico d’ufficio che ha accertato un palese maltrattamento degli animali e l’idoneità parziale della struttura ospitante i cani.

E prosegue mettendo nero su bianco che “Gli ambulatori non sono a norma. Sono state inoltre monitorate le adozioni e i movimenti dei cani provenienti da questa struttura. In un controllo avvenuto ad una cosiddetta “staffetta” che conduceva cani al nord, verso gli adottanti, mediante compenso economico, è stata riscontrata una difformità dell’autorizzazione rilasciata». 

Spunta il lavoro delle staffette, che spesso non sono fatte con buon senso e regole

Non si vuole criminalizzare chi fa le cose seriamente, né tanto meno demonizzare quanti trasferiscono i cani seguendo le regole. Pur sostenendo che l’ideale siano trasferimenti verso strutture, dove gli adottanti possano andare a scegliere il cane.

Diversamente si rischia di avere cani maltrattati due volte: la prima nel canile di partenza, la seconda durante i trasporti ma anche a destino. Quanti cani arrivano a persone “sbagliate”, che non dovrebbero averli e che invece, anche grazie alle staffette se li procurano sui social, senza dare garanzie.

Una verità assoluta è chi avrebbe l’obbligo di controllare non esercita questo dovere: dovrebbe essere infatti il Comune convenzionato che opera i controlli. Mentre queste situazioni hanno sempre termine solo grazie all’intervento di magistratura e polizia giudiziaria.

Sergio Costa resterà ministro dell’ambiente o sarà sostituito?

Sergio Costa resterà ministro dell'ambiente

Sergio Costa resterà ministro dell’ambiente oppure, come suggerirebbero i rumors, sarebbe ritenuto sacrificabile anche dal MoVimento 5 Stelle? In effetti Italia il Ministero dell’Ambiente non è visto, purtroppo, come uno dei dicasteri più importanti dalla politica.

Questo potrebbe significare che il ministro Costa diventi una merce di scambio per diversi motivi, il primo dei quali è che in effetti non è nella pianta organica di un partito. L’indipendenza non sempre viene vista come un valore aggiunto, così come l’indipendenza di pensiero che certo non è mancata a Sergio Costa. Nel bene e nel male.

In queste ore molti media nemmeno considerano il ministero dell’ambiente quando partecipano al toto ministri, quasi fosse un dicastero trasparente. Una dimostrazione di come la tutela ambientale sia considerata più un argomento di facciata, da spendere per aver consensi, senza però spendersi troppo per ottenere risultati.

Sarebbe una buona scelta confermare Sergio Costa

Sergio Costa ha alle spalle una carriera e indagini che parlano da sole, ha realizzato il Piano Lupo con indicazioni coerenti e coraggiose , ha mantenuto la schiena dritta con le Regioni. Anche con quelle amministrate da partiti che facevano parte del governo.

In queste ore ancora non si conosce il nome di chi dirigerà politicamente il Ministero dell’Ambiente, ma si può solo augurarsi che il prescelto sia una figura di livello. Resta il fatto che sarebbe stata un’ottima scelta quella di far proseguire a Sergio Costa il lavoro che aveva iniziato. Con grande passione e indipendenza di giudizio.

Un ministro che ha parlato sempre con i fatti e che ha avuto la dignità del suo ruolo, senza sconfinamenti, senza invasioni di campo. Un modo di operare diverso, in un governo sin troppo occupato a comunicare, molto più di quanto sia stato effettivamente realizzato.

Sergio Costa resterà allora ministro dell’ambiente?

Dovendo fare una previsione, sulla base di quello che si può leggere sui media ma anche sulla base di quanto detto dai rispettivi schieramenti, la risposta, dovrebbe essere no.

Nemmeno il capo politico del MoVimento, Luigi Di Maio, sembra abbia speso parole per ottenere la sua riconferma. Appare certo che la figura e la poltrona di Costa sia vista da molti come una posizione sacrificabile.

Preoccupa che nel nostro paese i temi ambientali non siano ritenuti prioritari, nemmeno in un momento come questo, dove dovrebbero essere i primi dell’agenda politica.

In un momento in cui non è ancora chiara quale sarà la sorte dei Carabinieri Forestali, che rischiano di essere sempre più inglobati nell’Arma dei Carabinieri. Mentre avrebbero dovuto restare una specialità, un settore strategico da potenziare, da far crescere per un efficace contrasto dei crimini ambientali.

In breve si potrà avere comunque la risposta certa a questo quesito.